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·3 April 2026

Allegri e il paradosso Nazionale: tra critiche feroci e invocazioni da salvatore. Max non si tocca

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Allegri non può diventare il Salvatore di una patria che lo ha spesso osteggiato, specie negli ultimi anni. A rimetterci non deve essere il Milan

Il calcio italiano, si sa, ha la memoria corta e una coerenza ancor più labile. L’ultima notizia che sta scuotendo le redazioni sportive — il possibile approdo di Massimiliano Allegri sulla panchina dell’Italia al posto del dimissionario Gennaro Gattuso — rappresenta l’apice di un’ipocrisia tutta nostrana. Dopo il terzo, drammatico fallimento mondiale consecutivo, questa volta per mano della Bosnia, il “palazzo” e parte della stampa sembrano aver individuato nel tecnico livornese l’unico vero “salvatore della Patria”. Eppure, c’è qualcosa di profondamente stonato, quasi grottesco, in questa narrazione che vorrebbe Max traslocare d’urgenza a Coverciano proprio nel momento in cui il suo legame con il Milan appare più solido che mai.


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Allegri e la macchina del fango: dal corto muso alla gloria azzurra?

Il paradosso è servito: per anni, Allegri è stato il bersaglio preferito dei cosiddetti “esteti” del pallone. È stato deriso per il suo pragmatismo, per quel “corto muso” diventato un marchio di fabbrica quasi dispregiativo, e accusato di proporre un calcio antiquato, privo di schemi e troppo legato alle giocate dei singoli. Gli stessi che oggi lo invocano a gran voce come l’unico in grado di rimettere in piedi i cocci di una Nazionale distrutta, sono coloro che fino a ieri lo criticavano aspramente ogni volta che il Milan vinceva “solo” 1-0. È la vittoria del populismo sportivo: quando le cose vanno bene nel club, Allegri è “noioso”; quando la Nazionale affonda, Allegri diventa improvvisamente il genio della gestione, l’uomo della provvidenza che deve rinunciare a tutto per il bene comune.

Questa improvvisa infatuazione mediatica appare irrispettosa non solo verso l’uomo, ma soprattutto verso il Milan. Si parla del tecnico rossonero come se fosse un funzionario statale precettabile in caso di calamità, ignorando deliberatamente il contratto in essere, il progetto tecnico avviato nel 2025 e la sintonia totale con la dirigenza di via Aldo Rossi. Il Milan non è un ufficio di collocamento per la FIGC, né tantomeno un “parcheggio” in attesa che la Nazionale si ricordi di aver bisogno di competenza.

Allegri ha dimostrato con i fatti — e con una classifica che vede il Diavolo in piena lotta scudetto — che il suo metodo funziona. La solidità difensiva ritrovata a Milanello e la capacità di valorizzare i giovani sono asset che il club non può e non deve sacrificare sull’altare di un’ipocrisia federale che non ha saputo riformarsi per dodici anni. I “fan a convenienza” del livornese, quelli che oggi salgono sul carro dopo aver tentato di bucarne le ruote per stagioni intere, farebbero bene a guardare altrove. Allegri non si tocca: il suo posto è sulla panchina rossonera, a guidare la riscossa di un club che ha creduto in lui quando molti lo davano per finito. Il bene del Milan viene prima delle emergenze di chi ha distrutto il calcio italiano.

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