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·21 May 2026
Conte e il Napoli, storia di un “Per sempre sì” irrealizzabile

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A fine stagione Antonio Conte e il Napoli si diranno addio. Anche l’avventura partenopea per il tecnico salentino volge agli sgoccioli e ci invita a fare alcune riflessioni su quella che è stata finora la sua carriera da allenatore: una carriera fatta di successi, sì, ma anche di addii. In media Antonio Conte resta alla guida di un club per circa due anni. Poi succede sempre qualcosa: l’insoddisfazione sua per alcune mosse societarie o di mercato, la voglia di confrontarsi con nuovi palcoscenici o qualcosa che si rompe all’interno dello spogliatoio con i propri calciatori. Questa, probabilmente, sarà una separazione che si porterà con sé meno polemiche e tensioni rispetto a quelle del passato avvenute per Conte quando andò via dalla Juve, dall’Inter, dal Chelsea e dal Tottenham. Il motivo ha a che fare col rapporto di amicizia che si sarebbe creato e consolidato tra lui e il presidente Aurelio De Laurentiis: amicizia che lo avrebbe spinto alla decisione di non richiedere alcuna buonuscita per andare via al termine della stagione. Qualche frizione, invece, sembra esserci tra lui e i calciatori del Napoli, probabilmente spazientiti e stanchi dei metodi di allenamento e della sua gestione generale della squadra.
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Così, citando una delle canzoni simbolo del mondo Napoli di quest’anno (con la recente partecipazione all’Eurovision Song Contest per Sal Da Vinci, dopo la vittoria precedente del Festival di Sanremo), il “Per sempre sì” non si realizzerà nemmeno stavolta. Eppure le premesse c’erano tutte. Gli slogan lanciati dal tecnico per caricare squadra e ambiente verso l’obiettivo scudetto, usando anche il dialetto napoletano (“Amma faticà“), ma anche la sua promessa di fare qualche passo indietro rispetto al passato, limitando in qualche maniera la sua figura che in certi frangenti è risultata ingombrante e limitando anche il suo margine di manovra, non più un manager all’inglese insomma.
Il suo addio alla Juventus fece rumore: sia per i trofei vinti nel giro di pochissimo tempo, sia per il fatto che rappresentasse per la tifoseria bianconera una delle bandiera del club. Al suo primo anno all’Inter arrivò in finale di Europa League (perdendo contro il Siviglia) e arrivò secondo in campionato (dietro la Juve di Sarri). L’anno successivo però vinse lo scudetto. Dalla sua bocca uscirono fuori alcune parole come: «La scorsa stagione abbiamo fatto qualcosa di incredibile. Il progetto è solo all’inizio, voglio restare all’Inter per molti anni. L’anno scorso ho cominciato un progetto all’Inter e, sinceramente, voglio continuare e restare qui per molti anni, perché siamo solo all’inizio e stiamo costruendo le basi». Oppure quella voglia di “restare a lungo alla guida di un club ed aprire un ciclo anche duraturo come quello di Ferguson al Manchester United“, espressa sia ai tempi della Juve che all’Inter. Parole che non hanno trovato conferma con i fatti, e spesso per volontà sua.
Il suo palmarès e la sua storia parlano chiaro: Antonio Conte, dove arriva, vince, lascia il segno e poco dopo va via. Una Premier League, 5 scudetti in Serie A, una FA Cup, 2 Supercoppe Italiane e 1 campionato di Serie B. Dai suoi inizi tra Arezzo, Bari, Siena e Atalanta, con stagioni di un solo anno, la sua panchina più lunga è stata proprio alla Juventus, dove è rimasto per 3 anni e ha vinto 3 scudetti. Poi è si è ripetuto ciclicamente il numero 2: due stagioni, e poi via. È stato così da ct dell’Italia, poi al Chelsea, poi all’Inter, al Tottenham e infine al Napoli. La sensazione è che, per il suo modo di vivere il calcio in maniera viscerale e di allenare, difficilmente riuscirà mai ad aprire realmente un ciclo per più anni alla guida di una stessa squadra. È come se il suo fosse un “effetto benzina” sulla squadra: un carburante che quando viene bruciato produce subito i primi effetti positivi, ma che alla lunga si consuma in poco tempo.
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