Vincenzo Grella racconta: «Arrivo in Italia? Un caso, un assist dello zio di Vieri. Ranieri un signore. Era già un manager» | OneFootball

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·24 January 2026

Vincenzo Grella racconta: «Arrivo in Italia? Un caso, un assist dello zio di Vieri. Ranieri un signore. Era già un manager»

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Vincenzo Grella svela: «Arrivo in Italia? Un caso, un assist dello zio di Vieri. Ranieri un signore. Era già un manager». Le parole

Vincenzo Grella è stato centrocampista di lotta e grinta. Oggi è vicepresidente e amministratore delegato del Catania, in Serie C e si è raccontato a la Gazzetta dello Sport.

L’ARRIVO IN ITALIA «Fu un vero caso, diciamo un assist dello zio di Vieri. Mi spiego: giocavamo contro l’Argentina con l’U20 dell’Australia, io marcavo Riquelme, e feci una super partita. Così un osservatore chiamò lo zio di Christian: “Conosci questo Grella?”. Lui si frequentava con un amico di mio zio. Il collegamento fu semplice. Tempo un mese ero a Empoli a fare un provino. Sapete chi era quell’uomo in tribuna? Sergio Berti, che sarà il mio procuratore per una vita. Un bel giro, insomma dai».IL SOGNO SERIE A «Scherza? Io a Melbourne da ragazzo mi svegliavo nel cuore della notte per vedere il grande Milan degli olandesi. Non le dico l’emozione di entrare poi a San Siro anni dopo per sfidare i rossoneri: mi passarono davanti tutte le sensazioni di quelle notti insonni».L’IMPATTO A EMPOLI «Facevo la spola tra prima squadra e Primavera, dove vincemmo lo scudetto. Eravamo io, Marchionni, Cribari, Del Nero. Una bella squadra. Oggi nel settore giovanile dell’Empoli gioca mio figlio, gli auguro di togliersi il doppio delle soddisfazioni del papà. Per ora è giusto che si diverta».RICORDI DI SILVIO BALDINI «Ne avrei a bizzeffe, era un personaggio unico. Una volta ricordo che prima di una trasferta a Genova scendemmo in campo tutti coperti, faceva un freddo. Lui, di tutta risposta, vedendoci così bardati iniziò a spogliarsi a centrocampo. Piano piano iniziarono a farlo tutti: il primo fu Berti, un portiere pazzo almeno quanto il mister. Ci allenammo a petto nudo e il giorno dopo vincemmo 3-0. Lui arrivò in spogliatoio con uno sguardo tronfio e ci disse “Avete visto che siete più forti anche del freddo?”. Fu una lezione di vita».GLI ANNI D’ORO A PARMA «Sì, assolutamente. Pioli mi ha fatto pure capitano ed è stato un onore. Eravamo una squadra davvero forte con tanti campioni. Uno su tutti? Morfeo. Faceva cose che ho visto fare solo a Totti e Zidane. Forse gli è mancata un po’ di continuità, aveva un piede che cantava».RANIERI «Un signore. Era già un manager. Parlava poco, ma sapeva tutto di tutti: non si limitava ad allenare, andava oltre. Aveva un approccio internazionale, conoscerlo fu una scoperta molto bella. Con lui e Giuseppe Rossi ci salvammo, una cavalcata incredibile. Peccato, poi, per come è finita con certi personaggi…».L’ADDIO AL PARMA «Non fu un problema di rinnovo, ma di parola data. Io avevo preso un accordo con la precedente società e mi erano state promesse determinate cose. Io sono rimasto, fidandomi. E venivo dal Mondiale in Germania, avevo richieste. Per me, però, una stretta di mano tra uomini vale come un contratto. Invece il club si rimangiò tutto. Voleva cambiare delle cose di forma e sostanza. E io andai via. Fu un peccato, ma sono personaggi che fanno male al calcio italiano. E la storia mi ha dato ragione col tempo».PROFESSIONISTA FINO ALLA FINE «Certo, perché sono uno che ha sempre messo davanti gli interessi della squadra. Ranieri mi disse: “Vincenzo io so come stanno le cose, non è giusto quello che ti stanno facendo, ma mi servi”. E io mi misi a disposizione. Conquistare la salvezza è stato un momento straordinario, secondo solo all’esordio in A».LE BIG SFIORATE «Braida, ogni volta che lo vedo, mi ricorda che mi seguiva. Per me sarebbe stato un sogno, anche se volevo giocare e sono consapevole che in quel Milan non avrei avuto spazio. Stesso discorso vale per l’Inter: ero onorato che si interessassero a me, però uno deve avere l’onestà di riconoscere il proprio livello. E dopo il Mondiale, c’era un interesse anche da parte della Roma di Spalletti».IL SOGNO CATANIA IN SERIE A «Puntiamo in alto. Abbiamo un presidente come Pelligra che ci permette di alimentare un sogno: portare il Catania in Serie A. È veramente innamorato della squadra e della città. Quando siamo partiti, al primo allenamento non c’erano nemmeno i palloni, ora vogliamo costruire qualcosa di grande. Se lo merita la gente, qui hanno una passione unica. L’obiettivo è salire intanto in B e poi procedere step by step fino alla massima serie. Le parole chiave saranno equilibrio e ambizione».


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