Juventus, Trezeguet: “Rimasi in Serie B per i tifosi. Spero ritorni il classico numero 9 come Haaland” | OneFootball

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·9. Juni 2026

Juventus, Trezeguet: “Rimasi in Serie B per i tifosi. Spero ritorni il classico numero 9 come Haaland”

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David Trezeguet si è concesso ad una lunga intervista al quotidiano AS dove ha parlato anche della Juventus.

David Trezeguet non è soltanto il calciatore straniero con più presenze nella storia della Juventus: il francese è una vera e propria icona. Pur essendo stato uno degli attaccanti più prolifici di inizio millennio decise di rimanere legato ai colori bianconeri per la maggior parte della sua carriera, scendendo anche in Serie B dopo il processo Calciopoli.


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L’ex attaccante si è concesso ad una lunga intervista ad AS in cui ha parlato di diversi temi tra cui il River, la Nazionale e il prossimo Mondiale. Ecco l’estratto completo.

Juventus, le parole di Trezeguet

Come sta procedendo il progetto internazionale del River Plate? “Molto bene. Abbiamo trascorso le ultime due settimane in Europa. Siamo stati a Parigi e ora a Madrid per presentare il nostro piano, che è il risultato di 12 anni di crescita strutturale e sportiva. Il River ha circa 350.000 soci e, sebbene il 90% si trovi in Argentina, abbiamo club di tifosi anche in posti come Malaga, Siviglia e Barcellona”.

Lei è così legato al River da averci giocato persino in seconda divisione? “Il River scaturisce qualcosa di profondamente emotivo. Sono un tifoso da sempre. Il club stava attraversando il momento più difficile della sua storia. Almeyda mi chiamò e io accettai immediatamente. Il River è passione pura, estrema. Il Sudamerica non ha nulla a che vedere con l’Europa. Quello che il River mi ha dato in soli sei mesi è stato incredibile, i tifosi me lo hanno fatto sentire chiaramente. Per questo, quando in seguito mi hanno chiesto di diventare ambasciatore del club, ha significato moltissimo per me”.

Com’è la vita da ex giocatore che lavora nel management societario? “Ho sempre amato il ruolo del direttore sportivo. Ho iniziato in Argentina e qui in Spagna ho completato il corso da direttore sportivo della RFEF. Come ex giocatore cerchi sempre di migliorarti. C’è bisogno di equilibrio tra la figura dell’ex calciatore e quella del dirigente. Credo molto in questa connessione. Di sicuro, fare gol è più facile che lavorare in un ufficio”.

Lei è nato in Francia, ma si sente argentino… “Mio padre era un calciatore professionista. Si trasferì in Francia nel 1975 e vi rimase fino al 1979. Nel 1977 arrivò la sorpresa: la mia nascita. Rimanemmo lì altri due anni, poi tornammo in Argentina”.

E anni dopo è tornato in Francia, facendo la storia: “I club sapevano che mio padre aveva un figlio e attirai la loro attenzione. Andai a fare un provino al PSG. Volevo solo che la mia famiglia fosse con me. Il PSG però voleva che io alloggiassi nella foresteria del club, senza di loro. Il Monaco, invece, accettò di far restare la mia famiglia. Gliene sono molto grato. Adattarsi fisicamente, imparare la lingua: è stato tutto importante. Avevo un insegnante che mi insegnava il francese. Eravamo una famiglia della classe media, avevamo lo stretto necessario. Tutto è avvenuto in modo naturale”.

È vero che avrebbe potuto giocare nel Real Madrid? “Il Castilla mi contattò. Il Madrid voleva Thierry Henry, mio compagno di squadra al Monaco, per la prima squadra, e voleva che andassi anch’io. Poi però lui ebbe dei problemi con i suoi agenti e non se ne fece nulla”.

E all’improvviso arriva la chiamata della Nazionale francese? “Fu una questione burocratica. Quando mi trasferii in Francia a 16 anni, la doppia cittadinanza non era un’opzione. Dovetti tenere il passaporto francese. Non avrei mai immaginato di arrivare lì da perfetto sconosciuto nel 1995 e diventare campione del mondo nel 1998. Qualcosa di simile è successo con Higuaín, anche se lui ha scelto di rinunciare alla nazionalità francese. A livello emotivo faccio sempre questa riflessione: Batistuta era alla Roma, Crespo alla Lazio e io ero il capocannoniere della Serie A con la Juventus. Mi chiederò sempre cosa avrei potuto dare all’Argentina giocando al loro fianco. Con la Francia, però, siamo diventati la prima nazione europea a venire da due grandi tornei consecutivi. La Francia si è adattata a me e io alla Francia. Vincere il Mondiale e l’Europeo è l’apice assoluto”.

Perché ha scelto di trasferirsi alla Juventus? “Sentivo il bisogno di un cambiamento e scelsi la Juventus. C’era Ancelotti in panchina, e in attacco c’erano Vieri e Inzaghi. Sono cresciuto passo dopo passo. Sono finito per diventare lo straniero rimasto più a lungo alla Juve e il miglior marcatore argentino nella storia del club, superando persino Sivori. Ho vissuto tutto, anche Calciopoli. Ho giocato con tre Palloni d’Oro: Zidane, Nedvěd e Cannavaro. E soprattutto c’era l’intesa con Del Piero: insieme abbiamo superato la coppia d’attacco più prolifica della storia della Juve”.

Ha vissuto anche l’era più dura del calcio italiano: “Nel 2006 abbiamo perso la finale del Mondiale contro l’Italia e io ho sbagliato un rigore. Aggiungeteci Calciopoli: abbiamo iniziato la stagione successiva con una penalizzazione di 15 punti. La società ci diede la possibilità di andarcene. Capello, Emerson e Cannavaro andarono al Real Madrid. Thuram e Zambrotta al Barcellona. Vieira e Ibrahimović all’Inter. Noi, invece, scegliemmo di restare. Eravamo un gruppo di amici. Non è stato facile – sembrava un anno perso – ma abbiamo lottato per risalire. La cosa che mi è rimasta più impressa è il riconoscimento da parte dei tifosi”.

Da persona che ha lasciato l’Argentina da giovanissimo, capisce la scelta di Mastantuono di lasciare il River? “Come si fa a dire di no al Real Madrid? O al Barcellona? Probabilmente andrà via in prestito. Nico Paz è un ottimo esempio per lui. I giocatori del River nascono, crescono e alla fine se ne vanno: è il loro sogno. Mastantuono ha firmato con il Real Madrid a 17 anni, e anche il PSG stava spingendo molto. Quando questi ragazzi iniziano a mostrare il loro talento, non possiamo trattenerli. È successo anche con Echeverri. Ecco perché mantenere il dialogo con i club europei è fondamentale. Il talento sudamericano è puro e irresistibile per l’Europa”.

Come vede i Mondiali? “La competizione sarà una prova emotiva importante. Tra le favorite, la Francia è la candidata numero uno. I suoi giocatori militano nei top club europei e sono abituati a vincere. Lo zoccolo duro è rimasto, ma si sono aggiunti nuovi talenti come Olise, Cherki, Barcola e Doué. L’Argentina è la squadra campione in carica e ha Messi, che avrà bisogno di un’attenta gestione. Sarà l’ultimo Mondiale per Neymar, Cristiano Ronaldo, Messi… La Spagna ha un ottimo aspetto, gioca in modo molto libero. E poi ci sono il Brasile e la Germania, che non possono mai nascondersi di fronte alla propria storia”.

Pensa che la Spagna abbia buone possibilità? “Curiosamente, non ci sono giocatori del Real Madrid in rosa. È talento puro. Lamine Yamal è uno dei giocatori più attesi e De la Fuente conosce benissimo il suo gruppo. La Spagna non si nasconde di fronte ai propri obiettivi, e questo è un approccio sano”.

I classici numeri 9, i centravanti d’area, stanno scomparendo? “Guardiola è stato il primo ad allontanarsi dall’idea del centravanti tradizionale, e ora ci è ritornato con Haaland. Quel ruolo è essenziale. Spero che il classico numero 9 ritorni. Amo quella posizione: colui che finalizza il lavoro dei compagni. È quello che sentivo dentro quando giocavo”.

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