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·22. Mai 2026

Calabria a cuore aperto: «Il Milan resta casa mia, l’addio è stato una ferita»

Artikelbild:Calabria a cuore aperto: «Il Milan resta casa mia, l’addio è stato una ferita»

Calabria si confessa a Sky Calcio Unplugged: l’amore per Maldini, i retroscena sullo spogliatoio e i primi anni a Milanello

Davide Calabria ha rotto il silenzio a distanza di mesi dal suo doloroso addio a parametro zero dal Milan, club in cui è cresciuto e di cui è stato capitano. Il difensore è stato l’ospite d’onore della sedicesima puntata di Sky Calcio Unplugged. Nel corso della lunga intervista rilasciata a Gianluca Di Marzio, Stefano Borghi e Lisa Offside, il terzino ha ripercorso tutta la sua storia rossonera, spiegando i dettagli della dolorosa separazione causata dalle scelte della proprietà RedBird, analizzando l’addio di Paolo Maldini e il rapporto con l’attuale tecnico Massimiliano Allegri, per poi concludere con i sacrifici personali che lo hanno portato fino ai vertici del calcio italiano.

Di seguito tutti i passaggi dell’intervista del difensore:


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IL RAPPORTO CON MALDINI — «Se fossi rimasto con Maldini in società? Nella mia testa ti direi di sì. Maldini manca a qualsiasi squadra del calcio mondiale. Se io fossi un presidente vorrei lui al mio fianco, sia come figura di blasone ma anche calcisticamente. È stato il difensore più forte della storia ma è stato anche un esempio umano per chiunque, non solo per chi ha seguito il calcio. Preferisco sempre avere Maldini nella mia società che non averlo. Ci sono determinate persone, sia ex calciatori o allenatori, che hanno qualcosa in più di una persona normale. Avere Paolo come riferimento è un qualcosa di più unico che raro. Si sta parlando del difensore più forte della storia del calcio, non di uno che ha fatto una bellissima carriera. Quando vai a parlare con Maldini vai in punta di piedi o addirittura di inginocchi. Averlo avuto è stato un onore e mi piacerebbe rivederlo nel calcio. L’ho messa la prima volta ad Anfield e lui c’era. Con me è stato molto tranquillo. La fascia pesa tantissimo ma lui mi ha detto di godermela. La fascia è importante e ti porta tanto ma alla fine è un pezzo di stoffa, la cosa fondamentale è il comportamento che hai con gli altri e tutto quello che ti porta».

SULL’ADDIO AL MILAN — «Stiamo parlando di casa mia e ho fatto 1000 anni lì. Sono tutt’ora tifoso e mi manca spesso. Sento ancora oggi gente che lavora lì e lavorava lì. Addio? Non ho mai parlato prima perché è stata una ferita e un dispiacere. Andare via da Milano in quel modo mi è rimasto e mi rimarrà dentro. Non volevo salutare così. Probabilmente nessuno se lo aspettava, nemmeno io. Diciamo che ho accettato quello che è successo. Non condivido e non condividevo quello che è accaduto in quei mesi. Però è anche una cosa mia: se ci sono cose giuste e che non mi vanno bene il mio ruolo è farlo notare. Ci sono state delle incomprensioni in quel periodo, è stata una stagione complicata e io non giocavo molto. Il Milan non stava andando bene in campionato ed è stata una stagione molto deludente dopo anni in cui i risultati sono sempre arrivati. Avrei voluto salutare molto meglio San Siro e finire la stagione con i miei compagni. Eravamo tutti molto dispiaciuti perché comunque sono cresciuto lì e con loro. A mie è dispiaciuto molto per lo staff. Salutare tutti è stato un bagno di lacrime».

IL RETROSCENA SULLA CESSIONE — «Quando ho deciso di lasciare? È successo tutto molto in fretta, è il calcio: molto amore ma anche business. Si era capito che la proprietà e la dirigenza pensavano di prendere altre strade. Avevo capito che non ci sarebbe stato un futuro, ero anche chiuso dalle scelte dell’allenatore anche per quell’episodio che è costato anche troppo caro. È stato difficile ma sono stato fortunato a finire in un ambiente come Bologna in cui sono stato super bene fin dal primo giorno con un gruppo di lavoro eccezionale. Nel male sono stato soddisfatto di quel cambiamento».

L’ANEDDOTO CON MIHAJLOVIC — «Sinisa quando dovevo andare in prestito mi disse che non potevo andare via. Eravamo dopo una tournée in cui io avevo fatto molto bene. Venivo dalla primavera e sapevo di dover andare in prestito. Avevo fatto molto bene e Sinisa dopo la partita allo stadio vicino a Milanello mi ha detto: “So che pensi di dover andare via ma tu sei il terzino di questa squadra. Sarai la riserva ma avrai il tuo spazio”. In quel momento c’erano Abate e Antonelli e poi io e De Sciglio che eravamo i giovani della squadra. Lui mi ha tenuto lì e in quel momento è partita la mia vita da calciatore».

SULLO SMANTELLAMENTO DEL GRUPPO — «Me lo sono sempre chiesto ma la risposta è difficile da dare. Per me c’era tutto: c’era una base solida, un gruppo unito con un mister che veniva seguito dal suo gruppo. Così drasticamente nessuno se lo aspettava. Sono scelte che non spettano a noi, che abbiamo dovuto accettare. È un peccato perché secondo me si era creata un’alchimia che fai fatica a trovare. Se tu guardi cosa c’era in quel periodo a San Siro… c’era un’energia che sapevi ti facesse partire 1-0. Per me la cosa importante nel calcio è avere continuità ma in Italia si fa fatica. È una scelta che non ho condiviso e mi auguro che si possa creare la stessa energia nei prossimi anni».

SU RAFAEL LEAO — «Se abbiamo visto il potenziale di Leao? Per me no. Per me potenzialmente è un giocatore ai livelli di Mbappe e Vinicius. Non ha nulla di invidiare a loro. Rafa ha bisogno di un ambiente a lui favorevole e in cui si senta ben voluto. Mi dispiace per il periodo attuale e le problematiche che ci sono con i tifosi. Per me lui questa cosa un po’ la patisce. Secondo me ha fatto vedere il meglio nelle scorse stagioni quando c’era un ambiente e un gioco diverso. Sta a chi di dovere farlo tornare a essere il giocatore che era».

SU MASSIMILIANO ALLEGRI — «Tutti sono contentissimi del mister e sperano possa rimanere. Io Allegri l’ho visto vincere e mi ricordo ancora il suo scudetto di quindici anni fa. Per me è un gestore e un allenatore incredibile. Serve però tutto il contesto. Io sarei stato super curioso di lavorare con lui. Deve essere super simpatico e sono tutti contentissimi».

I PRIMI PROVINI E I SACRIFICI — «Io ho fatto due provini al Milan. Al primo avevo 5-6 anni ed ero talmente giovane che i miei hanno deciso di non farmi muovere. A 10 anni poi ho deciso di andare a Milano. Era più una decisione loro. Casa mia è tra Brescia a Bergamo e io facevo le superiori a Brescia. Andavo a scuola, uscivo prima alle 13:00, mangivo quello che c’era in macchina e andavo a Bergamo. Lì prendevo il pullman che mi portava al campo. Dopo il primo anno non volevo più fare questa cosa. Mi svegliavo alle 5:20 per andare a scuola e tornare alle 20:00 a casa dopo gli allenamenti. Pensavo di andare a Brescia o a Bergamo che erano più vicine. Poi però continuavo a pensare al fatto che comunque ero al Milan, alla mia squadra del cuore».

IL RUOLO E LO SPOGLIATOIO — «Era difficile poi perché io giocavo poco perché già a quei tempi si guardava il fisico e c’era gente il doppio di me. Io ho avuto la fortuna di essere tatticamente e tecnicamente superiore. A sedici anni con Pippo Inzaghi sono stato spostato sulla fascia. Per me quello mi ha dato tanto perché credo che i giovani debbano giocare un po’ ovunque. La mia polivalenza in campo è stata una fortuna: sono partito mediano, poi mezz’ala, poi terzino sinistro e alla fine terzino destro. Anche con Pioli o Gattuso quando c’è stata la necessità ho giocato a centrocampo. Questo tipo di cambio ti dà tantissimo. Il primo giorno in prima squadra è stato con Sinisa. Ai tempi a Milanello accanto c’erano spogliatoi della Primavera e quello della prima squadra. Io ero aggregato quindi si stava nello spogliatoio della primavera. Dopo la chiacchierata che ti dicevo con Sinisa sono stato spostato… Avevo il mio posticino accanto a Donnarumma perché lui era l’ultimo aggregato. Quello è stato l’anno in cui Gigio è diventato titolare».

SU TONALI E ITALIANO — «Non mi sorprende che Tonali possa andare in una squadra con il blasone del Manchester United. Credo che a ritroso abbia fatto la scelta giusta. Io per dirti non sarei mai andato ma so che lui per il giocatore che è merita una grande squadra che possa giocarsi tutte le coppe nel mondo. È un giocatore di livello superiore. Ha ancora tanto da dare e fisicamente è incredibile. Per me può fare benissimo in una squadra come il Manchester. Su Italiano ho sempre pensato molto bene di lui. Per me merita una grande piazza. Dipende comunque cosa cerca lui. Io so che a Bologna sta da dio. Ovviamente ti chiama il Milan o il Napoli e questa cosa ti fa pensare. Secondo me è un mister che merita una esperienza del genere. Non sarei sorpreso se rimanesse a Bologna nel caso la società gli promettesse un mercato importante. Per me quello è stato un ambiente bellissimo».

SULL’AFFRONTARE IL MILAN DA EX — «Italiano non voleva farmi giocare contro il Milan. La prima volta che li abbiamo affrontati lui mi chiamò in camera e mi disse: “Tu pensi di giocare? Ti faccio un favore…” Lui pensava di farmi un favore ma io da professionista non ero d’accordo. Forse l’ho presa anche un po’ troppo sul personale perché non ho reagito bene. Io volevo giocare e far vedere al Milan che avevano fatto un errore. Lui invece voleva proteggermi dagli attacchi. Sono sincero però dopo 10 anni di Milan so di avere una corazza. Io volevo giocare contro Rafa e scherzavo con Theo dicendogli: “ti faccio il culo”».

LA FINALE DI COPPA ITALIA — «In finale di Coppa Italia è stato un po’ amore e odio. Avevo capito che non avrei giocato titolare ma mi era stato detto che avrei giocato dopo. Io volevo vincere la coppa Italia. Noi ci sentivamo di poterla vincere e infatti preparammo una bottiglia con scritto campioni d’Italia nello spogliatoio prima della semifinale da giocare contro l’Inter. Io avevo appeso la Coppa Italia un po’ ovunque. Quando sei lì vuoi vincere. Secondo me è stata una cosa bellissima per il percorso che aveva fatto la squadra e la società. Dentro di me però c’era un po’ l’amaro che mi faceva pensare che se fossi stato di là magari l’avremo vinta di là. Ho pensato prima a consolare i miei ex compagni che a festeggiare. Sapevo però che quell’anno lì era giusto vincesse il Bologna».

IL CAPITOLO NAZIONALE — «Sulla Nazionale ho fatto magari anche errori di gioventù. Io ero sicuro di meritare un posto in Nazionale anche perché ero il titolare del Milan. Non mi sono mai sentito molto parte di quel gruppo per alcune scelte del mister. Anche se avessi fatto parte di quel gruppo sarei stato una comparsa. Da giocatore un po’ il rimpianto c’è ma so che io avevo fatto il massimo in quel periodo. C’è stata anche un po’ di sfortuna perché due volte che mi hanno chiamato mi sono fatto male. Io sono dell’idea che la Nazionale debba essere meritocratica e non un discorso di gruppo perché è un qualcosa di molto breve».

I RINGRAZIAMENTI ALLA MADRE — «Per il percorso che ho avuto devo dire grazie sicuramente a mia madre. Senza di lei non sarei arrivato a fare un minuto in Serie A e invece grazie a lei ho giocato 10 anni con la squadra del mio cuore. In quel momento in cui volevo smettere è stata lei a farmi ragionare. Cosa le voglio dire? Lo sa. Non sono molto estroverso o romantico quindi già sa che le devo tutto e che per lei ci sarò sempre. Tutto quello che ho è merito suo».

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