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·16. Juli 2026

ESCLUSIVA – Gigi Cagni: la ricetta per far ripartire il sistema calcio italiano in tre semplici punti

Artikelbild:ESCLUSIVA – Gigi Cagni: la ricetta per far ripartire il sistema calcio italiano in tre semplici punti

Gigi Cagni spiega come rilanciare il calcio italiano: meno slogan, più settori giovanili e meritocrazia. Così si combatte la crisi

Il calcio italiano ha bisogno di una rivoluzione? Per Gigi Cagni, storico allenatore che ha scritto pagine importanti della Serie A, più che di una rivoluzione servono tre interventi semplici, concreti e soprattutto realizzabili. Nel corso di una lunga telefonata avuta oggi, l’ex tecnico ha spiegato quella che considera la vera ricetta per riportare il nostro movimento ai livelli che gli competono, partendo da un principio fondamentale: smettere di complicare ciò che dovrebbe essere semplice.


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Dalle parole utilizzate per raccontare una partita fino alla gestione dei settori giovanili, passando per il coraggio di costruire davvero il futuro del calcio italiano e per la recente scelta di Giovanni Malagò in chiave Nazionale, il pensiero di Cagni segue un filo logico ben preciso: tornare al merito, alla competenza e al buon senso.

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Il calcio deve tornare a parlare una lingua comprensibile

Il primo punto, apparentemente banale, in realtà racchiude una riflessione molto più profonda.

Secondo Cagni, il calcio italiano dovrebbe abbandonare quel linguaggio artificiale che negli ultimi anni ha preso sempre più spazio nelle trasmissioni televisive e nei dibattiti tattici.

Oggi si sente parlare continuamente di “braccetto”, di termini inglesi utilizzati senza necessità e di definizioni che fino a pochi anni fa semplicemente non esistevano.

Per Cagni il problema non è soltanto lessicale.

Il problema è che si parla sempre meno per spiegare e sempre più per dimostrare di sapere.

Una parte del giornalismo e del commento tecnico, secondo il suo punto di vista, sembra avere come obiettivo quello di stupire il pubblico piuttosto che aiutarlo a comprendere cosa accade realmente sul terreno di gioco.

La domanda che pone è tanto semplice quanto efficace.

Dentro uno spogliatoio con 25 calciatori, un allenatore parlerebbe davvero in questo modo?

La risposta, per lui, è chiaramente negativa.

Un tecnico deve comunicare in maniera diretta, semplice ed efficace.

Lo stesso dovrebbe fare chi racconta il calcio.

Perché un linguaggio costruito per apparire sofisticato rischia soltanto di allontanare gli appassionati, soprattutto quelli più giovani.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che più preoccupa Cagni.

Oggi tanti ragazzi si avvicinano ad altri sport anche perché trovano il calcio sempre meno immediato e sempre più complicato da capire, anche nel modo in cui viene raccontato.


Il vero punto di partenza sono i settori giovanili

Se però esiste un tema sul quale Cagni insiste con particolare convinzione è quello dei settori giovanili.

Per lui è qui che si gioca il futuro del calcio italiano.

Non esistono scorciatoie.

Senza una base forte, nessun sistema può produrre grandi risultati.

Nel corso della telefonata ha ricordato l’esperienza vissuta a Empoli, citando due nomi che avrebbero poi scritto pagine importanti del nostro calcio: Claudio Marchisio e Sebastian Giovinco.

Due ragazzi passati da quel percorso formativo che rappresenta perfettamente ciò che, secondo lui, dovrebbe essere il modello da seguire.

Non basta insegnare calcio: bisogna formare persone

Per Cagni il settore giovanile non può limitarsi all’aspetto tecnico.

Un giovane calciatore deve certamente migliorare il controllo del pallone, la tattica, la tecnica individuale e collettiva.

Ma tutto questo non basta.

Bisogna lavorare sulla testa.

Bisogna insegnare responsabilità, educazione, capacità di affrontare gli errori, cultura del sacrificio e mentalità vincente.

Sono proprio questi aspetti a fare la differenza quando un ragazzo arriva nel calcio professionistico.

Troppo spesso, invece, i vivai vengono valutati soltanto in base ai risultati delle squadre giovanili.

Secondo Cagni è un errore enorme.

L’obiettivo non deve essere vincere un campionato Under 17.

L’obiettivo deve essere portare più calciatori possibili in Serie A e nel calcio professionistico.

È una differenza sostanziale che cambia completamente il modo di lavorare.

Gli allenatori dei vivai meritano molto più riconoscimento

Un altro punto sul quale Cagni insiste riguarda la figura degli allenatori dei settori giovanili.

Secondo lui rappresentano uno degli elementi più importanti dell’intero movimento calcistico italiano.

Eppure sono anche quelli meno valorizzati.

Quando una grande società arriva a prendere un ragazzo promettente cresciuto in un piccolo club, tutti parlano del talento del giovane.

Quasi nessuno, invece, riconosce il lavoro svolto negli anni dagli allenatori che lo hanno formato.

Sono loro ad aver corretto i difetti tecnici.

Sono loro ad aver costruito il carattere del ragazzo.

Sono loro ad avergli insegnato cosa significhi essere un calciatore.

Eppure il loro lavoro raramente viene premiato o riconosciuto come dovrebbe.

Per Cagni questa mentalità deve cambiare.

Chi forma il talento deve essere valorizzato tanto quanto chi poi lo porta ai massimi livelli.

Perché senza quella prima fase non esisterebbe la seconda.


I giovani non devono giocare perché sono giovani

Un altro luogo comune che Cagni vorrebbe cancellare riguarda il continuo dibattito sui giovani.

Secondo lui è sbagliato ripetere che bisogna far giocare i ragazzi soltanto perché rappresentano il futuro.

I giovani devono giocare quando sono pronti e quando sono bravi.

Non esistono scorciatoie.

Allo stesso tempo, però, esiste un altro problema che viene troppo spesso ignorato.

Un allenatore che decide di schierare tre o quattro ragazzi contemporaneamente sa perfettamente di assumersi un rischio.

Se perde quella partita, spesso viene immediatamente messo in discussione.

Per questo motivo parlare dall’esterno è semplice.

Molto più difficile è prendere quelle decisioni ogni domenica sapendo che il proprio futuro professionale dipende dal risultato.

È anche per questo che Cagni invita a smettere di giudicare tutto soltanto attraverso slogan.


L’allenatore “aziendalista”? Una definizione troppo facile

Tra le etichette che negli ultimi anni vengono utilizzate con maggiore frequenza c’è quella di allenatore aziendalista.

Una definizione che Cagni considera spesso superficiale.

Durante una partita un allenatore conosce perfettamente il peso economico di ogni risultato.

Sa quanto una vittoria, una qualificazione europea o una salvezza possano incidere sui bilanci della società.

Sa anche quanto una sconfitta possa compromettere programmi, investimenti e prospettive.

Per questo motivo è troppo facile giudicare determinate scelte soltanto dall’esterno.

Dietro ogni decisione esistono responsabilità enormi che chi vive quotidianamente il calcio conosce molto bene.


La fiducia nella scelta di Malagò: avanti con il merito

L’ultima riflessione riguarda invece la Nazionale italiana.

Cagni guarda con fiducia alla scelta effettuata da Giovanni Malagò, che ha deciso di affidarsi a Paolo Maldini e Leonardo.

Naturalmente saranno poi i risultati a determinare il giudizio finale.

Ma il principio, secondo lui, è quello corretto.

Si è scelto di affidarsi a figure di grande competenza e prestigio, premiando il merito anziché le raccomandazioni.

Ed è proprio questa la direzione che il calcio italiano dovrebbe seguire sempre.

Perché le persone giuste devono arrivare nei posti giusti grazie alle proprie capacità.

Solo così il sistema può tornare a crescere in maniera credibile e duratura.

La ricetta di Cagni è semplice, ma richiede coraggio

Alla fine della telefonata rimane una sensazione precisa.

La ricetta proposta da Gigi Cagni non è fatta di formule magiche né di rivoluzioni impossibili.

È una ricetta costruita sul buon senso.

Parlare un linguaggio semplice. Investire seriamente nei settori giovanili. Creare una cultura che premi il merito anziché le etichette e le raccomandazioni.

Tre punti apparentemente elementari.

Ma proprio per questo, forse, rappresentano la strada più concreta per restituire competitività al calcio italiano.

Perché il futuro non si costruisce inventando nuove parole o rincorrendo mode tattiche.

Si costruisce formando persone, valorizzando chi lavora ogni giorno con i giovani e creando un sistema capace di riconoscere davvero competenza, sacrificio e qualità.

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