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·29 November 2025

Dzeko e il tema degli insulti dagli spalti: perché i calciatori dovrebbero ribellarsi e fermare le partite

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Le dichiarazioni di Edin Dzeko dopo Fiorentina-AEK Atene hanno riaperto una questione che il calcio italiano continua a rimandare: il rapporto malato tra una parte delle tifoserie e i propri giocatori.

Dzeko e il tema degli insulti dagli spalti: perché i calciatori dovrebbero ribellarsi e fermare le partite

Il bosniaco, visibilmente provato dopo la sconfitta in Conference League, aveva ammesso senza filtri i limiti della squadra, ma allo stesso tempo aveva tracciato una linea chiara oltre la quale non intende più stare in silenzio.


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La sua frase è diventata un caso: Dzeko ha detto “Possiamo dire che facciamo cagare, non è un problema”, ma ha aggiunto di pretendere almeno un minimo di sostegno dal pubblico di casa, anche nei momenti peggiori. Il punto non è la critica tecnica, bensì gli insulti personali che si sono moltiplicati durante la partita, in una situazione già complessa per una Fiorentina che Vanoli sta cercando di ricostruire.

Dzeko: autocritica sì, umiliazione no

L’attaccante ha scelto di esporsi con trasparenza, assumendosi responsabilità pesanti:

“Stiamo facendo male? Sì, è vero. Magari non ci meritiamo questa maglia? Va bene, può essere. Anche questo non è un problema. Ma quando gioco in casa vorrei che un tifoso mi aiutasse, non che mi fischia dopo ogni palla persa. Perché poi diventa difficile”.

Una presa di posizione rara, soprattutto per un giocatore che ha attraversato mille battaglie sportive e personali. Come ricorda Tony Damascelli su Il Giornale, Dzeko non è un calciatore qualunque: è un uomo cresciuto nel pieno della guerra in Bosnia, abituato a mettere in prospettiva il dolore e le difficoltà.

La riflessione di Damascelli: perché Dzeko ha ragione

Damascelli sottolinea come il tema non siano i fischi. Il problema è ciò che spesso li accompagna:

insulti continui, minacce, aggressioni verbali, un clima degenerato che non appartiene alla normalità sportiva.

La sua posizione è netta: se una parte del pubblico travalica il limite della civiltà sportiva, i giocatori avrebbero il diritto – e forse il dovere – di interrompere il gioco.

Secondo il giornalista:

“Si potrebbe, una volta per tutte, fermarsi, ritirarsi. Ci vorrebbe un’idea di coraggio. Provi Dzeko a fare il primo passo, ricordando che a Sarajevo a fischiare erano le bombe”.

Una provocazione dura, ma che evidenzia la sproporzione tra la frustrazione sportiva dei tifosi e la violenza verbale con cui spesso viene scaricata sugli atleti.

I calciatori dovrebbero lasciare il campo? Una domanda che il calcio non può più evitare

L’idea che i giocatori possano decidere di abbandonare il campo in presenza di insulti razzisti, minacce o aggressioni verbali non è nuova. Ma finora il sistema calcio ha sempre preferito minimizzare, affidandosi a richiami dall’altoparlante o a sanzioni postume, spesso inefficaci.

La vicenda Dzeko riporta al centro tre punti chiave:

La critica tecnica è legittima, l’insulto personale no.

Il tifo può sostenere ma anche distruggere, soprattutto nei momenti di difficoltà.

L’autotutela dei giocatori è un tema che le istituzioni non possono continuare a rinviare.

Se un campione con oltre mille partite alle spalle sente il bisogno di chiedere rispetto, significa che il limite è stato ampiamente superato.

Conclusione: Firenze è solo un simbolo di un problema nazionale

Gli episodi accaduti al Franchi non sono una novità nel panorama calcistico italiano. La Fiorentina, in questa vicenda, è solo uno dei tanti casi recenti. La questione è ben più grande e coinvolge un clima che negli stadi tende a degenerare ogni anno di più.

Dzeko ha scelto di esporsi. E ha fatto bene. La sua voce può diventare un precedente, un punto di svolta. Perché un campionato di alto livello non può convivere con la normalizzazione dell’insulto e della minaccia.

Forse è davvero arrivato il momento di chiedersi: fino a quando i calciatori dovranno sopportare tutto?

E soprattutto: chi avrà il coraggio di essere il primo a fermarsi?

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