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·20 January 2026
Se anche Sartori sbaglia il mercato

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Correva la stagione 23/24. Per premiare il lavoro di Thiago Motta, il ds Sartori portava a Bologna, tra gli altri, Calafiori e Ndoye dal Basilea, Santi Castro dal Vélez, Beukema dall’AZ Alkmaar, Posch dall’Hoffenheim. Acquisti che, uniti ai prestiti di Saelemaekers, Odgaard e Freuler, restituivano un equilibrio tra opportunità di crescita e peso specifico. Acquisti, insomma, efficaci (e rivendibili), a fronte delle sole cessioni “illustri” di Arnautovic, Schouten e Domínguez. Due anni più tardi, quel Bologna è decisamente cambiato. Se da un lato la gestione Italiano e la vittoria della Coppa Italia hanno permesso alla società di acquisire uno status da prima fascia allargata, dall’altro le ultime prestazioni hanno rivelato qualche problematica.
Né Rowe (acquistato per pura occasione) né Cambiaghi (un ottimo esterno alto per una squadra di medio-bassa classifica) stanno rendendo quanto l’ultimo Ndoye; gli italiani di ritorno Immobile e Bernardeschi contano complessivamente poco più di 500 minuti giocati in Serie A. A posteriori, fino a qui, possiamo riconsiderare anche gli investimenti su Vitík (che resta pur sempre un 2003) e soprattutto su Nicolò Casale: 6,5 milioni nelle casse della Lazio, a cui si è posto rimedio versandone altri 7 per il prospetto norvegese Eivind Helland. A ciò si aggiunga che da Zortea ci si aspettava molto di più e che la linea mediana ha perso valide alternative come Aebischer e El Azzouzi senza aggiungere nessuno (escluso il prestito oneroso di Sulemana, che non ha praticamente mai visto il campo).
Sartori ha cambiato strategia e anziché tassellare l’organico con profili europei attuali, che mischiassero gioventù ed esperienza, che garantissero integrità fisica e che generassero plusvalenze, ha ridisegnato porzioni di rosa puntando su nomi e trascorsi troppo diversi fra loro. In una Serie A sempre più livellata, il Bologna è una squadra che appare spremuta, oltre che un cantiere in cerca di stabilità. Sono passi falsi che rischiano di compromettere l’ambizione e la costanza di una crescita a cui ci stavamo abituando.
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