Calcio e Finanza
·7 March 2026
Perché Elkann vende La Stampa e Repubblica ma non la Juventus (e men che meno la Ferrari)

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·7 March 2026

Con la vendita de La Stampa al gruppo Sae di Alberto Leonardis, e se andrà in porto anche la cessione de La Repubblica all’imprenditore greco Theodore Kyriakou (secondo quanto trapela le negoziazioni sono pressoché terminate e quindi presto si dovrà decidere se concludere o meno), Exor, la holding della dinastia Agnelli-Elkann che è anche l’azionista di controllo della Juventus, non solo abbandonerà quasi completamente il business dell’editoria tradizionale ma vedrà uscire dal suo portafoglio due marchi storici e notissimi dell’imprenditoria italiana: per l’appunto il quotidiano romano, seconda testata nazionale per vendite tra i giornali politici, e quello torinese, posseduto dagli Agnelli sin dal 1926 e che rappresentava con la Fiat e la Juventus uno dei legami più potenti della dinastia con il capoluogo piemontese.
Stando a quanto si è stati in grado di appurare, la decisione di John Elkann di dismettere i principali asset editoriali scaturisce da più elementi:
Non va nascosto però un altro elemento, almeno per quanto invece concerne la possibile e problematica vendita de La Repubblica. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari venne acquistato dagli Agnelli nel 2019 (insieme a tutto il gruppo Gedi) appena qualche anno dopo che gli stessi erano usciti dall’azionariato de Il Corriere della Sera nel 2016. In quell’occasione non furono pochi gli osservatori ad evidenziare una particolarità: sin dai primi anni di quel decennio Sergio Marchionne, allora amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (confluita poi in Stellantis a inizio 2021 dopo la scomparsa del manager italo-canadese nel 2018) aveva avvertito della necessità per il settore automobilistico di andare verso una fase di fusioni e acquisizioni nel tentativo di ridurre i costi di produzione.
Previsione che poi si è avverata, come spesso avveniva con Marchionne e il senso del suo discorso era chiaro: nel segmento mass market (quello delle auto di media cilindrata per intenderci, al di sotto delle berline di lusso) i margini per i costruttori sono troppo risicati, pertanto è necessario comprimere i costi di produzione. Parole, che tradotte dall’aziendalese, significavano il sì alle fusioni tra aziende per utilizzare le stesse catene di montaggio e aumentare le economie di scala ma anche se non soprattutto riduzioni del costo del personale e quindi di posti di lavoro. E in questo quadro essere proprietari del principale quotidiano italiano in campo progressista poteva avere la sua convenienza per chi sapeva di dovere affrontare di lì a poco scelte dolorose.
Purtroppo, anche adesso l’allarme occupazionale è lungi dall’essere terminato nell’automotive. Però se è vero che Elkann è ancora presidente di Stellantis (verrà confermato nel ruolo durante la prossima assemblea) è anche vero che la grande aggregazione è ormai avviata da anni (FCA e Peugeot si fusero nel 2020 con Stellantis che nacque ufficialmente nel 2021) e nello stesso tempo è inoltre vero che la storia di Kyriakou non sembra delineare un imprenditore sostenitore delle tematiche progressiste.
Evidenziato questo, però, quello che più importa in questa sede è far notare che se Exor punta a disfarsi di due brand storici in campo editoriale che la legano indissolubilmente all’Italia (in attesa del closing con il gruppo Tata Motors per la vendita di Iveco), la storia appare completamente differente per altre due controllate iconiche quali Ferrari e Juventus. Società, queste ultime, che la holding non si sogna nemmeno di vendere. Per motivi simili e diversi.
Le analogie sono presto dette: sono entrambe legate a sport molto popolari. Nello specifico una rappresenta la Nazionale italiana nell’automobilismo nonché la scuderia più prestigiosa e storica della Formula 1, muovendo la passione di milioni di appassionati in tutto il mondo. L’altra è la squadra che di gran lunga ha più tifosi in Italia, oltre ad avere un enorme seguito e un blasone molto apprezzato anche all’estero.
In questo senso controllare queste due società (oltre ad essere il presidente di Stellantis che è tuttora uno dei maggiori datori di lavoro in Italia) consente agli Agnelli-Elkann non solo di non essere soltanto dei ricchi qualunque, ma anche di continuare ad essere la dinastia industriale di riferimento in Italia. Evidentemente anche il legame con La Stampa poteva avere questo valore, però solo limitatamente al Nord-Ovest (dove il quotidiano è per lo più diffuso) e non all’intero Paese. Invece quello con La Repubblica è troppo recente per potersi definire storico.
Anche le diversità però sono evidenti.
Sul Cavallino Rampante non c’è molto da dire. La scuderia di Maranello, che Exor controlla con il 19,5% del capitale e il 32,2% dei diritti di voto in virtù della norma del voto maggiorato, è un vero e proprio gioiello imprenditoriale con pochi eguali al mondo. Nonostante le ultime pessime stagioni in pista, Ferrari resta uno dei brand più noti e apprezzati al mondo secondo tutte le agenzie di marketing.
Soprattutto però la scuderia emiliana è una azienda che scoppia di salute dal lato economico visto che da quando è stata scorporata da Fiat Auto nel 2016 non ha mai smesso di produrre utili (9,2 miliardi di euro aggregati dal 2016 al 2025) e di distribuire dividendi ai soci, e quindi in primo luogo ad Exor. Non a caso negli ultimi dieci anni le azioni della società di Maranello hanno registrato una crescita del 900% alla Borsa di Milano.
La Juventus invece è un discorso diverso. Il club bianconero ha certamente un’allure mondiale oltre a una storia di successi invidiabile, però in termini aziendali la situazione non è rosea. Per rimanere nell’ultimo decennio il club ha registrato perdite cumulate per 950 milioni di euro e non a caso in più occasioni ha dovuto varare aumenti di capitale (complessivamente per circa 1 miliardo di euro) iniettando nelle casse bianconere qualcosa come 640 milioni di tasca propria in virtù del suo 65% del capitale (ma ha il 79% dei diritti di voto).
Eppure, quando a dicembre il secondo socio del club, la piattaforma di stablecoin Tether, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto sul 100% della società, la risposta di Elkann e di Exor è stata quanto mai perentoria: la Juventus non è in vendita. E questo per svariati motivi.
In primo luogo, va notato che l’offerta di Tether valutava la Juventus nel suo complesso 1,1 miliardi di euro, una cifra decisamente inferiore a quella cui viene stimata all’interno di Exor visto che nonostante la capitalizzazione di mercato in Borsa si aggiri sugli 850/900 milioni di euro, come più volte si è spiegato in questa sede, il club bianconero viene valutato dai manager di casa Agnelli almeno 2 miliardi.
Però il niet non è stato solo una questione di prezzo. Per Exor la Juventus non è in vendita anche, se non soprattutto, per altri motivi. Il primo è quello di cui sopra, ovvero il valore intangibile del club nella storia del calcio e nel numero di appassionati in tutto il mondo che dà a Elkann e agli Agnelli il privilegio e lo status di non essere ricchi qualunque.
Oltre a questa nota di prestigio però vi sono motivi specificamente economici e aziendali che sono insiti nelle dinamiche finanziarie nel mondo del calcio a livello planetario e che portano a considerare un club, soprattutto se ha il blasone della Juventus, un bene destinato ad apprezzarsi e non a deprezzarsi.
E quindi perché mai Exor dovrebbe vendere se è probabile che nel volgere di qualche anno l’asset potrebbe valere ancora di più?
Tra questi motivi emergono come più importanti almeno due elementi:
Alla luce di tutto questo, quindi, perché mai Exor dovrebbe vendere la Juventus? Visto che non solo, come spiegato, ci sono quei vantaggi intangibili di cui sopra (essere proprietari del club più amato d’Italia continuando la tradizione di famiglia) ma ci sono anche degli elementi strettamente economici basati su numeri che ampiamente spiegano perché alle voci di vendita Exor dice sempre no.


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