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·17 de abril de 2026

Giannini: “A Totti darei un ruolo simile a quello di Ranieri. E sulla Nazionale…”

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Voce autorevole e mai banale, Giuseppe Giannini rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per il mondo Roma. Storico capitano giallorosso e simbolo di un calcio elegante, il “Principe” è tornato a esprimersi ai microfoni di soccermagazine.it sull’attualità del club e non solo, offrendo una lettura lucida di un momento complesso.

Roma, le parole di Giannini

Giannini, ormai il campionato si sta avviando verso la vittoria dell’Inter. Ritiene che alla fine fosse il verdetto più giusto?


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“Beh, sì. Diciamo che i pronostici erano quelli, insomma. L’Inter era tornata di nuovo ad essere inizialmente la squadra da battere, anche se il Napoli veniva dalla vittoria del campionato. Però l’Inter ha sicuramente la rosa più attrezzata per l’obiettivo dello Scudetto. E non solo”.

Qualche tempo fa Lei ha fatto visita proprio al Napoli a Castelvolturno: secondo Lei gli azzurri sono stati penalizzati più dagli infortuni o più dal calendario fitto di cui si è lamentato Conte?

“Io credo che gli infortuni abbiano frenato il cammino del Napoli, perché a un certo punto gli sono mancati veramente giocatori importanti e tutti insieme. Quindi io metterei come primo motivo gli infortuni, poi anche il calendario non è stato proprio clemente, però ci sta. Il primo problema però sono stati proprio gli infortuni, secondo me”.

La Roma è già fuori dalle coppe e anche quest’anno rischia di non qualificarsi per la Champions: dove vanno individuate le colpe?

“Questo non lo so. Posso immaginare, ma da fuori è sempre molto difficile. Mancano ancora alcune partite e a Roma c’è sempre questo desiderio, questa speranza che si possa rientrare in corsa, anche se davanti ci sono due squadre come Como e Juventus che stanno viaggiando molto bene e anche forte. Quando ci sono delle colpe vanno sempre suddivise con tutte le componenti, dalla società ai giocatori, dai vertici allo staff. Tutti, insomma, avrebbero colpe se non dovesse arrivare l’obiettivo, ma comunque – leggendo anche le interviste – era un obiettivo che si erano prefissati i nuovi arrivati come i tecnici e lo staff, piuttosto che la proprietà. Non so se sia così o meno, ma per questo mi rimane difficile dire se sia un’annata deludente o meno. Aspetterei”.

In caso di addio di Gasperini, sarebbe anche Lei per richiamare in panchina De Rossi o è troppo presto?

“Non me la sento in questo momento di bocciare un allenatore che comunque fino a 15 giorni fa era sulla bocca di tutti come un allenatore che aveva portato subito un gioco e anche una mentalità alla Roma. Adesso, poiché magari in classifica non è in un’ottima posizione, viene criticato. Quindi io aspetterei anche su questo. Però è chiaro che De Rossi è un personaggio che a Roma ha fatto bene sia come calciatore sia come allenatore per quel poco che c’è stato”.

Di recente si è parlato di un ritorno di Totti in società. Considerando che si era dimesso lui stesso nel 2019, quali compiti gli affiderebbe per farlo rimanere a lungo?

“Lui ha sempre esternato il desiderio di contare, di determinare, di essere parte integrante della stanza dei bottoni. Gli darei un ruolo un po’ simile a quello che ha Ranieri, insomma. Un ruolo da supervisore, da dirigente che possa in qualche modo dire la sua e decidere insieme all’allenatore e al direttore sportivo, chiaramente”.

Da ex avversario storico, che impressione Le fa vedere la Lazio arrancare, addirittura con lo stadio abbandonato dai tifosi?

“Non sono contento, nel senso che dispiace. Comunque è una squadra della città di Roma, una squadra che sta attraversando un periodo particolare. Non me la sento di andare giù a criticare, sarebbe anche facile. Il rispetto sportivo ci deve essere sempre, anche da parte di chi magari l’ha sempre odiata. È una squadra di Roma e una società che vuole fare cose importanti, però sta vivendo un momento particolare, come tutti sappiamo. I rapporti tra il presidente e la tifoseria non sono idilliaci e quindi si è creata questa frattura, questa negatività. È un braccio di ferro che sta andando avanti e non so neanche alla fine come finirà”.

Giannini, secondo Lei il Suo post-carriera in questi anni sarebbe stato diverso se da giocatore avesse accettato quella proposta della Juventus?

“Non lo so, ma devo essere sincero: il problema neanche ne lo pongo. Sono passati talmente tanti anni che non so neanche più se sia vera o meno quella cosa! Chiaramente sto scherzando, ma non sono uno che sta lì a pensare, a ripensare e a rimuginare, assolutamente no. Sono uno che guarda sempre avanti e quello che è stato è stato. Quello che ho fatto l’ho fatto sempre su mia decisione. Sono fatto così, ecco. Una volta che ho un’idea e la porto avanti, decido e vado”.

Sia in Serie A sia in Nazionale ci si lamenta da anni di un impoverimento tecnico generale. C’è una domanda che possiamo fare solo a Lei: ma esiste ancora la figura del numero 10?

“Ma ormai va un po’ interpretata. Dai tempi di Zeman, con Totti che era il classico trequartista e fu spostato sugli esterni, quando fu messo alto a destra. Da lì in poi, anche tuttora – guardiamo Soulé o Dybala – a volte i trequartisti partono da esterni per poi venire dentro al campo e inventare qualcosa. Non sono tante le squadre che giocano col trequartista e di conseguenza quel ruolo va assistito da un’idea di calcio, dagli allenatori che vogliono creare qualcosa di fantasioso in avanti. Non tutti preferiscono il trequartista e magari quando uno ce l’ha lo sposta sugli esterni per lasciare in mezzo al campo giocatori che contrastano, che lottano, che hanno fisicità e che però hanno poca fantasia e poca tecnica”.

Con la terza eliminazione prematura dal Mondiale l’Italia sembra essersi disinnamorata dell’azzurro. Già nel 2017 la famosa partita con la Svezia si giocò appena prima di Roma-Lazio e molti tifosi dissero che avrebbero preferito vincere il derby piuttosto che avere la Nazionale ai Mondiali. Rispetto a quando giocava, è un calcio nel quale si riconosce di meno?

“Quando la Nazionale non va bene la ripercussione negativa cade un po’ su tutto quello che poi è chiamato “calcio”, partendo dai settori giovanili. Abbiamo l’esempio del tennis: nel momento in cui escono fuori dei grandi campioni, viene trascinato anche l’intero meccanismo in un volano positivo. Adesso c’è il volano negativo nel calcio perché la Nazionale ha stentato, sta stentando, sta deludendo. Di conseguenza anche i ragazzi, anche le giovani promesse che sono nate da 4-5 anni o anche di più non riescono a capire cosa significhi avere una Nazionale e seguirla al Mondiale con tutto quello che poi comporta, no? L’atmosfera, le bandiere, l’affetto, il calore, l’interesse anche per i posti e per le città. Stiamo attraversando da diversi anni un periodo negativo e quindi anche l’opinione pubblica è distaccata”.

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