Calcio e Finanza
·13 de marzo de 2026
La proposta dell'UEC sui premi UEFA: dall'Inter alla Juve, come cambierebbero i ricavi per i club italiani

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·13 de marzo de 2026

Questa settimana, la Union of European Clubs (UEC) – l’associazione europea per club calcistici che punta a rappresentare le piccole e medie società – ha presentato la propria strategia per la redistribuzione dei ricavi provenienti dalle competizioni per club UEFA. Una ripartizione che, attualmente, destina il 74% delle risorse alle società che giocano la Champions League, con il 17% per chi gioca l’Europa League e il 9% ai club che prendono parte alla Conference League.
Una ripartizione che, secondo la UEC, contribuisce a spingere i rapporti dei ricavi nei campionati nazionali verso livelli squilibrati e poco sostenibili, in cui un piccolo gruppo di club può spendere molto più degli altri perché si qualifica costantemente alle competizioni europee, anno dopo anno. Questo, secondo l’associazione, amplia i divari all’interno dei campionati, rende meno competitive la corsa al titolo e la qualificazione alle coppe europee e trasforma gli esiti dei tornei in schemi ripetitivi, piuttosto che in vere sfide sportive.
Da qui la necessità di un nuovo modello di distribuzione dei ricavi delle competizioni UEFA per club, per proteggere la competitività dei campionati: da un lato mantenendo i premi legati alle prestazioni sportive ottenute sul campo, dall’altro reindirizzando la quota non legata ai risultati verso meccanismi trasparenti di distribuzione nei campionati nazionali, in modo da ridurre le distorsioni nei rapporti.
Ma in cosa consiste esattamente il nuovo modello? Come può rivelare Calcio e Finanza, l’idea alla base è piuttosto semplice: eliminare il “value pillar” (legato ai ranking e al valore dei mercati televisivi) nella ripartizione delle risorse, aggregando quella quota a quella dei bonus per la partecipazione, che rappresenterebbe dunque il 62,5% del totale, destinando ai club il 37,5% dei premi (la quota rimanente) sulla base dei risultati sportivi.
Nelle idee dell’UEC, cambierebbe anche la ripartizione dei ricavi all’interno delle tre competizioni, con rapporti più equilibrati. Alla Champions verrebbe destinato il 50% del totale, all’Europa League il 30% e alla Conference League il 20%. Simulando la distribuzione sulla base delle stagioni 2024/25 e 2025/26, i ricavi – partendo da un montepremi di oltre 3,5 miliardi di euro – sarebbero così ripartiti:
Nel dettaglio, guardando per esempio alla sola Champions League, la quota complessiva per la partecipazione ammonterebbe a oltre 1,1 miliardi (contro i 670 milioni attuali), mentre i bonus per le performance scenderebbero a 660 milioni.
La particolarità di questo approccio risiede nel fatto che le risorse destinate alla partecipazione alle competizioni per club UEFA verrebbero condivise dai club partecipanti alle coppe europee con gli altri che militano nel medesimo campionato nazionale, passando non più direttamente dalle casse delle società, ma dalle leghe, che a loro volta avrebbero il compito di redistribuire le risorse tra i club. Nel caso dell’Italia, l’85% della quota complessiva per la partecipazione (202 milioni di euro, basandosi sulle cifre dei premi della stagione 2024/25) sarebbe destinata a tutti i club di Serie A e il restante 15% alle società di Serie B.
Come emerge dal documento consultato da Calcio e Finanza, simulando la distribuzione sulla base dei risultati della stagione 2024/25, il rapporto in termini di ricavi dalle competizioni UEFA tra la società che incassa di più e quella che incassa di meno sarebbe di fatto ridotto quasi della metà. Ma quali club andrebbero a guadagnarci in questo sistema? E chi perderebbe risorse?

Cifre in milioni di euro
Secondo la simulazione, l’Inter è il club che perderebbe più risorse tra quelli partecipanti alle coppe europee della passata stagione: intorno ai 68 milioni, un dimezzamento dei premi Champions. Al secondo posto la Juventus e terza l’Atalanta, rispettivamente con cali per 47 e 43 milioni di euro circa. A beneficiare maggiormente di questo sistema, sempre simulandone gli effetti sui risultati della stagione 2024/25, sarebbe invece la Fiorentina (oltre 12 milioni aggiuntivi), seguita da tutti gli altri club di Serie A non partecipanti alle coppe, che passerebbero dagli 800mila euro ciascuno attuali, legati alla solidarietà UEFA, a 8,6 milioni di euro a testa (+7,8 milioni).
«Quello su cui siamo tutti d’accordo, e su cui siamo sempre stati d’accordo, è che vogliamo che le politiche, i modelli e le idee provenienti dalla UEC siano semplici. Devono poter essere spiegate rapidamente. Non devono richiedere spiegazioni interminabili. La nostra proposta è comprensibile. Ed è proprio questo il punto: trovare una soluzione semplice a un problema complesso è estremamente difficile. È anche per questo che ci è voluto così tanto tempo», ha raccontato un portavoce dell’UEC a Calcio e Finanza, analizzando la proposta di un nuovo modello distributivo.
Secondo l’UEC, l’unico approccio realistico «è intervenire sui ricavi televisivi centralizzati. In uno scenario in cui molte squadre che si qualificano per la Champions League, ma non ottengono risultati particolarmente brillanti, perdono già tra il 75% e l’80% dei ricavi provenienti da quella fonte, è difficile fare molto di più».
La proposta non è stata presentata ai top club, ai quali sarebbe comunque difficile fare digerire un modello che drena risorse dalle loro casse per redistribuirle lungo la piramide calcistica. «Noi abbiamo presentato la nostra proposta alla UEFA, alle European Leagues, alla Commissione europea e anche a Glenn Micallef (Commissario europeo per l’equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura e lo sport, ndr) separatamente rispetto alla Commissione. Quindi è stata presentata a molte persone. Va però detto che la UEC non dispone di fonti di ricavo proprie. Non è un’organizzazione in grado di generare nuovi ricavi. L’unico modo per agire è prendere risorse da alcune parti e redistribuirle altrove», ha aggiunto il portavoce dell’UEC.
«E quando si osserva il sistema attuale è evidente che quasi tre quarti dei ricavi complessivi finiscono nella Champions League e che una quota significativa di questi viene distribuita sulla base del valore e delle prestazioni. Questo significa che i club d’élite sono i principali beneficiari del sistema. Di conseguenza, qualunque forma di redistribuzione significativa può avvenire solo prendendo risorse proprio da quei club», ha sottolineato a Calcio e Finanza.
«Da anni ho la sensazione che molti stakeholder del calcio siano consapevoli del fatto che esiste un serio problema di equilibrio competitivo. Vedono i ricavi UEFA crescere mentre i ricavi televisivi domestici diminuiscono e notano che il divario continua ad aumentare. Tuttavia, nessuno, per quanto ne so, ha mai presentato una proposta realistica, comprensibile e concreta per affrontare il problema. Dal mio punto di vista, se vuoi essere uno stakeholder credibile, se vuoi davvero migliorare le cose invece di limitarti a dire che dovrebbero migliorare, devi presentare una proposta. Devi dimostrare di aver lavorato a una soluzione concreta e spiegare come funzionerebbe. Questo è il primo punto. Non abbiamo il diritto di lamentarci se non presentiamo un’alternativa», ha raccontato ancora.
Il portavoce dell’associazione ha sottolineato di non conoscere «molte persone che credono davvero che l’attuale direzione del calcio europeo — con divari sempre più ampi tra campionati e anche all’interno dei campionati stessi — sia positiva per tutti. Lo pensano pochi, probabilmente solo i club più grandi e la leadership dell’ECA. Se riusciamo ad aprire una discussione, a presentare una proposta e a parlare di soluzioni radicali per il ciclo 2027-2031, allora forse chi prende davvero le decisioni — spesso senza comunicare nulla all’esterno — potrebbe sentirsi spinto a fare di più».
«Non succederà domani, ne sono consapevole. Ma se nei prossimi anni la pressione crescerà sempre di più, forse qualcosa potrà cambiare. Oggi sembra che i grandi club stiano scappando sempre più lontano dal resto del sistema. Se riuscissimo anche solo a rallentare questo processo sarebbe già qualcosa. Anche mantenere la situazione attuale per un po’ più a lungo sarebbe utile. Perché senza alcuna resistenza la distanza continuerà ad aumentare», ha concluso.
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