Calcionews24
·25 de marzo de 2026
Calhanoglu svela: «Così sono diventato regista, Chivu dà opportunità a tutti! Vi racconto il passaggio dal Milan all’Inter, c’era anche la Juve!»

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·25 de marzo de 2026

Intervistato da Kafa Sport direttamente ad Appiano Gentile, Hakan Calhanoglu si racconta così.
CHIVU – «A inizio stagione è cambiato l’allenatore. Secondo me ha influito bene sulla squadra. Era già nel club, allenava i giovani, quindi lo conoscevamo. È una persona molto alla mano, molto calorosa, e la squadra lo ha accettato subito. È molto aperto e questo è stato positivo. Ha anche il vantaggio di dare opportunità a tutti, anche ai giovani. L’allenatore precedente aveva una filosofia diversa, più orientata all’esperienza. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, ma ora stiamo andando bene, grazie a Dio»
PASSAGGIO DAL MILAN ALL’INTER– «Non è stato facile impormi all’inizio. Dovevo prima dimostrare a me stesso il mio valore. Anche per i tifosi dell’Inter c’erano dei dubbi. Ricordo la mia prima partita: un gol e un assist, un gol bellissimo. Ero emozionato, era un momento importante della mia carriera. Penso di averlo superato bene. Essere arrivato a parametro zero forse mi ha aiutato mentalmente. A volte il fatto di avere il passaporto turco può essere uno svantaggio in Europa, perché il nostro valore non è sempre riconosciuto. Però oggi giocatori come Kenan o Arda stanno ricevendo il giusto valore per le loro prestazioni, ed è molto importante. Credo di aver contribuito anche io a questo cambiamento. Quando ho scelto la nazionale turca, pensavo che potesse essere un esempio per altri ragazzi cresciuti all’estero. E infatti è successo: molti hanno scelto la Turchia, anche alcuni che poi si sono pentiti di non averlo fatto».
RUOLO – «Quando sono arrivato all’Inter giocavo in una posizione diversa. Con Inzaghi mi sono adattato a un ruolo più arretrato a centrocampo, da regista. All’inizio c’era Brozović, poi dopo la sua partenza il mister mi ha proposto quel ruolo. Ho accettato: gioco un po’ più lontano dalla porta, ma ho più controllo del gioco. Aiuto sia in fase offensiva che difensiva, mi piace anche entrare nei contrasti. Il mio stile è cambiato. I tifosi dell’Inter hanno pensato ad un coro per me. La prima volta sono rimasto sorpreso: non sono italiano, ma mi hanno dato tanto affetto. Significa che ho fatto qualcosa di buono. Mi hanno accettato e il rapporto di rispetto e amore è cresciuto. In Italia i tifosi sono molto importanti e sento di esserlo anche io per loro. Grazie a Dio, il lavoro che faccio viene ripagato».
GRUPPO – «Sto bene con tutti, ma sono più vicino ad alcuni compagni come Sommer, Dumfries, Thuram. Anche Akanji, arrivato quest’anno, si è integrato subito. Con Dumfries abbiamo parlato anche prima e dopo la partita agli Europei. C’è grande rispetto tra noi. Nello spogliatoio sono io il DJ, sia all’Inter che in nazionale. Mettiamo musica motivazionale. La canzone “Yalı Yalı” è nata così: mia figlia me l’ha fatta sentire su TikTok e mi ha detto di esultare così dopo un gol. Ho iniziato a metterla nello spogliatoio e poi è diventata virale. Arnautović ama molto la cultura turca».
PALLONE D’ORO – «La candidatura al Pallone d’Oro è stata un’esperienza bellissima. È qualcosa che da piccolo vedevi solo in TV, con giocatori come Ronaldinho, Messi, Ronaldo. Essere lì è stato speciale. Ricevere messaggi di supporto dalla mia famiglia e da persone importanti mi ha emozionato molto. Mi hanno reso orgoglioso. È bello ricevere messaggi così dagli allenatori e dai compagni più grandi con cui hai lavorato. Anche perché loro mi conoscono fin da quando sono arrivato per la prima volta in nazionale. Persone come Burak, Emre… non li dimenticherò mai. Anche grazie a loro oggi ho questo ruolo da capitano, hanno contribuito tanto. Loro me lo dicevano sempre: ‘Un giorno diventerai il capitano di questa squadra. Arriverà il tuo momento, e questa squadra sarà affidata a te.’ Quando quel giorno è arrivato ero davvero emozionato. Mi chiedevo: ce la farò? Sarò all’altezza? Alla fine rappresenti il tuo Paese, è una grande responsabilità. È normale avere questi pensieri. Tra i giocatori turchi di oggi, chi può arrivare al mio livello o superarmi? Io dico Kenan e Arda. Uno gioca al Real Madrid, l’altro è il numero 10 della Juventus. Hanno un potenziale enorme. Anche Can, dopo l’Eintracht, deve fare un salto importante per arrivare a quel livello. Ma tutti loro sono giovanissimi e hanno un grandissimo futuro».
VITA A MILANO – «Se riesco a girare tranquillamente? In realtà no, non molto. Vivo più fuori città. Quando vado in centro, vado la mattina presto. Non è facile essere riconosciuto, soprattutto dopo essere passato dal Milan all’Inter ed essere comunque così apprezzato. I tifosi del Milan ovviamente non sono contenti… Se ho mai avuto reazioni negative per strada? All’inizio sì, nei primi 3-4 mesi dopo il trasferimento. Mi insultavano, mi dicevano cose mentre camminavo. Ma succede perché non conoscono la verità».
ANCORA SUL PASSAGGIO DAL MILAN ALL’INTER – «Come è nato il trasferimento all’Inter? Il Milan non mi ha mai fatto un’offerta ufficiale per il rinnovo, solo a parole. Abbiamo aspettato fino alla fine dell’Europeo, ma niente. Poi c’erano anche Barcellona e Juventus interessate. Alla fine è arrivata l’Inter. Inzaghi mi chiamava continuamente durante l’Europeo. Mi voleva davvero tanto. Io ero indeciso: passare dal Milan all’Inter non è facile, è una scelta pesante. Il mio agente mi ha detto: ‘Dormici sopra e poi decidi.’ Il giorno dopo ho detto sì. Non ne ho parlato con la mia famiglia, è stata una decisione mia. Poi ho comunicato tutto a loro e mi hanno sostenuto. Mia moglie è sempre al mio fianco, qualunque decisione io prenda. Alla fine sono io che devo scendere in campo e prendermi le responsabilità»
TURCHIA – «Montella? Da quando è arrivato è cambiato tutto. Io avevo già lavorato con lui al Milan. Prima ancora che diventasse ct, è venuto a Milano e ci siamo incontrati. Nessuno lo sapeva. Io ero molto contento, perché lo conoscevo. Mi ha chiesto della squadra, dei giocatori, della mentalità. Gli ho spiegato un po’ tutto, anche la nostra cultura. E lui ha detto subito: ‘Qui non è l’esercito, dovete sentirvi a vostro agio’. Viene da Napoli, quindi è molto simile a noi come mentalità. La squadra lo ha accettato subito. La comunicazione è fondamentale e lui è molto bravo in questo: tratta tutti allo stesso modo. Ma la cosa più importante è il lavoro tattico. In nazionale ho avuto tanti allenatori, ma non avevamo mai davvero un sistema di gioco definito. Con lui invece tutto è cambiato: video, tattica, dettagli… ogni giorno. Analizzava ogni reparto separatamente: difensori, centrocampisti… spiegava tutto nei minimi dettagli. Poi abbiamo applicato tutto in campo: costruzione dal basso, pressing, organizzazione. Ora abbiamo un’identità chiara. E questo ci ha portato avanti. Anche il fatto di avere sempre più o meno la stessa formazione aiuta. All’Europeo abbiamo fatto bene. Se avessimo battuto l’Olanda, magari saremmo arrivati in semifinale… chissà. Ma già arrivare fin lì è stato importante, perché prima venivamo da un Europeo molto negativo. La gente diceva che non avevamo spirito. Invece abbiamo dimostrato il contrario».









































