Inter Milan
·15 January 2026
Del cielo e della notte – Verso Udinese-Inter

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·15 January 2026

Inter-Lecce era la classica partita trappola. Intanto perché arrivava a settantadue ore da Inter-Napoli, forse la partita più intensa tra le 198 partite giocate finora in Serie A, che inevitabilmente ha fatto spendere energie preziose, come si è peraltro visto un paio d’ore prima al San Paolo
Al Lecce mancava qualche titolare, tra infortuni e squalifiche, veniva dalla partita casalinga persa con il Parma, dovrà giocare di nuovo a San siro tra tre giorni. L’inter arrivava da sei vittorie di fila coi giallorossi, punteggio totale sedici a uno.
Una passeggiata? Non esistono passeggiate in questa serie A. Tranne quelle che ogni tanto le grandi squadre, e l’Inter è una grandissima squadra, si creano travolgendo gli avversari. Non era il caso di ieri, per varie ragioni.
Siamo esattamente qui, nei bicipiti sproporzionati di Francesco Pio Esposito, ormai solo Pio, in un’esultanza che è già diventata meme, che ieri ha dimostrato come i gol, e lo dicevano certi commentatori, vadano pesati e non contati. Segnare dieci gol in una squadra di centro classifica sarebbe qualcosa che Pio potrebbe fare non diciamo a occhi chiusi ma con relativa tranquillità, visto il valore tecnico e fisico. Entrare venti minuti in una squadra che si gioca tutto è un altro mestiere, che Pio svolge con profitto e con la qualità che da sempre gli viene riconosciuta, fin da quando era ragazzino: il lavoro.
Eppure quando si parla di Pio ci si divide in due schieramenti, quelli che lo vedono come il legittimo aspirante al ruolo di centravanti dell’Inter e della Nazionale Italiana, spot che peraltro frequenta con sempre maggiore assiduità, e quelli che fanno ironia, ah il premio Pio Esposito per il migliore in campo, Mbappè forte sembra quasi Pio Esposito, eccetera. Quantomeno ingeneroso, per un ragazzo che lavora e che ha capito, a vent’anni, dove è e cosa deve fare. “Gioco anche di più di quanto mi aspettassi”, ha detto post Lecce. Una frase di una maturità clamorosa per un giovane. A vent’anni uno vuole spaccare il mondo e giocare sempre. Pio gioca ogni tanto e il mondo prova a spaccarlo un pezzo alla volta, magari cominciando con il Lecce.
Pio ha due campionati da titolare in serie B con quasi ottanta presenze, e nel secondo ha segnato diciannove gol in quaranta partite. Non sono proprio cifre da artefatto mediatico.
In stagione ha giocato titolare otto volte, e l’Inter ha sempre vinto. Magari è un caso, magari invece no: Pio lo senti, lo vedi, anche quando subentra. Con il Napoli ha giocato sette minuti, ma ha fatto vedere la sua qualità migliore: è sempre connesso, si accende subito. Si attacca alla partita. Ha aspettato tanto per il primo gol a San Siro in Serie A, c’era stato il missile col Venezia in coppa Italia, ma in campionato è un’altra cosa. E la furia e l’intelligenza con cui ha prima servito l’assist a Lautaro e poi calciato quel pallone sulla respinta di Falcone. Uno a zero, muscoli mostrati e la consapevolezza che ok il lavoro sporco, ma un attaccante, come ha ricordato Cristian Chivu post partita, si giudica e si misura dai gol. E Pio li ha sempre fatti, fin da quando era bambino nell’Inter. Ci sbilanciamo; non sarà l’ultimo gol in Serie A a San Siro.
Riposo minimo obbligatorio di 72 ore tra una partita e l'altra. Lo scorso luglio agenzie di stampa riportavano di questo accordo trovato tra la FIFA e il sindacato giocatori, all’interno di una discussione che non è però mai stata ratificata. Nell’attesa che diventi norma, l’Inter fa buon viso a cattivo gioco, e tornerà in campo a 66 ore e 15 minuti di distanza da Inter-Lecce, e lo farà per di più in trasferta, contro l’unica ad averla battuta in campionato ad eccezione delle eterne rivali Juventus e Milan, cui si è aggiunto il Napoli, soltanto all’andata però, anche se qualcuno ha voluto presentare il due a due di domenica come una vittoria assoluta di Antonio Conte. Vitale vincere per mantenere la distanza di sicurezza sui partenopei, contro una delle squadre meno leggibili della Serie A. Fisicamente il team di Runjiaic è la squadra più impegnativa della serie A, anche se a San Siro a fine agosto passarono grazie alla classe di Arthur Atta, uno che sembrava poter fare dieci gol in Serie A. Ora non siamo di quelli che dicono “succede solo a noi”, però rileviamo un’anomalia statistica. Presenze di Atta in Serie A: trentatré. Gol: uno…
Udine è stato per anni un campo impossibile, e le vittorie interiste arrivavano isolate, e memorabili. Come quella del dicembre 1998, zero a uno. Assist del dieci e gol del nove. Chi sono? Facile. Baggio Roberto, forse il dieci della storia della serie A, e Ronaldo il fenomeno, forse il nove della storia della serie A. Combinazione benedetta, vista purtroppo non quanto avremmo voluto.
Per rivincere a Udine l'Inter avrebbe dovuto aspettare altri sette anni, all’interno dei quali si è visto un po' di tutto. Una tripletta del Pampa Sosa, che un anno dopo si tuffò in area di rigore causando un penalty che fece sfumare una vittoria interista. Un'altra sfumò per gol di tale Enock Goitom, non serve anche qui andare su Google per dirvi che è stato l’unico della sua carriera, anzi, che è stato direttamente mandato dagli dei del calcio per punire la ubris nerazzurra. All’attivo ha otto minuti di serie A, sufficienti per segnare un gol che spezzò i sogni della banda di Roberto Mancini, passata in vantaggio con Veron. A Udine fece un figurone l’Inter del triplete, che mise un mattone fondamentale per lo scudetto, rimontando il presto gol di Pepe con Balotelli, un capolavoro di Maicon e un gol di rapina di Milito, inutile il solito gol di Di Natale.
A Udine abbiamo visto una doppietta di Wesley Sneijder, un gol di Ranocchia, ben due di Ricky Alvarez, e soprattutto, pochi fortunati hanno avuto il privilegio di assistere dal vivo a un miracolo. L’interista che non ti ricordi di oggi infatti ha le seguenti caratteristiche. Ha guadagnato decine di milioni di euro in carriera dal calcio e centinaia, si avete sentito bene centinaia di milioni, dal Kebab. Tedesco con un passato calcistico in Turchia e un presente in Polonia, visto che all’ultima rilevazione, a 41 anni, sta ancora giocando, ha deciso di aprire un locale di Kebab, che presto è diventata una catena con ben trenta punti vendita e 207 milioni di fatturato nel 2025. È il terzo marcatore di sempre con la maglia della nazionale Tedesca con cui ha vinto anche un mondiale 49 gol. 227 gol in carriera ma uno solo con la maglia dell’Inter. Esatto, a Udine. I più attenti lo avranno riconosciuto.
Lukas Podoski, per tutti Poldi, l’uomo della rinascita. L’Inter a gennaio del 2015 prende lui e Shaqiri per dare maggiore qualità al reparto offensivo, e per entrambi in aeroporto c’è un delirio di tifosi. Prima partita di Podolski; incoraggiante ingresso in Juventus Inter 1-1, la partita in cui Icardi non la passa a Osvaldo e poi finisce a male parole. Prima partita di Podolski e Shaqiri assieme: tacco di Podolski, gol di Shaqiri per l’uno a zero. Con questi due si torna in Champions, pensavamo. Non andò proprio così, come disse Max Collini degli Offlaga disco Pax in “cioccolato”. Ma almeno era tornato l’entusiasmo. Per la Champions, ripassare qualche anno dopo. Perché Podolski nel suo semestre interista si fece ricordare più che altro per il suo memorabile account di Instagram: viveva la città di Milano con la leggerezza e la curiosità di uno studente in Erasmus, tra giri in Vespa e partite a bocce nei parchi con qualche anziano. Di gol per nessuno, fino a quel ventotto aprile. L'udinese resta in dieci al quarantesimo e in nove dal cinquantottesimo. L'nter era passata con un rigore di icardi ma la solita tassa Di Natale rimette tutto in pari. Undici contro nove eppure l’Inter fa fatica. E allora a Kovacic, Hernanes, Palacio e Icardi, Mancini aggiunge Podolski dalla panchina. Tiro da fuori, respinta dalla difesa, tiro da fuori, incrocio dei pali. Primo e unico gol interista di Prinz Poldi, che ha dispensato sorrisi, tanti, e marcature, qualcuna in meno, all’Inter.
Udine è il campo dell'urlo di Frattesi, decisivo due anni fa nel recupero, Frattesi che si è ripetuto anche lo scorso anno, nella gara che sbloccò Lautaro Martinez. È lo stadio dove si esaltava un guerriero come Ivan Perisic, doppietta nel 2017 e gol nel 2022. È lo stadio dove ha segnato due volte Andrea Ranocchia e una anche Rafinha Alcantara, di cui vi racconteremo tra qualche puntata. Dovessimo puntare su qualcuno, però, anche se alla roulette non c’è, qualche fiche sul 94 la metteremmo.
Neanche il tempo di tornare dal Friuli e torna la Champions League e l’avversaria è, come dire, un pelo difficile. Sta facendo il vuoto nel campionato non sappiamo se più bello ma di sicuro più ricco d’Europa, l’Arsenal di Arteta, in questo momento nettamente la squadra piùù solida e profonda del continente, sostanzialmente delle fondamenta.
Ha iniziato il 2026 vincendo in rimonta col Bornemouth, dalla panchina sono entrati Saka, Trossard, Gabriel Jesus e Mikel Merino, se non quattro fuoriclasse poco ci manca. Non si è neanche scaldato Eberechi Eze, 79 milioni di euro la scorsa estate, e in campo c’erano Martinelli, Odegaard, Madueke e Gyokeres. Nessuno, neanche il Real Madrid ha così tante soluzioni davanti. I precedenti non potrebbero essere più diversi tra loro: 0-3 nerazzurro con tripudio nel vecchio Highbury, Cruz, Martins e l’iconica esultanza di Andy Van Der Meyde, lezione dei gunners a san siro con un clamoroso 1-5 nel ritorno, lo scorso anno invece masterclass difensiva dell’Inter cui bastò un rigore di Calhanoglu per l’1-0 finale. L’Arsenal non vince la premier da 22 anni e indubbiamente i loro pensieri saranno lì, magari per bissare a fine stagione la scena finale di Fever Pitch, Febbre a novanta in italiano, ve l’abbiamo già detto ma è il nostro film preferito, con Colin Firth e Ruth Gemmell che si baciano in una Londra in delirio per il titolo dei gunners. Ma di sicuro la champions non la snobba proprio nessuno.









































