Calcio e Finanza
·23. April 2026
Chi è Paolo Zampolli: l’uomo di Trump che vuole l’Italia ai Mondiali al posto dell’Iran

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L’ultima speranza, e forse l’unica, per l’Italia di partecipare ai prossimo Mondiali che prenderanno il via l’11 giugno ha un nome e cognome ben preciso: Paolo Zampolli, inviato speciale per l’amministrazione USA guidata dal presidente Donald Trump.
In un periodo in cui i rapporti fra Stati Uniti e Italia sono ai minimi termini, per via della guerra in Medio Oriente, il rapporto storico fra i due Paesi potrebbe riprendere nuova linfa grazie proprio al calcio. Infatti, Zampolli, nato a Milano e trapiantato a New York, ha proposto di sostituire l’Iran con l’Italia. Una richiesta non nuova per l’inviato di Trump, che già nel 2022 per i Mondiali in Qatar aveva prospettata tale iniziativa, rimasta poi non soddisfatta.
La traiettoria professionale di Zampolli è tutt’altro che lineare. Nato a Milano nel 1970, cresce nell’azienda di famiglia, la Harbert, fondata dal padre Giovanni e attiva nella distribuzione italiana dei prodotti Hasbro legati a franchise come Star Wars e Marvel. La morte improvvisa del padre, avvenuta in un incidente sugli sci quando Paolo aveva appena 18 anni, segna una svolta radicale: interrompe il percorso universitario e decide di cedere l’impresa.
Zampolli negli anni ha costruito la propria influenza all’incrocio fra moda, real estate, relazioni internazionali e trumpismo. Ex agente di modelle, oggi è un inviato speciale dell’amministrazione Trump: Reuters lo identifica come “U.S. special envoy” e il Financial Times lo cita in queste ore per la proposta di ripescaggio dell’Italia fatta a Trump e alla FIFA. La sua biografia pubblica comincia nella New York degli anni ’90. Un profilo del New York Times lo descrive come l’uomo che portò Melania Knauss negli Stati Uniti, le fece ottenere il visto e la presentò a Donald Trump a una festa del 1998 al Kit Kat Club. Ma lo racconta anche come un instancabile costruttore di relazioni, capace di muoversi con disinvoltura fra il giro di Trump, quello di Bill Clinton e l’alta società newyorkese.
Dopo aver ricoperto per quattro anni l’incarico di direttore dello sviluppo internazionale del Trump Group, fonda il Paramount Group, società immobiliare rivolta a una clientela di fascia altissima e caratterizzata da una strategia fortemente incentrata sull’immagine. Tra le idee più discusse, l’impiego di modelle come consulenti per accompagnare i clienti nei progetti di lusso. Parallelamente prende forma anche un curioso percorso diplomatico. A partire dal 2011 Zampolli ricopre l’incarico di ambasciatore della Repubblica Dominicana presso le Nazioni Unite e, in seguito, quello di ambasciatore per la tutela degli oceani. Le amministrazioni cambiano, ma Zampolli resta a galli: nel 2021 viene infatti nominato da Joe Biden nel Consiglio presidenziale per lo sport, la salute e la nutrizione.
Secondo Associated Press fu al centro anche della complicata vicenda del visto di Melania Trump. Nel 2016 Zampolli dichiarò di avere personalmente curato l’ottenimento dell’H-1B della futura first lady sostenendo che non avesse svolto lavoro retribuito prima di ottenere il permesso. Il suo nome riemerge quando conferma l’autenticità della documentazione contrattuale della ex modella slovena, pur dicendo di non ricordare se avesse lavorato senza autorizzazione nelle settimane precedenti alla concessione del visto. Poi la svolta diplomatica: nel 2017 è ambasciatore di Dominica all’Onu «per nomina e non per nazionalità», già attivo anche sul dossier degli oceani e della sostenibilità. Uomo d’affari, mondano, promotore di cause ambientali e, soprattutto, amico di lunga data di Trump con accesso ai luoghi del potere, il tratto che più colpisce, però, è il metodo.
Secondo il Financial Times, Zampolli è diventato uno dei “facilitatori” della diplomazia transazionale trumpiana, tanto da legare il suo nome allo slogan «20 miliardi in 20 minuti», formula che riassume la sua idea di mediazione rapida fra leader politici, grandi aziende e interessi strategici. Reuters lo colloca appunto dentro questa rete informale ma influente che gravita attorno al presidente americano con il profilo di un mediatore atipico, un facilitatore di relazioni che ha trasformato contatti personali, mondanità e accesso politico in una leva di potere, figura laterale ma ricorrente nelle storie che collegano affari, immagine e politica internazionale.
Oggi, a 55 anni, Zampolli è tornato a occuparsi direttamente del «dossier italiano» nel ruolo di inviato speciale, una posizione che lo colloca al centro dei nodi più sensibili del dialogo tra Stati Uniti e Italia. In questo quadro si inserisce anche l’incontro avvenuto alcune settimane fa a Roma, al ristorante Sanlorenzo, con il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, soprannominato «Giuseppi» da Trump quando era premier, nel 2019. Conte ha successivamente minimizzato l’episodio, spiegando sui social che la linea politica del M5S resta invariata. In conferenza stampa ha raccontato di aver detto a Zampolli che, se Trump si riconosce nello slogan «Make America Great Again», lui rivendica un «Make Italy Great Again». E chissà magari partendo proprio dal ritorno degli Azzurri ai Mondiali. FIFA permettendo.









































