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·18 de febrero de 2026
Azionariato popolare, perplessità sul DDL: la Lega chiede modifiche

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·18 de febrero de 2026

Il calcio italiano si trova di fronte a un passaggio cruciale, che non coinvolge solo una singola società ma l’intero assetto del sistema. Il ritorno al centro del dibattito dell’azionariato popolare viene seguito con interesse dalla Lega Serie A, ma anche con cautela, alla luce di implicazioni giuridiche, economiche e perfino legate alla sicurezza.
Nel documento DDL S-1120 inviato alle istituzioni dopo il confronto tra i club, la posizione espressa non è dettata da pregiudizi ideologici. Piuttosto, riflette la complessità di un settore che genera occupazione, gettito fiscale, attrazione di capitali stranieri e che sostiene l’intera filiera calcistica attraverso i meccanismi di redistribuzione dei diritti televisivi. Modificare questo equilibrio significa intervenire direttamente sul motore economico del movimento. Uno dei primi rilievi riguarda le basi stesse della proposta: secondo la Lega, l’idea di un calcio in crisi strutturale di pubblico e ricavi non troverebbe riscontro nei dati più recenti, con la stagione 2024-2025 che ha fatto registrare una media di riempimento degli stadi superiore al 92%, in crescita rispetto al passato. Se la diagnosi non è chiara, suggerisce la Lega, anche la soluzione rischia di non esserlo.
Le perplessità aumentano sul piano tecnico. Il testo, viene evidenziato, non tiene conto delle specificità delle società quotate in Borsa, dove governance, tutela degli investitori e circolazione delle azioni rispondono a regole precise, difficilmente conciliabili con meccanismi di partecipazione imposti per legge. Ancora più delicato è il tema del titolo sportivo e dell’eventuale diritto di prelazione in caso di crisi societaria. Qui il confronto si sposta su un terreno giuridico sensibile: il titolo sportivo non è un bene liberamente cedibile, ma deriva dall’affiliazione a una federazione nell’ambito di un ordinamento sportivo autonomo, riconosciuto anche dall’ordinamento statale. Un punto che tocca direttamente l’ossatura del calcio professionistico.
C’è poi un ulteriore livello di preoccupazione, meno evidente ma significativo. La Lega richiama l’attenzione sul rischio che, in assenza di adeguate garanzie normative, l’azionariato diffuso possa esporre i club a pressioni organizzate o a tentativi di infiltrazione criminale nella governance societaria. Non si tratta solo di un tema di gestione interna, ma di legalità e stabilità dell’intero sistema.
In questo contesto si inseriscono anche le posizioni di singoli dirigenti, che però riflettono un orientamento più ampio. La questione non è tanto essere favorevoli o contrari al modello in sé, quanto capire se e in che modo esso possa integrarsi con la dimensione industriale del calcio moderno.
La conclusione della Lega non è uno scontro frontale, ma un invito alla prudenza: rivedere l’impianto del provvedimento e valutare con attenzione l’eventuale applicazione alle società professionistiche di vertice. Il confronto resta aperto. Tra l’aspirazione a una maggiore partecipazione popolare e l’esigenza di garantire sostenibilità economica e certezza del diritto, il calcio italiano è chiamato a trovare un equilibrio









































