Bologna, la paura del ritorno alla normalità e la voglia di sentirsi ancora speciali | OneFootball

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Zerocinquantuno

·10 de abril de 2026

Bologna, la paura del ritorno alla normalità e la voglia di sentirsi ancora speciali

Imagen del artículo:Bologna, la paura del ritorno alla normalità e la voglia di sentirsi ancora speciali

Tempo di Lettura: 2 minuti

L’Aston Villa non perde una partita in casa in competizioni europee da due anni esatti. No, non serviva questo dato per rendere utopistica l’impresa a cui sarà chiamato il Bologna giovedì prossimo. Ma anziché parlare degli inglesi, ai quali è bastata mezza gara per ipotecare il passaggio di turno, converrebbe parlare di noi e della squadra che siamo diventati.


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Mentre ci arrendiamo all’evidenza tautologica che i forti hanno sempre la meglio, una vocina interiore si ribella e lancia un grido soffocato: «No, non è sempre così. A volte può andare diversamente». A volte, ma non stavolta. Perché se il BFC si presenterà a Birmingham come vittima sacrificale non può imputarlo ad altri che a se stesso, ai propri limiti sfacciatamente esibiti e a questo ritorno allo stato di normalità che tanto ci spaventa dopo due anni e mezzo in stato di grazia.

Perché l’impresa più grande, ora, non sarà rinunciare all’Europa, ma convivere con la sensazione di dover tornare all’ordinario, archiviando queste due stagioni nel faldone delle annate irripetibili (già ci sentiamo, mentre racconteremo con voce rigata dalla nostalgia: «Ai tempi di Thiago Motta e di Italiano…»). Ma quei tempi sono ancora l’oggi. E se abbiamo ancora una chance di sentirci speciali, questa speranza passerà proprio dal grado di accettazione e di reazione al probabilissimo schianto nel pianeta dei normali che accadrà verosimilmente la sera del 16 aprile.

Il rischio che la stagione – e forse anche un intero ciclo – finisca al Villa Park è altissimo: alcuni giocatori in scadenza o in prestito (De Silvestri, Joao Mario, Lykogiannis, Sohm), altri già sicuri di non rinnovare il proprio contratto (Freuler, Lucumí, forse Orsolini), altri possibili candidati alla partenza a seconda degli scenari di mercato (Italiano compreso). Cosa resterà allora di tutto questo, oltre ai ricordi? La società.

Una società che dopo dieci anni, nonostante i limiti strutturali del calcio italiano e del suo panorama politico-legislativo, ha capito come si fa a vincere in patria ed è andata vicinissima a farlo anche in Europa (il Bologna è pur sempre l’unica squadra nostrana sopravvissuta, assieme alla Fiorentina, a questo punto dell’annata, e resterà una delle più presenti in Europa nell’ultimo biennio). E l’ultima immagine impressa negli occhi di tifosi e appassionati non sarà l’uscita a farfalle di Ravaglia, ma il Dall’Ara orgogliosamente vestito a festa in eurovisione.

Non si tratta di sentirci ancora una big, non abbiamo più bisogno di prove. Quello che dovrà fare il club è investire in altri Rowe e nei nuovi Freuler, nelle facce belle e pulite che danno tutto ad ogni partita, senza calcoli, senza rivendicazioni contrattuali. Un Bologna che si guadagna l’ammirazione degli avversari sul campo, in attesa di guadagnare elogi anche per lo stadio, perché al di là delle coreografie il Dall’Ara era e resta una struttura urbanisticamente inadeguata alla Serie A, figurarsi alle grandi competizioni continentali. Ma questa è un’altra sfida. Forse la più importante del futuro.

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