Vicinanza: «Orgoglioso per la chiamata della Sampdoria! In Italia serve il coraggio di far giocare i giovani» – ESCLUSIVA | OneFootball

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·11. Juli 2026

Vicinanza: «Orgoglioso per la chiamata della Sampdoria! In Italia serve il coraggio di far giocare i giovani» – ESCLUSIVA

Artikelbild:Vicinanza: «Orgoglioso per la chiamata della Sampdoria! In Italia serve il coraggio di far giocare i giovani» – ESCLUSIVA

Alessandro Vicinanza Toscano, nuovo allenatore della Sampdoria U 16, ha parlato con noi in esclusiva dopo il suo arrivo a Genova

Alessandro Vicinanza Toscano è la scelta di Christian Puggioni per guidare la Sampdoria U 16 nella prossima stagione. Il direttore del settore giovanile blucerchiato l’ha convinto ad accettare un progetto ambizioso di rilancio all’interno dell’Academy doriana. Il tecnico ci ha concesso un’intervista esclusiva su diversi temi relativi alla sua carriera e a al calcio giovanile italiano. Le sue parole:

Reduce da un importante percorso vissuto a Lecco, cosa si porta dietro per la sua nuova esperienza alla Sampdoria?


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PERCORSO A LECCO E ARRIVO ALLA SAMPDORIA – «A Lecco è stato un percorso veramente indimenticabile aggiungerei, perché per come eravamo partiti qualche anno fa poi era un po’ impensabile arrivare dove poi siamo arrivati. Questo però a dimostrazione del grande lavoro che è stato fatto dalla società e da tutte le persone che hanno collaborato a a questo progetto, la squadra che ho seguito io e non solo. Il movimento Lecco in questi anni si è elevato all’ennesima potenza. E quindi mi porto dentro un’esperienza importante, chiaramente non solo calcistica ma proprio di vita. Ho lasciato degli amici e dei giocatori ai quali sono infinitamente grato. A livello di esperienza personale ho aggiunto tanto al mio bagaglio, questo mi darà sicuramente la forza e l’entusiasmo di affrontare questa nuova esperienza per la quale sono molto orgoglioso. Sono felice di avere questa grande possibilità approdando in una grande società come la Sampdoria!».

LA CARRIERA – «Ho un’esperienza più che decennale, perché ho iniziato molto presto, chiaramente all’inizio come hobby nelle categorie dei primi calci, dei piccolini; tutto ciò parallelamente al giocare. Inizi a fare il terzo allenatore, poi fai il secondo, poi fai i tuoi piccolini e poi da lì ho cominciato a capire che la vocazione era più quella del mister o presunto tale, piuttosto che del giocatore. Ho giocato anche a buoni livelli, ho fatto la Serie D, però poi a quel punto mi sono concentrato solo su questa passione che è diventata, a tutti gli effetti, un lavoro».

Cosa si aspetta dalla nuova avventura in blucerchiato? Inoltre, cosa ha provato sapendo dell’interesse del direttore Puggioni?

«Questa possibilità risale a qualche mese fa, o meglio, il primo contatto risale a qualche mese fa ed è stata sicuramente già di per sé, anche soltanto la la chiamata e l’interesse, motivo di grande lusinga. Quando ti chiama una società di questo blasone e di questo spessore è bello. Poi aver conosciuto il direttore Puggioni ha aumentato questa mia grande voglia di provare a fare questo questo salto, chiamiamolo così! Le sue parole, la sua passione, il progetto che mi è stato descritto in maniera perfetta, ha insomma ha fatto sì che poi io non esitassi un attimo nell’accettare. Ringrazio il direttore per questa fiducia perché comunque sai, io arrivo da Milano e quindi da un contesto diverso, da una regione diversa, quindi l’aver investito, se così si può dire, su un tecnico che arriva da fuori, è per me un grande orgoglio. Metterò tutta la volontà di ripagare questa fiducia sicuramente con grande passione, grande impegno e insomma non non posso che fare altro».

Quali sono i punti fermi che ha nell’impostare il suo lavoro? E che quindi porterà ora a Genova.

«Facendo un discorso un po’ più ampio, ho la fortuna di fare questo mestiere da tanti anni, di farlo con questa fascia di età che è molto delicata. Poi, che siano giovanissimi o allievi, insomma, cambia poco, parliamo sempre di un’età molto complicata, ma che è anche l’età più bella. Sono tanti anni che io mi sono soffermato su queste categorie perché mi piace il provare a dargli qualcosa per il loro percorso, aiutarli nella formazione. Secondo il mio punto di vista, poi, la cosa per cui mi sono battuto sempre, ovunque sono stato, al di là della categoria, è l’importanza della squadra e del riuscire a fare un un grande gruppo. Questo penso che sia stato negli ultimi anni uno dei grandi motivi che ci hanno permesso poi di raggiungere anche gli obiettivi importanti come lo scudetto, due campionati vinti, la finale persa quest’anno. C’è stata una grande unione di intenti, saper lavorare su questa età è tanto bello quanto difficile e se c’è una cosa su cui io, ribadisco, mi batto da tanti anni è proprio questo, più che sulla metodologia, la tecnica e la tattica. Poi, in base alla squadra che hai, evidentemente devi fare un lavoro diverso, anche in base alle esigenze della società per cui stai lavorando. Mi piace molto ascoltarli perché poi non tutti sono uguali, hanno quindici, sedici anni, e tutti hanno le loro storie e i rispettivi problemi chiaramente (scolastici e a casa). Noi dobbiamo anche conoscere quella che è la vita di questi ragazzi che poi andiamo ad allenare»

Quanto pensa che sia importante far si che i ragazzi a questa età sperimentino più ruoli possibile?

«Sì, è un tema importante, specialmente negli ultimi anni il lavoro che si è provato a fare è incentrato sul fatto che il giocatore avesse più nozioni, e avesse comunque capacità di ricoprire più ruoli all’interno della partita. Abbiamo provato a insegnarglielo, a saper scegliere, a sapersi smarcare come a saper scegliere il tempo di inserimento o saper riconoscere uno spazio; e questo li aiuta sicuramente. E’ un’idea di calcio un po’ moderno, io ho giocato gli ultimi due-tre anni con un terzino che non era un terzino, giocava in quella posizione ma faceva un po’ tutto, veniva a giocare dentro al campo, ruotava con i compagni, si trovava spesso a fare l’esterno alto, si trovava spesso a fare il mediano: queste rotazioni sono proposte che devi fargli in allenamento. Io cerco di insegnargli a scegliere, a saper fare le scelte giuste, questo è il segreto secondo me. Poi delle volte ci riesci, delle volte non ci riesci, però sicuramente avere giocatori evoluti è importante, poi chiaramente non chiediamo al portiere di fare il terzino o l’attaccante. A me piace un calcio offensivo senza perdere quella che è la parola d’ordine che è l’equilibrio. In questi anni un pochettino su questa cosa mi sono battuto, sul sapergli dare più nozioni e quindi all’interno della stessa partita far sì che il giocatore possa essere bravo a ricoprire più ruoli. I ragazzi devono credere anche in quello che tu gli stai, tra virgolette, raccontando; nel senso che poi quando lo vedono in campo esaudito anche per loro è motivo di grande successo. Quando un terzino sa fare più ruoli, il centrocampista sa fare più ruoli, l’attaccante si sacrifica e non fa solo l’attaccante, sono cose che poi dopo ti danno una certa soddisfazione».

In vista della prossima stagione si è posto un obiettivo in termini di risultati?

«Io per adesso ho grandissima fiducia nel direttore Puggioni, è stato magari un anno un po’ di ripartenza. Chiamiamolo un anno zero, magari l’anno prossimo sarà l’anno uno, però io ho già avuto modo testare il miglioramento, anche durante la stagione, di tutte le squadre under. Secondo me questo è un bel punto di partenza, c’è grande voglia di alzare sempre l’asticella perché questo è quello che ho inteso ed è il motivo anche per cui ho accettato questa sfida. Io penso che soffermarci adesso solo sui risultati sarebbe un grande errore. Credo che già quest’anno siano state fatte delle cose importanti. Ogni anno, a partire dal prossimo, andrà messo un tassellino in più dove sicuramente anche il risultato, è innegabile, fa parte di un percorso di crescita e deve essere tra i vari obiettivi.

Io sono molto soddisfatto della leva che mi è stata assegnata, di fare l’Under 16, vengo da un anno a Lecco con l’Under 15. Ho avuto modo già di poterli di poterli vedere, ci sono tanti buoni giocatori e poi sono stati anche presi alcuni per andare a migliorare ulteriormente la rosa. Io ho grande ho grande fiducia in tutti loro, ma in generale nel progetto! E se tu mi fai la domanda “hai obiettivi?”, ti dico sì, assolutamente, dobbiamo averlo anno dopo anno l’obiettivo del risultato. Se tu mi chiedi “Vorresti fare i play-off?”, e se io potessi, ti rispondere sì subito sì, assolutamente. Però, ripeto, parto dalla premessa che dobbiamo essere bravi nel migliorare questi ragazzi per portarli a servizio della categoria superiore, speriamo della Primavera e chissà mai per qualcuno anche a servizio della prima squadra, poi. Sicuramente il focus principale è quello, ma non disdegno affatto anche quello che è la ricerca del risultato attraverso il gioco, il lavoro e la metodologia. Quel risultato fa parte, secondo me, di un percorso!»

Si parla tanto del fatto che i nostri settori giovanili non riescono più a produrre i giocatori alla Cassano, Totti, Del Piero e Baggio. Secondo lei qual è il motivo?

«Non è che non nascono più e avendo a che fare con i giovani posso assolutamente sottoscriverlo, i talenti ci sono. Probabilmente bisognerebbe avere un po’ più di coraggio nel rischiarli e nel lanciarli. All’estero magari lo fanno, hanno un po’ più di coraggio di noi. I nostri bravi italiani, se vai a vedere, nelle squadre estere, com’è stato il caso del Borussia Dortmund (Inacio e Reggiani n.d.r.), giocano anche a 16-17 anni. Probabilmente possiamo anche un pochettino racchiudere tutto questo nella parola “coraggio”. E ti aggiungo che, per come lavoro io, che non penso di avere la verità in tasca, che servano meno tatticismi in queste fasce d’età. Serve più libertà di pensiero, dare al giocatore la possibilità di esprimersi. Tu hai usato la parola talento. Ecco, fino a vent’anni fa, il calcio italiano era famoso per cosa? Tatticismo sfrenato, non ci si faceva mai gol, ci difendevamo, ma ora il calcio si è evoluto, è un po’ cambiato. Le big europee che arrivano a grandi livelli e grandi risultati, non sono così. Basta vedere questo Mondiale, il coraggio con cui stanno giocando tutte queste nazioni, vedi il Marocco, vedi il Paraguay. Non arrivi ai rigori con l’Olanda o con la Germania se non hai il coraggio o se non fai un calcio propositivo, con tanti giocatori nell’ultimo terzo di campo e attaccando. Al giorno d’oggi si gioca per fare un gol più degli altri e se noi limitiamo questa cosa qua, automaticamente stiamo limitando anche il talento e la possibile esplosione di un giocatore. Nelle squadre che ho allenato, però, questo c’è già da un po’ di anni, mi piace che il giocatore sia libero. Ovvio, poi io ti ho usato prima la parola equilibrio, però un conto è l’equilibrio, un conto è il fare le ore di tattica, la lavagna, le cose. Tutti questi tatticismi annoiano i ragazzi di 15-16 anni! Attenzione, ci sono i talenti, li abbiamo, perché sennò a livello giovanile di Under dell’Italia, non sarebbe possibile fare sempre le finali con l’Under 16, 17 e 21. Li abbiamo ma poi non li facciamo giocare, questa è la verità».

In tanti pongono l’accento sul fatto che si dà troppa attenzione alla fisicità dei giovani, al posto della tecnica. E’ d’accordo con questo o pensa che il problema sia un altro? Quale?

«Verissimo, mi dispiace non avertelo già detto nella risposta di prima. Dobbiamo smetterla, veramente con questa cosa qua, dobbiamo finirla tutti. Chiaramente in un contesto di squadra c’è assolutamente bisogno della fisicità, di quei giocatori, di quei motori, di quei giocatori anche che abbiano un certo tipo di di di attitudine, certo. In certi ruoli soprattutto serve, è evidentemente, però poi dopo devono giocare con la testa e i piedi. Non serve che siano per forza 1,90, poi se sono 1,90 e sono anche bravi tecnicamente, abbiamo fatto bingo. Però ci sono tanti ragazzi che vengono un pochettino messi da parte o giudicati diversamente perché sono un po’ più piccolini. Io sono quello che nelle sue squadre ha sempre avuto tanti ragazzi che chiamiamo anche un po’ i “tardivi”, in quella fascia di età. Si, ma il tardivo secondo me è avvantaggiato rispetto agli altri; se è bravo a giocare, è l’esatto contrario. E quindi bisogna avere anche lì la pazienza, cosa che nel calcio italiano non abbiamo. Io sono del pensiero che deve giocare chi è bravo e chi sa giocare!».

La riforma del campionato Primavera, passato da U 19 a U 20, ha fatto discutere. Che ne pensa di questa decisione?

«A quell’età lì vanno a giocare in prima squadra all’estero, non a far l’Under 20, è proprio il discorso che che facevamo prima. Se tu fai quelle categorie lì con quelle regole lì, automaticamente mi stai facendo fare le squadre con i giocatori di 19-20 anni e invece a quell’età, se sono bravi, devono giocare in Serie B, devono esordire in Serie A o possono fare la Serie C. Va cambiata la riforma, il problema è lì. Andare a vedere un giocatore di 20 anni che fa la Primavera ancora, ma perché? Se lo chiedi a me, ti vai a fare le ossa in Serie D, che comunque è un campionato tosto, vai già a toccare con mano la realtà dei grandi perché è molto più formativo. Ma poi quanti esempi abbiamo di giocatori che hanno dovuto fare il percorso dalle Under, alla Primavera e poi in Serie D per poi riuscire a riaffacciarsi C, B, A? Tantissimi! Il ragazzo lo manderei subito in Serie D, ma al 100%».

ESPERIENZA AL MILAN – «Io ho avuto la fortuna di allenare al Milan giocatori giovani bravissimi, alcuni che reputavo bravi e in effetti poi sono arrivati, vedi Cutrone, i Locatelli, questa gente che poi è arrivata in Serie A, ma tanti altri e anche in altre categorie meno importanti del Milan che alla loro età non avevano niente a che invidiare a questi ragazzi che poi sono arrivati. Bisogna aver pazienza, insomma, specialmente con il con il tardivo bisogna averne tanta, se è bravo»..

Si ringraziano Alessandro Vicinanza Toscano e la Sampdoria per la gentilezza, la disponibilità e la cordialità dimostrate in questa intervista

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