Calcio e Finanza
·4 de abril de 2026
Dai mancati finanziamenti agli stadi: tutte le accuse di Gravina alla politica

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Con le dimissioni da presidente della FIGC, anche se mantiene l’incarico per portare avanti l’amministrazione ordinaria della Federcalcio, Gabriele Gravina è pronto a togliersi i proverbiali sassolini dalle scarpe, accumulati in questi anni di presidenza contraddistinti da qualche trionfo, gli Europei del 2021, ma soprattuto grandi delusioni, per ultima la mancata qualificazione ai prossimi Mondiali.
Come riporta l’edizione odierna del La Gazzetta dello Sport, Gravina ha ora voglia di fare chiarezza su suoi due mandati da presidente FIGC e far capire a tutti che dietro a tante scelte fate nel corso degli anni, che ora sono aspramente criticate dalla maggior parte dell’Italia, dai politici ai tifosi, passando anche per gli addetti ai lavori. A ferire principalmente l’ex numero uno del calcio italiano, oltre alla cocente e forse inaspettata esclusione dai Mondiali, è il clima di ipocrisia venutosi a creare all’indomani della sconfitta ai rigori di Zenica.
Avrebbe espresso il suo malumore volentieri nell’audizione alla Camera fissata con il presidente della Commissione Sport Federico Mollicone e poi annullata subito dopo le dimissioni. Per quell’appuntamento Gravina stava preparando una lunga relazione, che verrà comunque diffusa attraverso altri canali.
Al suo interno una serie di punti in cui si evidenzia come certi problemi del sistema calcio italiano nascano da provvedimenti presi o non presi dalla politica. Gravina lo aveva fatto presente anche subito dopo l’esclusione dal Mondiale: «Stiamo vivendo un momento di grande crisi, serve una riflessione profonda che non spetta solo alla Federazione, spetta al mondo della politica italiana che ho visto si è immediatamente prodigato nella richiesta di dimissioni. Io vorrei chiedere se abbia fatto almeno un provvedimento utile a sostenere la crescita del movimento calcistico».
Nel dettaglio, Gravina intendeva riferirsi prima di tutto alla situazione in merito al tanto richiesto obbligo di italiani: esiste una direttiva europea sulla libera circolazione dei lavoratori nell’Ue e che di fatto impedisce di porre soglie sugli italiani in campo. Il discorso vale per Serie A, B e Lega Pro, ma anche per le Primavere e per ogni squadra in cui un giocatore abbia un contratto professionistico. Il problema nasce dal fatto che in Europa lo sport non ha una sua specificità, è trattato esattamente come una qualunque azienda. E il recente caso Diarra dimostra che la situazione non favorisce una modifica del genere, anzi se possibile dimostra come la Corte di Giustizia Europea sia diventata particolarmente rigida. Da qui l’ipocrisia denunciata da Gravina della politica, che deve conoscere queste norme, o comunque dovrebbe sapere della loro esistenza.
Poi c’è il capitolo impianti, con Gravina che ha il dente avvelenato per quanto concerne gli stadi. Mantenendo la sua carica da presidente FIGC, presto, chiederà conto del lavoro del Comitato interistituzionale per EURO 2032, creato tre anni fa esatti ma poi scomparso nei fatti, e soprattutto del ritardo nella nomina del Commissario straordinario, Massimo Sessa, scelto a settembre 2025 e diventato ufficialmente operativo soltanto ieri, anche se ha iniziato a fare i primi incontri da 2-3 mesi.
Segue il caso finanziamenti del governo per la stessa manifestazione europea in programma fra Italia e Turchia fra sei anni. Gravina lamenta di non aver ricevuto nulla dallo Stato di quello che era stato promesso, il Mef ha comunque garantito che i fondi ci sono e sono già stati stanziati e presto arriveranno. Inoltre, esiste un piccolo caso sul surplus delle tasse pagate dai club stavolta non è stato ridiviso all’interno delle Federazioni, ma è andato ai Giochi del Mediterraneo e a quelli Olimpici di Milano Cortina.
Capitolo norme e riforme. Le richieste avanzate dalla FIGC nell’ultimo periodo sono state tutte ignorate o comunque non assecondate. Fra queste c’è anche il vincolo sportivo: dopo l’abolizione le società che puntano sui più piccoli sono frenate nel fare importanti investimenti, considerato il rischio di vedersi portare via a costo zero i proprio talenti. I riflessi sui settori giovanili sono evidenti, ma nessuno ha assecondato la richiesta.
La Federazione ha anche rivendicato a più riprese il cosiddetto diritto alla scommessa, in cui un 1% degli incassi del betting andrebbero a chi organizza gli eventi (in Portogallo è il 3%, la media in Europa è tra l’1 e l’1,5%). In Italia si tratterebbe di 150-200 milioni, cifra che sarebbe comunque vincolata a progetti su settori giovanili e impiantistica di base. Poi c’è il Tax Credit, che ha fatto ripartire il cinema, anche questo da utilizzare su attività mirate, e il ripristino del decreto Crescita che aveva permesso al nostro calcio di far arrivare campioni del calibro come Lukaku e Mourinho. E l’elenco continuerebbe con il decreto Dignità sulle sponsorizzazioni dell’agenzie di scommesse. Ora si attende il prossimo intervento pubblico di Gravina.


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