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·30. März 2026

Pisacane: «A Cagliari sento di avere una grandissima responsabilità! Sul rapporto con i giocatori dico questo»

Artikelbild:Pisacane: «A Cagliari sento di avere una grandissima responsabilità! Sul rapporto con i giocatori dico questo»

Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari, ha rilasciato delle dichiarazioni sulla sua esperienza in rossoblù e sul suo periodo di formazione

Fabio Pisacane ha parlato di diversi temi in una lunga intervista realizzata da Cronache di Spogliatoio. L’allenatore del Cagliari si è espresso sulla scelta di restare a vivere in Sardegna, la sua formazione tecnico e tanto altro ancora. Le sue parole:

ALLENARE IL CAGLIARI – «Quando mi hanno nominato allenatore del Cagliari, ero alla prima esperienza in Serie A e non me lo aspettavo. Non ho avuto problemi a mostrare le mie fragilità alla squadra, anche perché penso che un uomo non si giudichi dalle sue fragilità, dal fatto che non ha paura di mettere fuori quel suo lato debole. In questi mesi ho solo cercato di essere me stesso, entrando in punta di piedi e umilmente mostrando le mie debolezze. E nello stesso momento ho messo fuori i miei lati forti, i miei pregi. Perché quando sei umano e credibile, tutto diventa più facile. La paura non è un limite, è il linguaggio dei vincenti».


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IL PERCORSO – «Vado contro quello che abbiamo letto e sentito in tantissime interviste, ma per quello che ho vissuto sulla mia pelle, quello che ho cercato di fare da calciatore, scalando montagne perché non avevo i requisiti tecnici per arrivare in Serie A… se ci sono arrivato è stato anche quel pizzico di paura di confrontarmi con una categoria, perché aver paura non significa temere l’avversario, ma rispettarlo. È un sentimento che ti permette di tirare fuori rispetto per l’avversario».

COLTIVARE I RAPPORTI – «I miei compagni mi hanno sempre detto che avevo una dote: coltivare rapporti. Soprattutto nello spogliatoio. Questa è una caratteristica che è difficile allenare, qualcosa che hai dentro. Coltivavo rapporti, è normale che poi nel calcio giocato, dall’altra parte si vive anche di tanti bias cognitivi, scorciatoie, pregiudizi. Quello significa sapersi muovere in spogliatoio, che è molto interessante. Perché quando due compagni hanno una discussione è normale che devi stare nel mezzo, devi essere neutro, devi cercare di capire lo stato d’animo di uno e dell’altro e sai che in quel momento l’atteggiamento che stai avendo porta punti. Perché se riesci con i modi e con i tempi giusti a metterli di nuovo l’uno davanti all’altro e farli chiarire è qualcosa che poi ti riporti anche in campo, che devi sapere come muoverti con i tempi e con i modi».

GLI INSEGNAMENTI DI RANIERI – «Ho tanta ambizione. Ispirato anche da un maestro come Claudio Ranieri, che una volta mi ha detto: ‘Puoi essere bravo quando vuoi nell’aspetto tecnicotattico, ma se non sai gestire il gruppo è tutto inutile’. Questo mi ha portato a volermi evolvere partendo da un concetto che mi ha sempre accompagnato nella vita: la curiosità. Il calciatore Fabio Pisacane è un capitolo chiuso, quando mi manca mi guardo qualche video, ma devi scindere le due carriere: quel personaggio non esiste più, ma da quel personaggio mi sono preso la voglia di essere curioso ed evolvere. Questo andare avanti mi ha portato a fare un master alla Bocconi, in comunicazione, mi ha portato a fare uno studio sulla generazione, mi ha portato a cercare di imparare più lingue. L’ambizione è quella di voler fare questo lavoro su più latitudini. Sono tre anni e mezzo che faccio inglese. Faccio lezioni private con una madrelingua che si chiama Haiti, che vive qua a Cagliari, ha il padre canadese e la mamma sarda, ha scelto di vivere in Sardegna. E poi ne faccio una qui a Cagliari, in centro. Ho provato anche lo spagnolo e anche francese: i dittonghi mi piacciono tantissimo…».

STUDIO DELLE NUOVE GENERAZIONI – «Lo studio a cui sono più legato è quello sulla generazione. Ero in vacanza a Ibiza con la famiglia. Chiacchierando e chiacchierando con un amico, mi ha aperto un mondo, ho fatto delle lezioni private e ho approfondito le generazioni. Quello che siamo stati e quello che stiamo diventando. Questa generazione, come ho detto prima, vive di like, di desiderio, di sfide, qualsiasi cosa deve essere finalizzata a un premio, vivono di obiettivi. Il troppo diventa noioso, il poco li stressa. Devi conoscere per cercare di ottimizzare. E qui entriamo in quello che dicevo prima, perché possiamo essere gli allenatori più forti al mondo tecnicamente, tatticamente, però se poi non ti rapporti con questa fascia d’età come ti devi rapportare, è tutto inutile. Oggi la barriera della cultura è un po’ valicata, perché il focus è sulla generazione ti permette di parlare con più nazionalità allo stesso modo. Anche perché poi tutti hanno un pensiero unico finalizzato alle immagini. Oggi la capacità più sviluppata del cervello è la capacità visiva. Perché questa generazione si è adattata alle immagini, l’input del cervello è cambiato nella predisposizione a quello che poi ti permette di mettere dentro. Penso che il discorso culturale è importante, però è molto diminuito il focus sulla differenza culturale. Perché poi quello che uno deve fare in ambito lavorativo è cercare di trasferire concetti nel modo migliore possibile. Oggi questa generazione ha necessità di sentire presenza e non sentire durezza. Ma mi piace sottolineare che il contatto non è strategia. È quasi un principio di carattere generale in una persona, se ce l’hai. Per me è un principio. Anche perché poi i calciatori ti sgamano. Qualcosa di sforzato, meglio non farlo. Qualcosa di spontaneo sì».

CONFRONTO CON I GIOCATORI – «Quando parlo con i miei giocatori, cerco di parlare di cose che esulano dal calcio. Non perdo mai l’occasione per suggerire un libro, magari un personaggio che gli possa lasciare qualcosa, che ho letto e mi ha dato degli spunti, che sfortunatamente ho letto in un’età molto avanzata. Ci sono arrivato con il tempo. Penso che un ragazzo si debba comportare da adolescente, poi da ragazzo, ovviamente, poi da uomo. Un altro sistema che mi ha ispirato è quello RedBull a Salisburgo. Ho voluto fare un’esperienza lì. Mi svegliavo prestissimo all’alba e ritornavo stremato in albergo. Sono andato lì veramente come una spugna per apprendere più cose possibili, anche di metodologia, sicuramente mi hanno aperto la mente. Lì ho imparato che questi giovani devono capire e non solo attuare. La cosa che mi ha colpito è che quando un allenatore si presenta da loro e fa un colloquio di lavoro, loro non mettono sul tavolo delle richieste ma sei tu e portare il tuo pensiero, la tua creatività, perché per loro non c’è niente di analitico».

ALLENATORI GIOVANI – «Non penso che sia un caso che io e Cuesta alleniamo le due squadre più giovani del campionato. Penso che dare giovani ad allenatori giovani, che hanno lavorato con i giovani, sia una cosa ponderata. Sono orgoglioso di rappresentare una squadra che in Italia ha attuato una politica di avere prevalentemente calciatori italiani. Noi ci siamo parlati subito perché abbiamo avuto la fortuna di incontrarci dopo tre giornate. La mia prima vittoria in Serie A l’ho fatta contro di lui. Ci siamo sentiti in questi mesi, mi è stato molto vicino anche nella situazione spiacevole che è successa da un punto di vista familiare. Questo certifica il valore del ragazzo».

LA SCELTA DI RIMANERE A VIVERE A CAGLIARI – «Sono rimasto a vivere a Cagliari a prescindere dalla mia carriera già quando ero un calciatore. Cagliari ti rapisce, ti prende. Non sono il primo, e non sarò neanche l’ultimo a fare questa scelta. È questo che la notte non mi fa dormire perché sento di avere addosso una grandissima responsabilità. Arrivando dalla formazione giovanile sicuramente mi permette di arrivare prima su certe cose, di capire prima i ragazzi e di sapere in quel preciso momento di cosa hanno bisogno».

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