Ambrosini apre il libro dei ricordi: «Che terrore al primo derby! Con l’Inter c’era una rivalità molto forte perché in Europa dominavano noi…» | OneFootball

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·5 March 2026

Ambrosini apre il libro dei ricordi: «Che terrore al primo derby! Con l’Inter c’era una rivalità molto forte perché in Europa dominavano noi…»

Article image:Ambrosini apre il libro dei ricordi: «Che terrore al primo derby! Con l’Inter c’era una rivalità molto forte perché in Europa dominavano noi…»

Ambrosini, intervistato nel nuovo format di Dazn, ha parlato così del suo passato rossonero e l’intensa rivalità con l’Inter

Ospite del format di DAZN, Massimo Ambrosini è tornato a vestire idealmente la maglia del Milan per raccontare cosa abbia significato per lui rappresentare il club per così tanti anni. Dai primi passi a Milanello fino alla fascia di capitano ereditata da Paolo Maldini, il centrocampista ha aperto il cassetto dei ricordi, sottolineando come il successo non sia mai stato un regalo, ma il frutto di una dedizione totale alla causa milanista.

Sui ricordi da calciatore: «Mi sembra di essermi dimenticato di esser stato giocatore. Quando c’è stato Inter-Juve ero a fare il pre-partita. Ho fatto un video inquadrando il campo e poi alzandomi. Mi scrive un mio amico dicendomi ‘non oso immaginare cosa potesse essere giocare lì. Io quando vado lì non me lo ricordo più. Quando sono arrivato al Milan, aveva le case di proprietà quindi venivano girate ai calciatori e agli allenatori e cominciava una sorta di trattativa. Quando sapevi che uno andava via e aveva una casa bella, andavi da chi gestiva le case e gli dicevi ‘Oh, l’anno prossima è mia (ride ndr.)».


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Sul derby vissuto da protagonista: «All’inizio era terrificante, terrorizzante per me. Io il primo Derby lo gioco nel ’95. Il primo tempo in panchina, mi buttano poi dentro e non avevo idea neanche di dove fossi. Segna Marco Branca. All’inizio io ero pietrificato, era una roba che mi sembrava più grande di me. Ero piccolo, avevo 18 anni, non ricordo nulla. Ricordo la tensione che era diversa. Sentivo molto tifosi, la pressione, l’ho sentita molto di più nei primi anni».

Su Silvio Berlusconi: «Il periodo che ho fatto io era il periodo in cui lui c’era meno per la politica e quant’altro. Era incredibilmente carismatico. Quello che fa specie adesso è che se vado a rivedere noi era una società snella, c’erano presidente, direttore, allenatore e basta. Adesso io ho paura che ci sia un po’ di dispersione».

Sul Mondiale 2006: «Il 2006 non è un rimpianto perché non sarei mai andato. Anche se fossi stato bene non sarei andato. Io ho fatto con Lippi la prima partita di qualificazione di quel Mondiale, mi ha tolto dopo 10 minuti. Poi la partita successiva era l’esordio di Daniele in Nazionale che segna. Però non ci sarei andato Pier».

Sul gruppo storico: «Eravamo tutti amici, un gruppo bellissimo. È tutta una questione di ego, quando uno riesce a confinare o mettere limiti al proprio ego e pensare che devi mettere il tuo ego a disposizione per il gruppo, allora trovi il modo di andare d’accordo. Noi avevamo un gruppo con persone dall’ego smisurato, ma è anche giusto, devi averlo. Però poi c’è quello che l’ego lo mette a disposizione solo di se stesso perchè la finalità è dare da mangiare al proprio ego a prescindere dal risultato di squadra allora quello viene emarginato. Noi siamo stati in grado di gestirci tra di noi. Paolo era il leader. Noi ci divertivamo, eravamo un gruppo di 10 persone che giocavano insieme da una vita, ci si prendeva costantemente per il culo, eravamo un gruppo di persone di livello. Nel gruppo c’era rivalità, la volontà di provare a rubare il posto all’altro, la sana rivalità».

Sulla qualità che preferiva avere: «A me quello che piaceva, per le caratteristiche che avevo io, era capire dove finiva la palla. Era più una soddisfazione mentale capire dove sarebbe finita la palla e lo puoi fare sia in difesa che in attacco. A me piaceva inserirmi, un’ inserimento è il tempo quindi se tu capisci mentalmente dove va la palla, quindi puoi farlo sia in difesa intercettando e in attacco andando nello spazio dove finirà la palla. Io ero meno dotato per avere la soddisfazione nel gesto tecnico. Ero un centrocampista di media qualità, non ero quello che riusciva a cambiare campo 30,40 metri, però ero bravo a far giocare quelli che giocavano davanti a me. Con Clarence avevo un’intesa particolare. Per fare bella figura quando giochi a centrocampo devi avere sempre chi riceve la palla, deve smarcarsi, deve volerlo il passaggio. Seedorf mi faceva sempre il movimento per ricevere il pallone».

Sul ricordo più bello: «Le vittorie sono quelle che ti rimangono ma se devo darti un flash della mia vita sportiva ti dico il giorno in cui sono entrato a Milanello. Quello mi provoca qualcosa, più delle vittorie. È un’emozione diversa. Quello che più mi sento mio è quello, il distacco dalla famiglia, l’arrivo in una realtà enorme, i genitori che mi lasciano li e se ne vanno. La macchina dei genitori che va è il ricordo più vivo che ho della mia carriera. Il secondo mentre faccio stretching nel riscaldamento di Milan-Manchester perchè li mi sono emozionato. Lo stadio così, la partita, è un ricordo abbastanza chiaro. La mia memoria è selettiva. Un’altra è l’entrata in campo a Manchester, noi avevamo la curva del Milan sopra, mi ricordo il boato della gente».

Sulla rivalità con l’Inter: «La rivalità era veramente forte, c’era un gruppo forte loro e un gruppo forte nostro. È stata una rivalità facile da alimentare perché eravamo sempre gli stessi, sia noi che loro. Si sentiva, anche perché in Europa eravamo noi. È stato forte quel periodo li, quando si giocava contro c’era tanta tensione, adrenalina. Non voglio mancare di rispetto alle rivalità di adesso ma quel momento storico, per i calciatori che c’erano in campo, era una cosa molto forte».

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