La terza Coppa Italia del Bologna, un anno dopo. Il trionfo di Roma non resti una favola isolata ma diventi il primo capitolo di una nuova normalità | OneFootball

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·14 May 2026

La terza Coppa Italia del Bologna, un anno dopo. Il trionfo di Roma non resti una favola isolata ma diventi il primo capitolo di una nuova normalità

Article image:La terza Coppa Italia del Bologna, un anno dopo. Il trionfo di Roma non resti una favola isolata ma diventi il primo capitolo di una nuova normalità

Un anno dopo, ma sembra passata un’epoca. E invece no: il punto più interessante della parabola del Bologna post Coppa Italia è proprio questo scarto tra percezione e realtà. Perché nella memoria collettiva quella squadra che batté il Milan il 14 maggio 2025 appare quasi irripetibile, smontata pezzo per pezzo, trascinata via dall’inerzia naturale del calcio. Ma se si guarda bene, il nucleo è ancora lì. Dei titolari ne sono rimasti sette su undici. E gli altri? Nemmeno sostituzioni traumatiche, a dirla tutta.

Ndoye è stato rimpiazzato da Rowe: pari e patta, forse addirittura qualcosa in più in termini di imprevedibilità e strappo. Holm ha lasciato spazio a Joao Mario e Zortea, e anche lì il saldo tecnico non è così negativo, anzi. Fabbian ha ceduto virtualmente il posto a Bernardeschi, anche se con caratteristiche piuttosto diverse, e nessuno avrà voglia di negare che per esperienza, letture e peso specifico dentro le partite oggi l’ex Toronto offre nettamente maggiori garanzie.


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Il vero buco, il vero ‘peccato originale, è altrove. È in difesa. È Beukema. Perché alla fine il BFC non l’ha mai davvero sostituito. Un discorso antico, che smette di essere tecnico e diventa politico, nel senso più calcistico del termine. La scelta estiva di pensare che bastassero Heggem e Vitik per assorbire quell’uscita racconta molto della dimensione in cui il club ha continuato a pensarsi anche dopo aver alzato un trofeo. Come se la Coppa Italia fosse stata sì bellissima, sì storica, ma non abbastanza da imporre un cambio definitivo di ambizione.

C’è una parte di opinione pubblica che continua a leggere quel trionfo come un perfetto allineamento astrale: l’Empoli in semifinale, il Milan arrivato a fine corsa in finale, una serie di incastri favorevoli. Tutto vero. Ma le coppe le vincono sempre anche gli incastri. Nessuno chiede al destino il certificato di autenticità. La differenza sta nel farsi trovare pronti quando il corridoio si apre. E il Bologna era pronto. Lo era tatticamente, emotivamente, atleticamente. Era un gruppo che aveva costruito una propria identità forte, riconoscibile, feroce. Ridurre tutto alla fortuna significa non capire cosa succede quando una città e una squadra iniziano finalmente a credere nella stessa cosa contemporaneamente.

Ma quella vittoria ha davvero cambiato le aspettative? Oppure la si è trattata come una fuga romantica? Perché il rischio è proprio quello. Il rischio è che la Coppa Italia venga archiviata come lo scudetto del 1964: un’impresa gigantesca, mitologica, ma isolata. Un picco da raccontare ai nipoti più che una base da cui ripartire. E invece il calcio moderno non perdona la nostalgia quando diventa racconto bastante a se stesso.

Difendere una coppa non significa per forza rivincerla subito. Significa difendere il patrimonio di sensazioni che quella coppa ha creato. Il tifo. Il senso di appartenenza. L’idea, improvvisamente concreta, che Bologna possa sedersi stabilmente ad un tavolo diverso rispetto a quello della semplice sopravvivenza. Per questo il tema non è «il Bologna doveva spendere di più», in senso astratto. Il tema è: il Bologna ha ragionato da società consapevole di aver vinto con merito un trofeo nazionale o convinta di aver vissuto un exploit irripetibile? Sono due posture completamente diverse.

Sì, perché il capitale più fragile e prezioso nel calcio non sono i soldi, ma l’entusiasmo popolare. Si crea lentamente e si disperde in fretta. E quel 14 maggio aveva prodotto qualcosa che sotto le Due Torri non si vedeva da decenni: una comunione totale tra squadra e città, una sensazione quasi fisica di crescita collettiva. La vera partita, un anno dopo, non riguarda allora solo i risultati. Riguarda la capacità del BFC di proteggere quella nuova percezione di sé. Di impedire che tutto venga ricordato come una favola isolata invece che come il primo capitolo di una nuova normalità.

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