Inter Milan
·5 de marzo de 2026
Del Cielo e della Notte - Milan-Inter in 12 derby

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·5 de marzo de 2026

Di cosa significa un derby e del perché quello di Milano è unico vi rimandiamo all’episodio dieci di questo podcast, Voci a San Siro. Il rimpallo sfruttato da Christian Pulisic non ha cambiato le nostre considerazioni su una sfida che continua a monopolizzare i pensieri di un buon trequarti della città. Non vale una stagione come ad altre latitudini, ma la settimana, anzi la week, se la prende sempre tutta quanta. Le coppe se ne fanno una ragione.
Ma il derby in trasferta ha sempre quel gusto un po’ speziato in più, anche perché lo stadio è diviso non esattamente a metà ma comunque, curve a parte, con macchie di colore disomogenee. E ogni tanto l’atmosfera caldissima, quasi balcanica, da Stella Rossa contro Partizan a Belgrado, funziona da deterrente per chi è in casa e da benzina per chi è ospite. E quindi ci perdonerete: delle analogie tra Federico Dimarco e un certo qual terzino tedesco, delle cose che abbiamo imparato da Como-Inter, delle tre certezze che ci portiamo dietro da Inter-Genoa vi parleremo settimana prossima.
Vi raccontiamo, in questo speciale episodio monografico, i dodici Milan-Inter da tramandare ai posteri.
Stagione 1988-1989: il Milan di Sacchi è campione in carica, ma il doppio impegno stressa i giocatori, che accusano stanchezza. Al derby di inizio dicembre arriva a meno cinque dall’Inter che invece a sorpresa sta facendo il vuoto dietro di sé. Merito di un patto estivo, dopo essere stati eliminati dalla Coppa Italia in estate. In Europa va meno bene: dopo una vittoria da leggenda in casa del Bayern Monaco, con gol strepitosi di Berti e Serena, gli uomini di Trapattoni al ritorno buttano la qualificazione a San Siro, subendo tre gol in sei minuti. Al derby arrivano con una strategia precisa, non prenderne. Ramon Diaz in panchina, al suo posto titolare Fanna. In campo si vede solo il Milan per venticinque minuti, ma i rossoneri non trovano la porta di Zenga, in quel momento il miglior portiere al mondo. Basta mettere la testa fuori dalla tana una volta: lancio di Matteoli, cross in corsa perfetto di Bergomi, tuffo coreografico di Aldo Serena. Diecimila interisti impazziscono di gioia, settantacinquemila adepti del culto di Arrigo Sacchi si guardano increduli. Il punteggio non cambia più: il Milan di fatto abdica in Italia, ma si consolerà eccome in Europa, l’Inter prende il volo verso una delle cavalcate scudetto più entusiasmanti della sua storia.
Ci sono uomini da derby. Perché nel derby fanno gol, intanto. Perché incarnano in tutto e per tutto lo spirito dei tifosi. E perché magari se ne escono con qualche frase da tatuaggio, per i tifosi di cui sopra. Mister Nicola Berti? Fate pure tre su tre. Siamo arrivati ancora secondi in campionato? Beh, meglio secondi che milanisti, disse una volta, e se dici questa frase negli anni novanta devi essere molto coraggioso. Nicolino lo era, e sblocca lui il derby del novembre 1990, su un San Siro pieno di buche (!). Ne fa le spese l’arbitro D’Elia, che zoppica vistosamente. A sei minuti dalla fine, rimessa laterale, cross di Klinsmann, gol di Berti. Esultanza che non si dimentica. La cosa più bella? L’aveva detto tutta la settimana. Ragazzi, domenica faccio gol. E anche durante la partita, l’aveva detto anche agli avversari.
Primi anni Novanta, si era detto. Il Milan di Berlusconi economicamente è irraggiungibile, compra semplicemente i migliori giocatori d’Europa. Manca la riserva di Van Basten? Ecco Jean-Pierre Papin dal Marsiglia. Niente di che, solo il Pallone d’Oro in carica. Serve un’alternativa a Donadoni? Ecco Gianluigi Lentini dal Torino, costato svariate decine di miliardi. In stipendi il Milan spende più del doppio dell’Inter, 67 miliardi a 32. Nel derby in casa va avanti proprio grazie a Lentini, che segna un gol spettacolare. L’uomo in più della stagione interista è Ruben Sosa, che però si fa male quasi subito. La partita sembra segnata quando a un certo punto Gigi De Agostini, terzino sinistro, l’interista che non ti ricordi di questa settimana, dai venticinque metri più che calciare in porta sembra allontanare il pallone. La sfera però rimbalza nel fango presente nell’area piccola, si inerpica sopra la spalla del portiere rossonero e finisce in rete. 1-1 e tifosi interisti che, beffardi, canteranno Antonioli in Nazionale. Antonioli ci metterà anni a riprendersi dall’errore, diventando poi il portiere della Roma scudettata nel 2001. Quello che per lui è stato un film dell’orrore per i tifosi dell’Inter fu il più godurioso dei pareggi.
Milan e Inter nel 1997-98 vivono due annate profondamente diverse. O meglio, l’Inter e tutte le altre squadre del pianeta si dividono in due gruppi distinti. Primo gruppo: chi ha tra le sue fila Luis Nazario Da Lima. Secondo gruppo: tutto, appunto, il resto del pianeta. Ci sono stati giocatori più continui, più completi, più televisivi, più alti, più grossi, più quello che volete. Ma per quello che abbiamo visto, con il Ronaldo 1997-1998 rivaleggia, nella storia del calcio, soltanto un certo numero dieci cui è dedicato l’attuale stadio del Napoli. Il derby non fa eccezione. Segna Simeone subito, l’Inter prova e riprova a centrare il raddoppio ma non ci riesce finché Moriero ha un’intuizione illuminante: lanciare la palla in corsa al giocatore più forte e veloce mai visto. Nessuno lo prende, solo il malcapitato Ibrahim Ba accenna a stargli dietro, giusto per finire nella foto ricordo: il pallonetto in corsa di esterno e l’esultanza a indici alzati restano impressi nella memoria ben più di quanto qualsiasi tatuaggio potrebbe mai fare. Il terzo gol, ancora di Simeone, serve soltanto per la cronaca, e per vedere come l’orgoglioso argentino abbia negato il più facile degli appoggi a Ronnie con una corsa improbabile chiusa da diagonale con un angolo totalmente impossibile. Poco importa, 0 a 3, Milano è interista.
Il primo senza Peppino. Di Giuseppe Prisco vi abbiamo già parlato in questo podcast, e per cercare le frasi celebri basta un rapido giro su un motore di ricerca. Oppure, nel caso, chiedete a qualche interista non proprio giovanissimo: ve lo citerà con la stessa sicumera con cui un analfabeta funzionale cita L’arte della guerra di Sun Tzu. L’ultima partita che ha visto Giuseppe Prisco in vita sua fu Brescia-Inter, ritorno al gol di Ronaldo dopo due anni di calvario dovuto agli infortuni. Il primo derby che non potè vedere fu Milan-Inter del marzo 2002, Inter obbligata a vincere, Milan che resisteva. A un certo punto la palla entra dentro quasi per inerzia: sponda di Vieri, tiro di Ventola, respinge Abbiati, ancora Bobone come un falco si butta sul pallone, la tocca in qualche modo, gol. Un gol di coscia a dieci minuti dalla fine sotto la Nord: sarebbe piaciuto vincere così un derby all’avvocato più famoso della storia interista.
Dida - Cafu, Nesta, Kaladze, Jankulovski - Gattuso, Pirlo, Ambrosini - Seedorf, Kakà - Inzaghi. Entrano Maldini, Oliveira, Gilardino. Allena Ancelotti.
Julio Cesar - Maicon, Cordoba, Materazzi, Grosso - Vieira, Dacourt, Zanetti - Stankovic - Ibrahimovic, Crespo. Entrano Burdisso, Figo, Samuel. Allena Mancini.
Il 3-4 del 28 ottobre 2006 è uno dei punti più alti, dal punto di vista della qualità dei giocatori e dello spettacolo visto in campo, del derby della Madonnina. Una squadra vincerà la Champions, l’altra realizzerà il record di punti della storia della serie A, poi battuta dalla Juventus qualche anno dopo. Il derby a ottobre è uno statement, e si vede di tutto.
Crespo la sblocca dopo pochi minuti, Stankovic fa il due a zero con un destro all’incrocio dei pali, e torneremo sul serbo, Ibrahimovic finalizza un contropiede capolavoro. Poi Seedorf la riapre, e arriva il momento Materazzi.
Marco è stato un giocatore di un’altra epoca. Ha giocato interi campionati in serie D, in serie C, in serie B. In A ci è arrivato a ventisei anni, è passato anche dalla Premier League, all’Everton, poi l’Inter nel 2001, a ventotto anni. Ne ha viste tante, è un giocatore ruvido, il classico difensore di una volta, imbattibile nei contrasti aerei, che, citando il brano di Gue reso ulteriormente famoso da Paolo Sorrentino nel suo ultimo film, La grazia, chiede dopo perdono non prima per favore. È il classico giocatore, diremmo oggi, polarizzante: se ce l’hai, ti fa impazzire. Se non ce l’hai, lo odi. La curva del Milan lo ha sempre preso di mira, e Matrix non si è mai tirato indietro. Un gol al derby val bene una maglia tolta, in quei momenti, si sa, non si sta lì troppo a ragionare. Solo che Materazzi era già ammonito, e la maglia la solleva soltanto un po’, giusto il tempo di mostrare gli auguri a suo figlio Davide che fa gli anni proprio quella sera. Tutto è vano: espulso. Il coro che lo accompagna all’uscita non è proprio una ninna nanna, e Matrix indica alla curva avversaria il proprio numero. Guarda un po’, vi ha segnato il ventitre. È il gol che decide la partita: Gilardino e Kakà accorciano, con due reti capolavoro, l’Inter resiste in nove, perché Mancini ha finito i cambi e Vieira non riesce a correre, ma vince la partita. Con un gol di Marco Materazzi.
Sarebbe stato un grande western all’italiana, magari di Segio Leone. Di quelli in cui si all’inizio ci si guarda e ci si studia e poi si parla e si spara.
L’Inter arriva da un’estate complicata. Il mercato ha portato Eto’o e soldi, tanti soldi, in cambio di Zlatan Ibrahimovic, e senza Ibra l’Inter non vince più. Almeno è quello che si legge sui giornali e quello che sembra accadere, tra una supercoppa sfuggita in Cina contro la Lazio in maniera incredibile, e un esordio in casa con il Bari a dir poco contradditorio, uno a uno che poteva facilmente essere una vittoria dei pugliesi nel finale. Manca qualcosa a questa squadra, e qualcosa anzi qualcuno effettivamente arriva negli ultimi giorni di mercato. Si chiama Wesley Sneijder, ex numero 10 del Real Madrid che vuole disperatamente disfarsene, che arriva all’Inter due giorni prima del derby, e coi compagni fa giusto un allenamento. Mourinho a sorpresa lo schiera titolare, l’olandese ci mette cinque minuti per far capire che non scherza. Missile a girare, bravo Storari. Di là però anche il Milan regge, eccome. In difesa ci sono Nesta e il neo acquisto Thiago Silva, e superarli sembra impossibile. Il muro reggerà per mezz’ora: poi si comincia ad animare la scena. Gli attori parlano La prima parola la dice Thiago Motta. È “Toma”, “prendi” in portoghese. La grida dopo aver fatto finire all’incrocio dei pali una delle più belle azioni della storia della stracittadina, Eto’o-Zanetti-Motta-Eto'o-Milito-Thiago Motta. Precisi e coordinati come l’orologio astronomico del campanile di Praga. Uno a zero. Il Milan si riversa in avanti e si trova scoperto su una palla che Maicon lancia per Eto’o. Il campione del Camerun corre e una volta entrato in area è abbattuto da Gattuso. Tra lo stupore generale il cartellino al centrocampista è soltanto giallo e non rosso. Incomprensibile. Il rigore lo batte Milito che batte come di solito Milito batte i rigori nei derby; una cannonata sotto la traversa.
E Gattuso? Il rosso arriva lo stesso, qualche minuto dopo il calabrese travolge Sneijder a centrocampo. Aveva chiesto il cambio alla sua panchina, ma Seedorf si era attardato nell’ingresso, pare per mettersi le scarpe. La seconda parola la dice Gattuso verso il suo allenatore Leonardo ma qui non possiamo riportarvela, anche se il labiale è chiarissimo. Ci pensa Maicon a chiudere la pratica un minuto prima dell’intervallo con il terzo gol sotto la curva Sud. E ci pensa nel secondo tempo Dejan Stankovic a mettere il punto sullo zero a quattro con un gol da trenta metri all’incrocio dei pali. Il serbo ha fatto vedere come si fa, per il suo gol numero quattro nel derby di Milano, niente male per un centrocampista.
Gennaio 2012, come a volte succede, il Milan è più forte ma a vincere il derby è l’Inter. Onestamente un derby con pochi materiali inediti. Non la prima cavalcata di Zanetti, non il primo errore di Abate, non il primo gol decisivo di Milito. Cosa c’è di nuovo? Che vi rispondiamo alla domanda posta nell’episodio numero dieci, “Voci a San Siro”, ovvero chi è il personaggio che esulta con il Principe, completamente mascherato? È Stefano Rapetti, attuale preparatore atletico nerazzurro, anche allora in forza all’Inter.
Marzo 2019: l’Inter sembra una vittima annunciata, il Milan di Gattuso va molto più veloce e c’è in attacco Krzysztof Piatek, polacco che segna in continuazione. Nell’Inter l’uomo derby sarebbe Mauro Icardi, cinque gol nelle ultime tre stracittadine, ma l’argentino non è disponibile per il match. Al suo posto un giovane connazionale, Lautaro Martinez, ventun anni e l’onere di caricarsi sulle spalle l’attacco interista. L’Inter passa con Vecino, raddoppia con De Vrij, poi Bakayoko accorcia le distanze. Mentre il Milan preme l’Inter ha un calcio di rigore a causa dell’atterramento di Politano. Sul dischetto va proprio Lautaro Martinez che batte Gigio Donnarumma con una soluzione di potenza. Inutile il gol finale di Musacchio, il risultato non cambia più. Per Lautaro Martinez, ci saranno altre occasioni di essere l’uomo derby.
Non deve aspettare troppo, il Toro. L’unico Milan-Inter della storia a porte chiuse causa Covid-19 è un monologo interista, e in cattedra sale il numero dieci che prima sfrutta un assist di Lukaku in apertura, poi firma la sua personalissima doppietta finalizzando un’azione di squadra straordinaria, di una squadra che giocando a memoria si è strameritata lo scudetto che arriverà qualche mese dopo.
È un test di decibel, come quelli che si fanno alle strutture che dovranno ospitare i concerti, il Milan-Inter che vent’anni dopo vale ancora una finale di Champions League. L’inferno arriva prima del fischio di inizio: l’atmosfera nel San Siro rossonero è satura. Al riscaldamento un boato per gli undici di Pioli fa tremare lo stadio e una pioggia di fischi sommerge i nerazzurri. Poi, inizia la partita.
Otto minuti e l’Inter passa, Dzeko beffa Calabria e mette la gamba al posto giusto su un corner. Zero a uno.
Poco dopo l’Inter raddoppia, apertura di Barella, cross di Dimarco, si quel Dimarco, Theo Hernandez scivola, arriva Mkhytarian che impallina Maignan. Zero a due. Il cronometro dice dieci minuti e diciotto secondi.
Quindici e zerodue. Sempre l’armeno lascia a Calhanoglu che tira fortissimo da trenta metri. Palo interno ma la palla non entra.
Trenta e zeroquattro. Lautaro si beve sia Tomori che Kjaer, di tacco la sposta verso il dischetto, poi sente un contatto e va giù. L’arbitro da rigore.
In quel preciso momento, San Siro, che solo poco più di mezz’ora prima era una bolgia, è ridotto al silenzio. Stanno zitti i tifosi del Milan, che vedono arrivare una disfatta epocale.
Stanno zitti i tifosi dell’Inter, terrorizzati dall’abisso di uno zero a tre che non saprebbero gestire emotivamente. È troppo e tutto assieme, così non va mica bene. La felicità come tutte le emozioni positive va sorseggiata in piccole dosi.
L’arbitro va al Var e il rigore lo toglie. La partita finisce così, l’euroderby anche. Il ritorno sarà soltanto un lungo trampolino verso la finale.
Arriva Milan-Inter alla giornata trentatre. L’Inter è davanti in classifica, molto davanti, e se vince è campione d’Italia. Parte forte: corner di Dimarco, sì quel Dimarco, torre di Pavard, testa di Acerbi. Uno a zero.
Nel secondo tempo, sotto il secondo anello verde, Marcus Thuram raccoglie un lancio di Bastoni, comincia un uno contro uno con Tomori, prova a darla in mezzo, l’inglese lo contrasta, poi cambia idea, converge verso il centro e lascia partire un destro che sorprende Maignan. Per una volta l’attaccante francese perde il suo proverbiale aplomb ed esulta come non si dovrebbe mai esultare: facendo capire a tutto l’uditorio che lui, gli attributi, li ha.
Il Milan, tramortito, si rianima. Non ci sta. Non stasera, non a casa nostra. Proprio Tomori accorcia le distanze a nove dalla fine, raccoglie il pallone in fondo alla rete, incita i suoi tifosi: non è finita.
Theo Hernandez e Dumfries vengono alle mani: espulsi.
Calabria da un pugno in area a Frattesi. Fuori anche lui.
I rossoneri spingono. All’ultimo secondo di recupero, c’è un corner. In area c’è anche Mike Maignan. L’angolo però è battuto basso, sul primo palo c’è Mkhitaryan che allontana. Tre fischi. Il collega Francesco Repice di Radio Rai, che da oltre trent’anni racconta il calcio alla radio, ha l’intuizione di un carriera. Non è un momento, questo. È un orario: sono le ventidue e quarantatre.
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