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·27 January 2026

Bartesaghi, Palestra e l’importanza delle Squadre B

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Corsie parallele e storie ricche di parallelismi, destinate a intrecciarsi, quanto prima, nella trama principale della Nazionale. Davide Bartesaghi e Marco Palestra nascono nel 2005, nella provincia lombarda. Mancino il primo, destro il secondo, per anni crescono spalla a spalla, duellando uno contro l’altro sulla stessa fascia nei settori giovanili di Milan e Atalanta, fino a condividere lo spogliatoio nelle Under azzurre. Così simili, eppure così diversi da essere complementari: più riflessivo e diligente Bartesaghi, dotato di un mancino delicatissimo e di un’applicazione eccellente che hanno conquistato Allegri; più spregiudicato e imprevedibile Palestra, capace di progressioni travolgenti e in grado di puntare l’uomo rientrando su entrambi i piedi. 

A legare a doppio nodo il cammino dei due più promettenti esterni italiani è l’anno di apprendistato tra i professionisti, l’esperienza con le rispettive squadre B – Milan Futuro e Atalanta U23 – che ha permesso a entrambi, con le dovute differenze, di acclimatarsi con il calcio dei grandi. Il loro impatto naturale con la Serie A, divenuto oggi dirompente, non deve stupire: è il frutto di un lineare percorso di crescita, che enfatizza il successo di uno dei progetti più lungimiranti degli ultimi anni.  Nel solco tracciato dalla Juventus, le seconde squadre si confermano la soluzione migliore per accompagnare e formare il talento: il cuscinetto giusto tra il salto brusco in prima squadra che ha fatto smarrire tante promesse e la demoralizzante spola di prestiti “per farsi le ossa” in categorie minori, da cui pochi tornavano realmente migliorati. 


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Il contesto perfetto, protetto ma responsabilizzante, in cui ragazzi neanche 20enni possono sbagliare e svilupparsi, confrontandosi con la durezza del calcio professionistico sotto l’ala familiare della società, alla giusta distanza da riflettori troppo luminosi e spesso accecanti. Nell’epoca del tutto e subito e della sovraesposizione mediatica, c’è bisogno di un lavoro ulteriore nella formazione dei giovani, che parta dalla preparazione dei loro allenatori a rapportarsi con loro. I tempi sono cambiati, anche nel calcio.

Lo sa bene Fabio Pisacane, che in un’aperta intervista alla Gazzetta ha dichiarato di aver seguito un corso sulla Generazione Z, “per sapere quali tasti toccare“ e imparare a comunicare nel modo migliore: “Vivono di applausi e di pochi rimproveri. Devi essere chiarissimo, sono iper protetti nel mondo reale ma abbandonati nel digitale. Se dovessi parlare a questi ragazzi come parlavano a me gli allenatori dell’epoca, non trasferirei nulla”. Un approccio che sta dando i suoi frutti nella prima stagione da allenatore in Serie A: in queste prime 22 giornate ha schierato un 11 titolare dall’età media di 24,8 anni e il suo Cagliari è 12°, sempre ben al di sopra della zona retrocessione, trascinato dal quel “Marcolino” – così ne ha parlato dopo la vittoria del Franchi – che “deve sentire i complimenti per cavalcare l’onda di entusiasmo” e “può diventare qualcosa di incredibile per il nostro calcio”.

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