Ballardini spiega: «Flop azzurro? In Italia comandano proprietà e agenti, bisogna ripartire da allenatori con un ruolo più importante!» | OneFootball

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·2 de abril de 2026

Ballardini spiega: «Flop azzurro? In Italia comandano proprietà e agenti, bisogna ripartire da allenatori con un ruolo più importante!»

Imagen del artículo:Ballardini spiega: «Flop azzurro? In Italia comandano proprietà e agenti, bisogna ripartire da allenatori con un ruolo più importante!»

L’allenatore dell’Avellino, Davide Ballardini, con tantissima esperienza in Serie A, ha provato a darsi una spiegazione del flop dell’Italia

Davide Ballardini è ripartito dall’Avellino. L’allenatore ravennate, arrivato a quota 343 panchine in carriera, si racconta a La Gazzetta dello Sport


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AMA IL CINEMA – «Molto. Vedrei Totò e Alberto Sordi tutti i giorni, so tutti i loro film a memoria. Poi quelli di Fellini, Bertolucci e Visconti: sono datato».

IL PREMIO OSCAR DELLA SERIE B – «Attore non protagonista…».

L’OBIETTIVO STAGIONALE – «Si guarda prima di tutto all’obiettivo, che è quello della salvezza. Cosa che non è facile, ce la dovremo meritare, senza distrazioni».

I PRIMI RISULTATI – «Siamo contenti per quello che è stato fatto, ma consapevoli che non abbiamo ancora fatto nulla. La verità è solo quella. Intanto sono stato contento della chiamata dell’Avellino. Ho conosciuto i dirigenti, sono molto appassionati. E la squadra: ero curioso e sono entusiasta. Ci sono giocatori per bene che tengono alla squadra, con valori umani non scontati da trovare. E’ una curiosità che avevo e che mi ha sorpreso in positivo».

IL RAPPORTO CON LA PIAZZA – «E’ di straordinaria importanza. Ho conosciuto un ambiente nuovo, posti nuovi, non pensavo che la squadra fosse così importante per la comunità. La squadra rappresenta una provincia intera, che è molto ampia. C’è tanto affetto e i tifosi ci sostengono ovunque. E’ stata una bella sorpresa, qui la squadra per la gente è la massima passione».

I RICORDI DA AVVERSARIO – «Non conoscevo Avellino, ero ignorante, non mi rendevo conto cosa ci fosse attorno alla squadra e lo scopro poco alla volta. Ma d’altronde qui ero venuto solo con la Sambenedettese a inizio carriera. A proposito, devo fare un ringraziamento a Vincenzo D’Ippolito, che mi ha dato l’opportunità di allenare la squadra dove ho iniziato».

LA FALSA ETICHETTA DI “MISTER SALVEZZA” – «Me l’avete messa voi giornalisti ed è una stupidata. Perché se si guarda bene il percorso fatto, ho fatto meglio quando ho iniziato di quando sono subentrato, come al Genoa, o al Palermo quando mi sono dimesso. O alla Lazio, vincendo la Supercoppa. Sono fatti oggettivi».

LE ULTIME AVVENTURE IN SERIE A – «A Cremona ho fatto un punto a partita, il meglio possibile. A Sassuolo c’era tutto per fare bene, ma credo che quell’anno fosse segnato: alla prima partita ho perso Berardi per infortunio, ma ho tenuto una media punti più alta rispetto a chi mi ha preceduto. Non è bastato ed è stato un peccato, per il valore di quella società. Lo stesso vale per la Cremonese: è meno strutturata ma ha una grande proprietà».

LA DIFFERENZA TRA A E B – «Tanta. La qualità dei giocatori è notevole, hanno cilindrate diverse. Però in B ci sono giocatori giovani che meritano di trovare spazio in A».

GLI 80 ANNI DI ARRIGO SACCHI – «Poco, il calcio è cambiato tanto. E’ rimasta la programmazione, il metodo di Sacchi, sul quale ognuno ci mette del suo. Un input per tutti noi. Lo so, anche Zaccheroni li ha compiuti. Sacchi è stato un punto di riferimento per tutti gli allenatori. C’è chi dice che sia stato la rovina dei settori giovanili, di certo per noi è stato un riferimento: c’è stato il calcio prima di Sacchi e quello dopo Sacchi».

LE FONTI DI ISPIRAZIONE TATTICA – «Da curioso cerchi di prendere dai più bravi. Io più da Guardiola, non ho mai seguito il calcio di Gasperini, Juric, Palladino: un indirizzo molto chiaro, ma non paragonabile a quelli di Sacchi e Guardiola. Poi dico Klopp».

IL CALCIO DEL FUTURO – «Sarà sempre più intenso e veloce, più profondo, con giocatori sempre più performanti a livello atletico. Si andrà da una parte all’altra del campo molto più velocemente, con un gioco sempre più verticale».

IL FLOP AZZURRO – «In Italia comandano le proprietà e gli agenti, chi conta meno sono gli allenatori e tutto si riflette sul lavoro perché il giocatore capisce se l’allenatore è solido o no. Ci sono meno educatori e istruttori, bisogna ripartire da allenatori con un ruolo più importante, perché la competenza è fondamentale, ma viene meno a favore degli interessi. E così il calciatore non cresce, come uomo e come atleta».

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