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·3 June 2026

Di Traglia: "Rapporto Lotito-tifosi ai minimi storici. Crisi che riguarda anche le istituzioni"

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Nell'edizione odierna de Il Tempo è stata pubblicata una lunga lettera firmata da Stefano Di Traglia, in cui il giornalista ha riflettuto sugli ultimi avvenimenti in casa Lazio, ma soprattutto sulla gestione Lotito.

La lettera di Stefano Di Traglia

C’è qualcosa di insolito in quello che sta accadendo tra l'attuale gruppo dirigente della Lazio e i suoi tifosi che meriterebbe un'attenzione più ampia, non solo mediatica. Non la contestazione in sé, che nel calcio e nello sport in generale è quasi fisiologica, ma la sua natura. Il rapporto tra i tifosi e il presidente Claudio Lotito è ai minimi storici, e non si tratta di una minoranza rumorosa che sfoga la frustrazione post-partita. Si tratta di famiglie intere. Padri, figli, nonni. Bambine e bambini. La stragrande maggioranza abbonati che hanno rinunciato a biglietti già acquistati in estate, perdendo soldi propri, pur di mandare un segnale. Settimane di diserzione, con appena tremila-quattromila presenze nelle partite casalinghe. Una protesta silenziosa e costosa, che ha il peso specifico di una scelta meditata.Le risposte della società non hanno aiutato a ricucire. Alla domanda sulla possibilità di fare pace con il popolo laziale, Lotito ha respinto l'idea stessa di un conflitto, salvo poi osservare che forse a Roma i tifosi non ci sono, ma nel mondo sì, anche in Cina. Il messaggio del presidente è netto: i tifosi non sanno aspettare, ma lui resiste e si riparte. Parole che, nella migliore delle ipotesi, fotografano una distanza siderale. Nella peggiore, l'alimentano. La domanda che vale la pena porsi, però, non è "chi ha torto e chi ha ragione". È un'altra: a chi appartiene davvero la Lazio? Perché in discussione non ci sono solo gli spalti vuoti all'Olimpico. La Lazio non è soltanto una squadra di calcio. È la polisportiva più grande e più antica d'Europa, con quasi settanta sezioni sportive e attività associate. Circa diecimila atleti iscritti, centinaia e centinaia tra tecnici e dirigenti. Migliaia di bambini che nuotano, corrono, regatano, tirano di scherma, praticano atletica, tutti sotto i colori biancocelesti. Questo è il patrimonio che rischia di restare schiacciato da una crisi che si consuma altrove, tra comunicati stampa e interviste improvvisate. Non è retorica affermare che si tratta di un bene comune. Molti osservatori hanno definito la Lazio un patrimonio sportivo e umano tra i più significativi d'Europa, che merita di essere valorizzato nelle sue molteplici sezioni. Quando una realtà così radicata nel tessuto sportivo e sociale di una città entra in una crisi di governance tanto profonda, il tema smette di essere soltanto calcistico.È qui che potrebbe, dovrebbe entrare in scena il ruolo anche delle istituzioni, tutt'ora troppo assenti sul tema. Non per arbitrare uno scontro tra un presidente e la sua tifoseria. Non per schierarsi, ma per farsi promotrici di un dialogo che appare interrotto, e che nessuna delle parti sembra in grado di riprendere da sola. Un tavolo, dei mediatori autorevoli, un contesto in cui i diversi soggetti, società, tifoseria organizzata, Polisportiva, Roma Capitale, Regione Lazio, broadcaster che detengono i diritti televisivi (oltretutto distribuiti in parte anche in virtù delle presenze allo stadio), possano ragionare sul futuro di una istituzione centoventiseienne. Non è un precedente stravagante. Nelle crisi aziendali più gravi, quelle in cui sono in gioco la reputazione, il territorio, l'identità di una comunità, le istituzioni chiamano e siedono al tavolo. Perché il valore in discussione non è solo privato. E la Lazio, tutta la Lazio, non solo quella che gioca all'Olimpico, è esattamente questo tipo di valore. Lo hanno ricordato Maurizio Sarri, alla vigilia della finale di Coppa Italia, dinanzi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Marco Baroni in una recente intervista a un quotidiano. Non a caso due degli ultimi tre allenatori della società. La frattura tra Claudio Lotito e i tifosi potrà chiudersi o no. Ma la domanda su cosa voglia diventare questa società, su chi ne debba custodire il futuro, merita una risposta più larga e approfondita di quanto un comunicato societario o uno striscione allo stadio possano dare. Prima che sia troppo tardi.

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