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·3. Juli 2026

Il tarlo delle percentuali sulla rivendita che azzera i progetti a lungo termine

Artikelbild:Il tarlo delle percentuali sulla rivendita che azzera i progetti a lungo termine

Tempo di Lettura: 3 minuti

Sia lodato il cielo, pare che l’orgia del calcio totale (quel correre in avanti regalando poi praterie ai contropiedisti di periferia) stia finalmente lasciando il passo a più miti consigli. Smaltita l’ebbrezza dell’era Italiano, al Bologna tocca fare i conti con la realtà terragna del nostro campionato. Per mesi abbiamo visto difensori costretti a fare i registi e terzini trasformati in ali d’assalto, col deprecabile risultato di raccogliere scroscianti applausi dai soloni della critica e schiaffi sonori nei tabellini della domenica, soprattutto al Dall’Ara. Ora basta. All’ombra delle Due Torri serve urgentemente il ritorno al calcione di sostanza, rude e contadino. Meno presunzione di dominare il mondo tramite il possesso palla ipnotico e più sacro timore dello spazio concesso all’avversario. Il BFC ha un disperato bisogno di riscoprire il profumo del contropiede e la solidità dei propri ormeggi difensivi.


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C’è da dire che il contesto geopolitico non aiuta affatto. Siamo nell’estate in cui il circo massimo dei Mondiali a quarantotto squadre piene di carneadi ha ridefinito i confini del logorio atletico globale. Abbiamo visto sui campi del Nord America una fiera del podismo frenetico, dove i fanti di centrocampo sono costretti a correre fino a sputare i polmoni per soddisfare le emittenti satellitari, ma dove a vincere, alla fine, sono sempre i vecchi e sani precetti: la cerniera difensiva che non concede un millimetro e la stoccata cinica del contropiedista. Il Bologna che guarda a questa evoluzione del pallone non può permettersi il lusso di fare la provinciale snob. Chi vuole sopravvivere nell’arena moderna deve avere garretti d’acciaio e molta polpa nei muscoli, non grilli metafisici per la testa.

Ma il vero dramma che corrode l’anima e il midollo del nostro football non risiede solo nelle lavagne tattiche dei geometri della panchina, bensì nei registri contabili delle società. Questo mercato si sta rivelando una fiera del bestiame elettronico, dominata dall’aberrazione del ‘diritto di percentuale sulla futura rivendita’. Una gabella medievale travestita da finanza creativa (eredità delle vecchie comproprietà ) che ha irrimediabilmente trasformato i club in uffici di cambio e i calciatori in titoli di stato volatili, soggetti alle paturnie degli speculatori. Si compra non per vincere la domenica successiva davanti ai propri tifosi, ma per calcolare il plusvalore del lunedì dopo nei bilanci societari.

In questo frenetico viavai di pedatori che paiono commessi viaggiatori spaventati dalla propria ombra, il Bologna rischia di smarrire il proprio codice genetico e l’intesa nei reparti nevralgici del campo. Prendiamo la difesa, il vero sancta sanctorum di ogni squadra padana che si rispetti: come si può plasmare una diga sincrona, un blocco di granito capace di muoversi all’unisono, se ogni estate le colonne portanti vengono divelte per fare cassa immediata? Via Calafiori, via Beukema, tra poco via Lucumí. Il meccanismo perverso della percentuale sulla rivendita, che i ragionieri anglofili chiamano con l’esotico termine di sell-on fee, agisce come un tarlo silenzioso.

Per evitare queste trappole speculative, la dirigenza è oggi costretta a inserire la stessa identica clausola a specchio sugli acquisti successivi: si compra un giovane talento sapendo già, con cinismo matematico, che metà del suo valore futuro appartiene a qualcun altro. Questo trasforma lo spogliatoio in una misera stazione di transito ferroviario. I ragazzi arrivano sotto le Due Torri, si mettono in mostra per una decina di domeniche a favore di telecamera e hanno già il procuratore con la calcolatrice in mano, pronto a preparare il prossimo passaggio di proprietà oltremanica o in qualche ricca metropoli.

Il verdetto del campo, tuttavia, non si cura minimamente dei bilanci. Se il Bologna vuole continuare a far tremare senza ridursi a un mero incubatore di profitti per le grandi potenze, deve imporre un freno a questa anarchia mercantilista e blindare l’ossatura nei ruoli chiave. Non si può ricostruire un attacco o una linea mediana partendo ogni volta da zero, sperando che l’algoritmo peschi l’ennesima scommessa esotica da venti milioni da rivendere a quaranta all’alba della stagione successiva col 30% sulla futura seconda rivendita.

Meno speculazioni sui diritti di rivendita, meno passaggini orizzontali da esteti del vuoto spinto, e molta più attenzione alla trincea e alla stabilità del gruppo. Per battere i colossi servono automatismi ferrei, di quelli che si trovano solo sputando sangue insieme per due, tre, quattro stagioni di fila sullo stesso prato. San Luca non chiede la luna, chiede undici fanti che si conoscano a memoria, che sappiano patire le folate avversarie e, quando la tempesta infuria e i garretti tremano, sappiano buttare il pallone in tribuna senza arrossire. Il calcio è una cosa seria, di fango, ma soprattutto di continuità.

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