Fedele al Calcio - Pagliuca, Venturato e Agovino: tre esempi per una certezza. Quale? I limiti dei DS (con alcune eccezioni) | OneFootball

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·3 de julio de 2026

Fedele al Calcio - Pagliuca, Venturato e Agovino: tre esempi per una certezza. Quale? I limiti dei DS (con alcune eccezioni)

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Il calcio, come fenomeno socioeconomico, paga lo scotto della diffusione globale: essendo merce accessibile ai più, è attraversato da intenti che seguono percorsi differenti, troppo vasti per essere ordinati e purificati, eccessivi per numero e varianti per compilare un reale vademecum. Un ecosistema, insomma, dove linearità, competenza, qualità e doti varie ed eventuali sono costrette a sgomitare per uno spazio in una giungla frastagliata.

Restando su suolo italiano, l’assenza di una sorta di codice tanto etico quanto operativo – concetto che va al di là dei plurimi regolamenti che disciplinano accessi e funzionamento delle categorie professionali del settore – ha inevitabilmente generato una confusione che, col passare degli anni, si è macchiata di peccati per i quali non si riesce a trovare purificazione: superficialità, perdita di autenticità e passione, porte spalancate per opachi discorsi invece che per meriti.


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Un peggioramento, quello descritto, che ha coinvolto ogni categoria, dovendosi arrendere a quelle che sono diventate eccezioni e non regole. Il focus, quest’oggi, sarà posto su coloro che hanno la responsabilità, gli oneri e gli onori della costruzione tecnica (e umana) di una squadra: i direttori sportivi.

A detta dell’autore dell’articolo, l’idea odierna di direzione sportiva manifesta ciclicamente i propri limiti: rose dove allenatore e diversi giocatori provengono dalla stessa agenzia di procuratori, scelte di mercato che non seguono assolutamente le necessità tecniche e tattiche del progetto, operazioni che restituiscono spesso la sensazione di non essere state portate avanti per il desiderio di premiare un’intuizione, opportunità che non vengono colte perché, probabilmente, non si ha la capacità di percepirle come tali.

Tanti(ssimi) direttori sportivi che popolano il calcio italiano danno la netta percezione di aver reso farinoso il primo, insindacabile e innegoziabile pilastro del proprio lavoro: osservare – e non unicamente vedere – le partite. Calciatori che per senza investimenti smisurati migliorerebbero la rosa non vengono intercettati, allenatori con idee fruttuose sono costretti a faticare per poter alzare il dito e mostrare la propria presenza.

Ecco, gli allenatori: responsabili di ogni caduta, (spesso) semplici comparse all’altare dei meriti. Nessuno, nel calcio, convive con una simile situazione. Nessuno, al contempo, passa anni in una condizione così gravosa – quando il copione dovrebbe recitare ben altre storie in ben altri contesti – per le mancanze dei DS e del settore lato sensu. Tantissimi sono gli esempi, quest’oggi ne presenteremo uno per categoria, dalla Serie B alla Serie D.

Guido Pagliuca

Guido Pagliuca, quantomeno dalla stampa, è stato trattato come una cometa, relegandolo dunque a luccicante ma fugace apparizione. Raramente errore fu più macroscopico. Probabilmente, non ci si è resi realmente conto del lavoro fatto dal tecnico con la Juve Stabia: data all’unanimità come inevitabile vittima sacrificale della Serie B 24/25, le Vespe hanno sorpreso l’Italia intera, giocato un calcio che ha nettamente moltiplicato le possibilità della rosa, e costruito un sogno che è poi diventato la base – in primis in termini di consapevolezza – per l’altrettanto eccellente lavoro di Ignazio Abate nell’annata successiva. Stazionare a determinati livelli, però, è un merito costruito da Pagliuca (e da un DS, Matteo Lovisa, che rappresenta quel ristretto mucchio di eccezioni che dopo approfondiremo). L’avventura in quel di Empoli non ha portato i frutti sperati, l’allenatore toscano avrà certamente pagato anche per proprie colpe, ma il sodalizio del presidente Corsi non vive un momento florido, come hanno poi dimostrato gli eventi. Se ci fosse maggiore interesse nell’approfondire metodologie, valorizzazioni rapporto tra aspettative e risultati, Guido Pagliuca verrebbe senza alcun dubbio inserito nella categoria degli allenatori da premiare, e da non sottovalutare, mentre è invece costretto a essere coinvolto in una dinamica come minimo goffa, per non peggiorare la descrizione, com’è stata quella con il Cesena.

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Lisa Guglielmi / IPA Sport / IPA

Roberto Venturato

Due finali playoff con il Cittadella, la Serie A sfiorata e persa per minimi dettagli. Un calcio con la proposta, e non la casualità, come cardine. Cos’altro aggiungere? Roberto Venturato, di questo tritacarne che stiamo raccontando, è una delle vittime più rumorose. Un miracolo reso ordinarietà, una realtà diventata un modello. Girata la curva del successo, il tecnico avrebbe meritato di trovare spianata la via verso le stelle; invece, è arrivato un ingiusto e immotivato oblio. Un passaggio alla SPAL, dopodiché il calcio ha letteralmente depennato un profilo di tale livello dalle proprie agende. Tre anni di attesa, la chiamata del Livorno e l’ennesimo capolavoro: media punti raddoppiata, salvezza blindata e i playoff sfiorati per un soffio. Il tecnico nato in Australia ha un credito che rasenta l’infinito, com’è possibile che non ci sia la fila per farne proprie le tangibili qualità?

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Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images for Lega Serie B - Via One Football

Massimo Agovino

Tentare di entrare nella mappatura del calcio dilettantistico è un esercizio difficilmente definibile con un aggettivo che non sia diverso da “impossibile”, ergo è necessario mettere nero su bianco le esperienze vissute, le storie incontrate e le sensazioni provate. Massimo Agovino è un allenatore che nei dilettanti sta costruendo un’intera carriera, ma chi ne ha incrociato il cammino non si discosta dall’opinione che dovrebbe navigare in categorie decisamente superiori. Ora alla Gelbison, compagine che ha preso in corsa, come si suol dire, nella scorsa stagione, Agovino ha una capacità che in quel calcio – che è altra materia rispetto ai professionisti, per tanti argomenti che non saranno approfonditi per mancanza di tempo e volontà di non essere ulteriormente prolissi – è merce rarissima: dare un’identità propositiva alla propria squadra. Un approccio che ai piani superiori viene dato per scontato e necessario, ma che è di mastodontico merito quando raggiunto dove le risorse sono pochissime, le pressioni non riguardano il numero di foto e autografi e lo stipendio è ogni mesa un tema caldo. Portare il professionismo nel dilettantismo è infrequente, eppure Agovino l’ha reso parte del suo metodo. Terracina, Cavese, Giugliano, Fasano, Paganese, Gelbison e tante altre le piazze girate, un ginepraio di realtà senza alcun dubbio importanti, eppure – vederne il lavoro per credere – la netta consapevolezza che manchi il meritato salto in una cerchia dov’è difficile entrare, ma dalla quale Agovino non uscirebbe più: quella del calcio professionistico.

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Le eccezioni

Ribadendo l’inevitabile precisazione che quelli menzionati sono esempi, dato che il discorso va ben oltre il singolo caso ed è senza alcun dubbio sistemico, non mancano le eccezioni definite in apertura: direttori sportivi preparati, competenti, con l’intuizione in canna e attenzione riservata all’apporto del calciatore e dell’allenatore, più che al proprio tornaconto. Maestri come Stefano Marchetti (a proposito di Cittadella) e Guido Angelozzi hanno indicato una via sotto quest’aspetto, che giovani come Matteo Lovisa, ora diventato DS del Südtirol dopo il capolavoro Juve Stabia, Andrea Mancini, una delle pochissime note liete dell’ultima Sampdoria, in attesa di valutarne l’impatto in quel di Cesena, oppure Gabriele Bolis, che tanto bene sta facendo con la Pergolettese, hanno deciso di seguire. Anche in questo caso, non mancherebbero ulteriori profili che simboleggerebbero la luce nell’oscurità descritta in questo lungo appuntamento, che termina con una richiesta chiaramente rivolta ai Direttori Sportivi: mettete nuovamente il calcio al centro di tutto, così da fare bene alle vostre società e, soprattutto, all’intero movimento.

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