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·24. März 2026
Il confine invisibile del tifo: dove finisce l’amore per la maglia e inizia la deriva pericolosa – VIDEO di Chiara Aleati

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“Il calcio è dei tifosi.” È un mantra, una verità assoluta del nostro sport. Senza chi paga il biglietto, senza chi fa centinaia di chilometri sotto la pioggia per una trasferta, questo mondo sarebbe solo un freddo business aziendale. Ed è proprio in nome di questo amore viscerale che nasce la “contestazione”. Il diritto sacrosanto di alzare la voce e dire: “Noi non ci stiamo”.
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Ma in questa stagione stiamo assistendo al solito, preoccupante film. Un film dove il confine tra il diritto di critica e la pura follia diventa sempre più sottile. Fino a sparire.
Partiamo da un presupposto: contestare è giusto. È una dinamica sana. Se una dirigenza sbaglia per anni o se una squadra scende in campo senza rispetto per la maglia, il pubblico ha il dovere morale di farsi sentire. E ci sono modi per farlo in maniera forte ma pulita. Pensiamo alla Lazio: quando la curva decide di lasciare lo Stadio Olimpico desolatamente vuoto, lancia un messaggio assordante alla società, colpendo dritto al cuore (e al portafogli) senza bisogno di scadere nella violenza verbale, a parte qualche scheggia impazzita. Oppure alla Juventus, dove i tifosi in più occasioni hanno scelto la via dello sciopero del tifo e del silenzio per far capire che qualcosa si è rotto. Lo abbiamo visto anche a Genova, con la piazza rossoblù che ha preteso chiarezza dalla nuova proprietà con fermezza, ma mantenendo il confronto su binari civili.
Anche a Torino, sponda granata, abbiamo visto una forma di dissenso forte ma legittima, con la piazza che ha portato la propria voce sotto la sede milanese di RCS per contestare Cairo, srotolando striscioni pungenti come “L’orgoglio di Urbano fa tic-tac”. È una dialettica aspra. Ma è il sale del calcio.
Ma poi… poi c’è il lato oscuro. C’è il momento esatto in cui il tifoso smette di essere un innamorato ferito e diventa qualcosa di diverso.Ed è successo proprio all’interno di questa stessa contestazione granata: nei giorni scorsi, un uomo è partito da Torino ed è andato fino al paese d’origine della famiglia Cairo, per imbrattare i muri e persino le zone vicine al cimitero con minacce e frasi shock che colpiscono la famiglia, i bambini, la sfera privata. Questo non è tifo. È pura follia.
E questa follia non ha categorie. In Serie B, in queste stesse ore, abbiamo assistito a un’altra pagina agghiacciante. Ci spostiamo a Bogliasco, la Samp rischia e la tensione è alle stelle. Ma nulla può giustificare i blindati della Polizia a scortare gli allenamenti e quel coro, rimbombato nitido contro i giocatori: “O vi salvate, o vi ammazziamo”.
Fermiamoci un secondo. “O vi ammazziamo”. Viene gridato a dei ragazzi che stanno correndo dietro a un pallone o imbrattiamo i cimiteri delle famiglie dei presidenti. Spesso si cerca di giustificare queste derive con la solita frase: “Eh, ma guadagnano milioni”. Come se un conto in banca a sei zeri fosse un lasciapassare per subire minacce o auguri di morte.
La contestazione, quando scade nella minaccia o nella violenza, smette di essere amore per la maglia. Diventa solo un triste alibi per sfogare le proprie frustrazioni personali. È arrivato il momento di tracciare una linea rossa invalicabile. Il calcio è l’essenza della nostra cultura popolare, è la gioia o la rabbia del lunedì mattina. Ma, alla fine della fiera, resta pur sempre uno sport. Un bellissimo, importantissimo gioco.
La passione è il motore del calcio. Ma ricordiamocelo sempre: quando il motore va fuori giri, la macchina si schianta. Voi da che parte state? Qual è, secondo voi, il limite che un tifoso non dovrebbe mai superare?









































