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·11 June 2026
La lettera di Anastasi: "Non capisco la strategia del tifo organizzato. Su Lotito..."

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Nell'edizione odierna de Il Tempo è stato il turno di Filippo Anastasi, giornalista, scrittore, vicedirettore del Giornale Radio Rai e responsabile dell'informazione Religiosa di Radio Rai, scrivere la lettera nello spazio dedicato ai tifosi illustri
Sono diventato laziale quando avevo otto anni. Mio padre mi portò allo stadio a vedere la mia prima partita. Un Lazio-Napoli funesto: perdemmo 4 a 0. La sera avero un febbrone da cavallo, ma ero diventato laziale. Per sempre. Ho passato questa passione a mia figlia unica (un’ultrà da trasferta) e lei ha tramandato il virus al figlio, il nipote al quale da anni compro l'abbonamento e con il quale vado allo stadio. Insomma di padre in figlio. Ho vissuto presidenze improbabili come quella di Brivio «ultima raffica» e momenti magici, seguendo la mia Lazio a Birmingham a Montecarlo a Parigi ma anche a Campobasso e Napoli. In settanta e passa anni di passione per la Lazio ne ho passate tante e ne ho viste di tutti i colori, ma un momento come quello attuale mi lascia sgomento. E quel che più fa male è che questo smarrimento, che io cerco di nascondere, è palpabile tra i giovanissimi. «Nonno, zio - mi chiedono - perché non dobbiamo andare allo stadio?». La risposta non ce l'ho chiara. Da una parte il presidente Lotito che da qualche tempo (prima in omaggio alla tradizione ci aveva regalato il volo dell'aquila) ci considera clienti senza anima e non fa nulla per avvicinarsi al popolo biancoceleste e alla sua storia gloriosa. Vabbè ci ha salvato dal fallimento e non è poco, ci ha fatto vincere coppe Italia e supercoppa. Ma adesso la frattura con quella che dovrebbe essere la sua gente è diventata una voragine. Dall'altra parte, dalla sponda del tifo organizzato c'è una strategia di protesta che non riesco a comprendere. Dicono: non ci abboniamo, non andiamo allo stadio, disdettiamo gli abbonamenti tv, vediamo la Lazio nei bar nei pub o in pubblici ritrovi. Questa strategia mi piacerebbe se stessimo parlando di una squadretta di promozione e non di un club di serie A con un bacino di utenza di oltre mezzo milione di tifosi. Non siamo una Lazietta siamo la Lazio. Per attuare questa strategia ci vorrebbero almeno 50mila bar e pub disponibili. E tutti sanno che non ci sono. C'è una sola strada da percorrere: il senatore Lotito lasci la presidenza ad una figura insigne, come fu per Zoff tanti anni fa e tenda una mano alla Storia (con la esse maiuscola ) e ai suoi appassionati che non sono clienti, ma tifosi appassionati, cuore prisante di una squadra gloriosa, e apra ad un’«operazione simparia». AImeno il tentativo va assolutamente fatto per evitare di disperdere l'amore della tifoseria che si tramanda da generazione, da oltre 126 anni. Al tifosi organizzati chiedo un cambio di strategia. Qualora dovesse arrivare un gesto di pacificazione da Lotito il mio parere è quelio di accettario ed aspettare il futuro. Prima o poi si deciderà a cedere. Nel frattempo torniamo nella nostra casa che è lo stadio. Vedere la curva Nord vuota al derby è stato un regalo che mai avrei fatto ai rivali e che forse ha dato loro un posto in Champions League. Protestate, contestate, ma allo stadio. Non sono i soldi degli abbonamenti che possono far demordere chi ci considera clienti, chi si comporta come il marchese del Grillo («io so’ io e gli altri non so' un...). La storia non si diserta e così lo stadio.







































