Calcio e Finanza
·11 April 2026
Conte in nazionale? Un affare per tutti, anche per De Laurentiis. Però c'è il nodo ingaggio. Malagò verso la FIGC ma pesa la scarsa sintonia col governo

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·11 April 2026

Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis è probabilmente con quello dell’Inter Giuseppe Marotta il manager più capace espresso dal calcio italiano negli ultimi 20 anni. Non solo, il fatto che il patron azzurro sia anche il proprietario del club e non solo il massimo gestore (Marotta ha solo il 2,5% della società nerazzurra) ne acuisce ulteriormente la responsabilità e quindi in qualche modo la caratura.
Proprio per questa sua capacità di saper difendere i propri interessi è difficile pensare che il patron partenopeo sia stato folgorato sulla strada della causa Azzurra (quella della Nazionale) quando dice, come nel post Napoli-Milan, che non porrebbe ostacoli a una eventuale richiesta della FIGC di liberare Antonio Conte per la panchina della Nazionale (a differenza di quanto fece con Spalletti nel 2023).
Questo perché se è vero che il ritorno del coach salentino in Azzurro sarebbe una soluzione che gioverebbe quasi a tutti, è altrettanto vero che in primo luogo non sarebbe nemmeno tanto disprezzata da De Laurentiis stesso.
È un fatto d’altronde che da Napoli-Milan anche per le parole dello stesso Conte («se fossi presidente della FIGC inserirei il mio nome tra i papabili per la panchina della Nazionale») il nome dell’ex centrocampista della Juventus è diventato quello più gettonato per diventare il nuovo commissario tecnico dell’Italia.
Peraltro, sempre stando alle dichiarazioni provenienti da Napoli, non è difficile individuare un filo rosso che porta anche a Giovanni Malagò, l’ex presidente del CONI ora tra i principali papabili per diventare nuovo presidente della FIGC sino al 2028 quando inizierà il nuovo quadriennio olimpico. Questo perché all’indomani della debacle della Nazionale in Bosnia, De Laurentiis non tardò un secondo a dire che se Malagò dovesse diventare presidente della FIGC «il calcio italiano tornerebbe protagonista in meno di due anni».
Un endorsement in piena regola quello del patron partenopeo che peraltro non è isolato all’interno della Lega Serie A e che evidenzia un tema che merita di essere sviscerato prima di tornare a parlare del nuovo commissario tecnico. Perché in qualche modo tutto si tiene e Malagò, che nel 2018 portò Mancini sulla panchina della Nazionale, già ha dimostrato di volere in Azzurro allenatori affermati, di visione e capaci di impostare un progetto tecnico ben definito come potrebbe essere benissimo Conte in questo momento.
Come si diceva sono molti i club della massima serie che vedrebbero di buon grado quale nuovo numero uno del calcio italiano l’espertissimo Malagò. E quindi sarebbero pronti a votarlo come nuovo presidente della federazione, a patto, secondo quanto Calcio e Finanza ha potuto appurare, che l’ex presidente del CONI, gradito alle grandi, non commetta l’errore di spingere troppo sulla riduzione delle squadre nella massima serie perché correrebbe il pericolo di alienarsi i favori delle piccole. (A proposito, essendo le elezioni il 22 giugno e quindi entro la data di scadenza della stagione del 30 giugno voteranno per la Serie A anche le tre squadre che saranno retrocesse al termine del campionato in corso).
I nodi però sono essenzialmente due:
E in questo quadro non sfugge che in questo momento Malagò non appare molto in sintonia con il governo in carica. Quindi, a meno che non si voglia vedere come andranno le elezioni politiche in programma nella primavera 2027, la domanda che si pongono in questo momento molti in Lega Serie A è quella se sia conveniente o meno spingere per un presidente non proprio in linea con il potere politico. E anche questo spiega il blitz romano di Marotta di mercoledì scorso, quando il manager varesino ha incontrato il suo potente concittadino (e amico) Giancarlo Giorgetti, ascoltatissimo ministro dell’Economia e delle Finanze dell’esecutivo Meloni.
Questi temi tra l’altro saranno due dei punti principali che verranno dibattuti nella assemblea dei club in programma lunedì 13 aprile a Milano. Non dimenticando però che prima dell’elezione del nuovo presidente FIGC (prevista per il 22 giugno) la Lega Serie A dovrà rinnovare i propri membri all’interno del consiglio federale che al momento sono:
Anche su questo fronte sarà curioso vedere se i tre saranno confermati o se nell’assise di via Rosellini vi saranno sorprese.
La questione del nuovo presidente federale si lega necessariamente a quella della futura panchina della Nazionale e su questo tema unendo i puntini delle dichiarazioni di De Laurentiis e Conte appare evidente come al patron partenopeo in fondo potrebbe anche non dispiacere più di tanto l’addio dell’allenatore pugliese. E ovviamente per lui sarebbe ancora meglio se la cosa dovesse passare quasi fosse una concessione del patron del Napoli a una Nazionale in palese difficoltà.
Per rendersi conto dei motivi per cui De Laurentiis potrebbe anche non disperarsi per un eventuale addio di Conte è necessario osservare i dati di bilancio delle società del patron napoletano. Nel rendiconto 2024/25 appena depositato si evince che la Filmauro, la società tramite la quale De Laurentiis controlla i suoi business (ivi inclusi Napoli e Bari), ha segnato una perdita a livello consolidato di 22 milioni tornando al rosso dopo l’utile di 57 milioni dell’annata 2023/24. Nel particolare, a zavorrare i conti della holding sono stati i numeri del Napoli, che nella stagione 2024/25 ha chiuso il bilancio in perdita di 21 milioni soprattutto per la mancata partecipazione alla Champions League, e del Bari, che ha chiuso in rosso invece per 6 milioni.
Nel dettaglio il fatturato è calato da 372,8 a 338,3 milioni, con un calo pari a circa il 9%, legato in particolare al calo del fatturato del Napoli considerando la mancata partecipazione alle coppe europee del club partenopeo nella stagione 2024/25.
In particolare, i ricavi sono stati pari a:
Da notare peraltro che i proventi della gestione calcistica pesano sul totale del valore della produzione per il 90%, evidenziando per bene quindi come De Laurentiis sia ormai diventato un manager prettamente calcistico.
Per quanto concerne i costi, nel 2024/25 sono invece aumentati da 294,3 a 365,7 milioni (+24%) soprattutto legato agli investimenti del Napoli per il calciomercato, con una crescita di 26 milioni nei costi del personale e 41 milioni per gli ammortamenti. La perdita prima delle imposte è stata quindi di 23,3 milioni (rispetto al dato positivo per 85,9 milioni al 30 giugno 2024), mentre il risultato netto è stato negativo per 22 milioni circa (rispetto all’utile di 57 milioni al 30 giugno 2024).
I numeri della Filmauro appena depositati d’altronde per quanto concerne lo specifico del Napoli erano già emersi nel bilancio del club partenopeo 2024/25 depositato nel novembre scorso. Questo metteva in evidenza come la società azzurra la scorsa stagione avesse registrato entrate pari a 290,8 milioni e perdite pari a 21,4 milioni rispetto all’utile di 63 milioni dell’anno precedente. Insieme però alla invidiabile situazione debitoria che vede debiti finanziari netti positivi per 137 milioni di euro, rispetto alla posizione positiva per 159,9 milioni del 30 giugno 2024, alla luce della liquidità passata da 210,5 a 174,4 milioni di euro e dei soli 37 milioni di debiti verso le banche.
Detto tutto questo quel che probabilmente conta di più è che la tendenza presa dal Napoli l’estate scorsa, quando sono stati spesi 150 milioni sul mercato, tuttavia in una situazione di impatto sui conti positiva. E il bilancio, inoltre, beneficerà nei confronti di quello della passata stagione dei 48,5 milioni di premi UEFA, potrebbe essere la spia di una dinamica di incremento costi alla quale bisognerà stare attenti, dati anche i chiari di luna sulla questione nuovo stadio, per confermare quel dogma dell’”integralismo finanziario” cui è stata improntata l’intera gestione De Laurentiis del club e di cui parlava il direttore generale dell’area business Tommaso Bianchini nella sua intervista a Calcio e Finanza.
In particolare dando una piccola anticipazione di uno studio prospettico sulla dinamica economica del Napoli che questa testata sta preparando e che pubblicherà a breve, si nota un cambio di paradigma nella gestione del club. Il ciclo più recente segna infatti il passaggio da un modello fondato sulla sostenibilità e sulla valorizzazione di asset giovani a uno più ambizioso, caratterizzato da investimenti elevati, crescita dell’età media della rosa e aumento strutturale dei costi operativi. Una strategia che si riflette già nei numeri: tra 2025 e 2026 il livello degli investimenti si colloca su valori record (oltre 150 milioni già spesi e circa 180 milioni potenziali), sostenuti però anche da una componente straordinaria come le plusvalenze e da una struttura finanziaria solida ma che inizia a essere maggiormente sollecitata.
Come si diceva però considerate anche le dichiarazioni di Conte («se fossi presidente della FIGC inserirei il mio nome tra i papabili per la panchina della Nazionale») anche allo stesso allenatore salentino non potrebbe nemmeno dispiacere il ritorno nel club Italia, evento che peraltro accadrebbe nelle condizioni preferite dal leccese: una squadra allo sbando alla ricerca di un nuovo condottiero.
Anche perché Conte sa benissimo che se mai dovesse lasciare Napoli non sarebbe semplice per lui trovare panchine prestigiose disposte ad accoglierlo. Questo perché, considerando solo i suoi 16 anni di carriera da allenatore ai massimi livelli (Conte diventa tecnico della Juventus nella stagione 2011/12) la storia dice che l’ex centrocampista leccese ha sempre fatto bene se non benissimo (o addirittura miracoli veri e propri) nei tornei nazionali (cinque scudetti e una Premier League in 10 stagioni da allenatore ad alto livello tra Italia e Inghilterra, in attesa della conclusione della stagione in corso). Invece è andato generalmente male nelle competizioni internazionali.
Di qui la nomea che non sappia gestire il doppio impegno. D’altronde anche quest’anno il Napoli ha iniziato a rimontare in classifica dopo essere stato eliminato addirittura nella fase a gironi di Champions League giungendo 30esimo su 36 squadre alle spalle di squadre quali Qarabag, Pafos e Union Saint-Gilloise.
E anche il discorso/alibi dei tanti infortuni andrà analizzato bene in casa partenopea a fine stagione perché molte voci esperte provenienti da Napoli suggeriscono che, dato il tipo di infortuni, sono altamente ipotizzabili errori nella preparazione che in fin dei conti dipende dall’allenatore in quanto capostruttura tecnico.
Insomma proprio per questa scarsa vocazione ai tornei internazionali, e anche per un carattere fumantino che per un’azienda non è certamente semplice da gestire, è difficile che qualche club estero tra i più prestigiosi possa affidarsi a Conte visto che necessariamente un top club punta a grandi affermazioni anche in Europa. E così anche le maggiori società italiane, che per di più hanno spesso il problema di non avere le risorse necessarie per assecondare le richieste dell’allenatore salentino sul mercato che sono spesso esose.
Inoltre, per restare ai top club italiani non va nascosto che:
Pertanto la scelta, peraltro nobilissima della Nazionale, potrebbe far quadrare il tutto, se non fosse per un particolare non di poco conto: quello dell’ingaggio.
In questo senso va notato che il contratto di Conte con il Napoli scade nel 2027 e prevede un guadagno di 8 milioni netti l’anno. Una cifra al momento impensabile per la federazione che pagava Gattuso 800mila euro, Mancini 3 milioni e Spalletti 2,8 milioni. E d’altronde nel 2014 (e ormai si parla di 12 anni or sono) il già affermato Conte poté giungere in Nazionale soltanto perché parte del suo stipendio (in totale 3,5 milioni) venne coperto da Puma, allora sponsor tecnico della squadra azzurra, che versava circa la metà dell’ammontare complessivo.
Alla luce di tutto questo e visto che i citati svariati motivi, umani, di carriera, di opportunità, spingono l’ipotesi di un ritorno l’allenatore salentino in Nazionale il vero interrogativo sarà capire se l’impasse dell’ingaggio sarà superabile (come nel 2014) oppure no.
Insomma se si troverà o meno un modo per andare a dama trovando una sintesi tra la parte, fra chi dovrà rinunciare a qualcosa, chi dovrà pensare a una buonuscita forfettaria, e infine chi sarà chiamato a qualche sforzo in più.
Al momento è ancora molto presto per dare sentenze anche perché date le tempistiche per le elezioni federali e le sette giornate di campionato ancora da disputare, la partita è ancora tutta da giocare. Quel che è certo è che qualora non si trovasse la quadra sull’allenatore salentino, la FIGC necessariamente virerà su un altro profilo e si liquideranno le voci su Conte quali mere suggestioni e non invece come abboccamenti tra le varie parti che effettivamente ci sono e ci sono stati. Come d’altronde ne è prova che Atalanta e Bologna sono già all’erta per la possibile ricerca di un nuovo tecnico visto che Vincenzo Italiano e Raffaele Palladino sarebbero in cima alla lista dei desiderata di De Laurentiis qualora Conte dovesse davvero andare in Nazionale.
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