Zerocinquantuno
·3 April 2026
A Cremona senza lasciare nulla di intentato: obiettivo minimo chiudere all’ottavo posto. Ma occorre ritrovare efficacia e compattezza

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·3 April 2026

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La partita con la Cremonese non diventerà, speriamo, una Pasqua di sangue, ma in qualche modo chiuderà un cerchio, perché è proprio dalla sfida dell’andata contro i grigiorossi che, guardando i numeri, si può individuare l’inizio della crisi dei rossoblù. Nei tre contropiedi letali della squadra allora guidata da Nicola abitano gli archetipi dei guai che hanno inchiodato il Bologna ad una stagione molto più modesta di quanto il terzo posto di quel 1° dicembre faceva immaginare.
Nel frattempo il club ha chiarito il quadro degli obiettivi. Alla squadra la dirigenza ha chiesto di chiudere almeno all’ottavo posto: la soglia minima per restare almeno un minimo agganciati all’Europa e non fare un passo indietro rispetto alla scorsa stagione. Un traguardo che, classifica alla mano, resta assolutamente alla portata dei felsinei. Ma per arrivarci servirà ritrovare alcune caratteristiche che avevano definito la prima parte della stagione.
Il dato più interessante, forse anche il più controintuitivo, riguarda il pressing. Il BFC continua a recuperare molti palloni: circa 30 a partita, un volume che resta nella fascia medio-alta del campionato. In altre parole, la squadra costruisce ancora le situazioni che dovrebbero generare vantaggio. Il problema non nasce nel momento della riconquista, ma subito dopo. Dalla Cremonese in avanti è infatti calata la qualità delle azioni prodotte nei primi secondi dopo il recupero del possesso. Gli expected goals (criterio discutibile ma ormai entrato nel lessico familiare dei commentatori) generati entro 10 secondi dalla riconquista sono scesi a 0,13, uno dei valori più bassi della Serie A. Tradotto: il Bologna recupera, ma riesce meno spesso a trasformare quella situazione in un tiro o in un’occasione concreta.
È cambiato anche il modo in cui gli uomini di Italiano occupano il campo dopo il recupero. L’expected threat (il parametro che misura quanto un’azione con la palla aumenta la probabilità di arrivare ad un tiro pericoloso) prodotto nei primi 10 secondi si è abbassato a 0,53: un dato che suggerisce meno avanzamento immediato verso il terzo offensivo e una verticalità più contenuta. Il BFC resta una squadra che controlla bene le partite, ma è diventato meno rapido nel colpire quando si apre lo spazio.
La stessa sensazione emerge osservando la fase opposta, quella che segue la perdita della sfera. La riaggressione, uno dei tratti più riconoscibili della squadra al meglio delle sue possibilità, ha perso un po’ di efficacia: le riconquiste entro 5 secondi dalla perdita sono scese al 24,4%. Non è un dato drammatico, ma delinea una formazione leggermente più lunga e meno compatta intorno al pallone.
Questo spiega anche un altro indicatore che è cresciuto negli ultimi mesi, tra dicembre, gennaio, febbraio e marzo. L’expected threat subito (ovvero la minaccia concessa agli avversari nelle prime fasi della transizione) entro 10 secondi dalla perdita del possesso è salito a 0,51. Significa che, quando i rossoblù perdono il pallone, gli avversari trovano qualche metro in più per sviluppare la ripartenza.
Messi insieme, i suddetti numeri raccontano una tendenza abbastanza chiara: il Bologna recupera ancora palloni in modo continuo, ma ha perso un po’ di efficacia nei momenti immediatamente successivi alla riconquista e alla perdita. Meno verticalità quando si attacca, meno densità quando si deve riaggredire. E qui si può chiamare in causa una serie di fattori: concentrazione, lucidità, vigore atletico. Piccoli dettagli che non parlano di una trasformazione radicale, ma che sono sufficienti per incidere sulla pericolosità complessiva della squadra. E in serie A anche i dettagli possono cambiare le partite.
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