Darmian si racconta: «L’Inter mi ha cambiato la vita. Avrei voluto restare un altro anno, ma voglio ancora giocare» | OneFootball

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·24. Juli 2026

Darmian si racconta: «L’Inter mi ha cambiato la vita. Avrei voluto restare un altro anno, ma voglio ancora giocare»

Artikelbild:Darmian si racconta: «L’Inter mi ha cambiato la vita. Avrei voluto restare un altro anno, ma voglio ancora giocare»

L’ex difensore nerazzurro Darmian guarda al futuro senza chiudere alcuna porta, ripercorre gli anni vissuti all’Inter e racconta emozioni, rimpianti e ambizioni

Matteo Darmian è pronto a scrivere un nuovo capitolo della sua carriera. In un’intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, l’ex difensore dell’Inter ha raccontato le emozioni vissute durante l’esperienza in nerazzurro, il dispiacere per l’addio, il desiderio di restare ancora protagonista in Serie A e i progetti per il futuro. Ecco le sue parole.


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Il futuro: la voglia di continuare a giocare

Come sta vivendo questa fase della sua carriera e quali sono le sue intenzioni per il futuro?

«Succede che sto bene e voglio continuare a giocare. Non ho paletti, ascolto e valuto le offerte che arrivano, ma preferirei restare in Italia».


L’eredità lasciata dall’Inter

Qual è il ricordo più importante che porta con sé dopo gli anni trascorsi in nerazzurro?

«Tre scudetti, tre Coppe Italia, tre Supercoppe e due Champions solo sfiorate, a Istanbul e Monaco: quelle coppe mancate sono i miei rimpianti più grandi. L’Inter mi ha semplicemente cambiato la vita, come uomo e come calciatore. Ad Appiano ho trovato un ambiente straordinario, dove mi sono sentito bene fin dal primo giorno e ho potuto esprimermi al 100%. Questo mi ha permesso di scrivere un pezzettino di una storia incredibile. Mentirei se dicessi che non mi manca: quando sei stato bene in un posto è difficile andare via… Però sono sereno perché so di avere dato tutto (la voce si spezza, ndr )».

Sperava di ricevere una proposta per proseguire l’avventura con l’Inter?

«Diciamo che mi sarebbe piaciuto fare un altro anno in nerazzurro, lo ammetto. La società, però, ha fatto altre valutazioni e le rispetto, ma mi sento ancora un giocatore da Serie A alla mia età».


Dal Milan all’Inter: un percorso speciale

Che significato ha avuto indossare la maglia dell’Inter dopo essere cresciuto nel vivaio del Milan?

«In qualche modo, il coronamento di un percorso di vita. Devo tantissimo al settore giovanile del Milan, che è stata una scuola di vita. Poi al Torino, dove sono esploso e ho capito chi ero davvero, e allo United, che mi ha portato a un altro livello. Ma arrivare nella squadra per cui ho sempre tifato è stato speciale. Forse esserci riuscito già in età matura mi ha permesso di dare ancora di più, di mettere tutto me stesso in quello che facevo. È stata una seconda giovinezza calcistica, costruita con lavoro, sacrifici e impegno».

Quale pensa sia stato il contributo che ha dato al gruppo nerazzurro?

«Semplicemente il mio essere Matteo. E così vorrei essere ricordato dai tifosi, come un ragazzo e un giocatore semplice. Non ho mai rubato l’occhio, ma ho sempre cercato di essere un buon soldato e di fare nel miglior modo possibile quello che mi veniva chiesto. Anche nell’ultimo anno, pur giocando meno, mi sono allenato sempre al massimo. Se i giovani, ma anche i compagni più esperti, hanno preso in parte esempio da me, allora ho fatto bene il mio lavoro».

Ha mai avuto la sensazione che il suo valore fosse stato riconosciuto meno del dovuto?

«No. Ho sempre guardato soltanto al mio lavoro. Le opinioni degli altri sono rispettabilissime, ma ho seguito la mia strada. Ho avuto, come tutti, alti e bassi, ma sono convinto che il miglior Darmian sia stato quello dell’Inter».


I giovani e il caso Palestra

Perché oggi è sempre più raro trovare giocatori con caratteristiche umane e professionali simili alle sue?

«Sono cresciuto con valori precisi. Ho dovuto lavorare tanto e non mi è stato regalato niente. Oggi, magari, molti ragazzi hanno tutto molto prima e questo può portarti a perdere un po’ di vista la realtà…».

Come valuta la decisione di Palestra di accettare l’offerta del Chelsea?

«Rispetto la sua scelta e nessuno dovrebbe sindacarla. Ogni situazione è diversa e molto dipende anche dalle persone che hai accanto e dai consigli che ricevi, ma penso che la personalità del calciatore possa ancora fare la differenza. Prima di andare a Manchester avevo disputato tre grandi campionati di Serie A e sentivo di essermi meritato quel passaggio. Oggi il mercato è diverso…».


Gli allenatori che hanno segnato il suo percorso

Che cosa le hanno trasmesso Conte, Inzaghi e Chivu durante la loro esperienza insieme?

«Con Conte è stato più semplice inserirmi perché lo conoscevo già dalla Nazionale. Mi ha trasmesso una mentalità vincente e ha gettato le basi del ciclo. Inzaghi ha dato continuità lasciandoci più libertà in campo: dispiace non aver vinto ancora di più, ma siamo sempre stati competitivi. Chivu ha trovato un gruppo forte, ma in un momento delicato dal punto di vista psicologico. Ha capito subito che, prima ancora della tattica, serviva ritrovare equilibrio mentale».


Il futuro dell’Inter e i legami nello spogliatoio

Quanto può ancora durare il ciclo di questa Inter costruita sullo stesso nucleo storico?

«Ancora a lungo perché conta la qualità. Questi giocatori vivono di Inter, conoscono perfettamente l’ambiente e sanno cosa serve per vincere. Anche grazie a loro, tutti i nuovi arrivati riusciranno a inserirsi senza problemi. Chi arriva trova uno spogliatoio senza grandi egoismi e con un’unità d’intenti incredibile. È la forza dell’Inter e può durare per tanti anni».

Quali rapporti sono rimasti più forti tra i suoi ex compagni di squadra?

«Con tutto il gruppo italiano ho legami che vanno oltre il calcio. E poi cito Marcus Thuram: è francese, ma in fondo anche lui un po’ italiano. Mi ha detto che, a furia di restare in panchina al Mondiale, si è sentito un po’ Darmian…».


Il futuro dopo il calcio

Ha già immaginato quale sarà il suo percorso una volta appesi gli scarpini al chiodo?

«L’Inter mi aveva prospettato un ruolo nel settore giovanile: ne sono stato onorato, ma non era il momento. Mi piacerebbe, comunque, un giorno allenare, partendo dai ragazzi».

Chi sente di dover ringraziare maggiormente per la carriera che ha costruito?

«Oltre a mio padre, a Chicco Evani. Nei Giovanissimi del Milan mi lasciava spesso fuori, ma in privato mi diceva sempre: “Fidati di me e continua così”. Lì per lì non capivo, invece aveva ragione: mi ha insegnato lui ad avere pazienza. E un altro allenatore mi disse una frase che porto ancora con me: “Ogni traguardo è un inizio”. Per questo, adesso voglio iniziare ancora».

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