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·21 de mayo de 2026

Lo scudetto, Yanga-Mbiwa e l’addio di Totti: quando la Roma non sbaglia il match point

Imagen del artículo:Lo scudetto, Yanga-Mbiwa e l’addio di Totti: quando la Roma non sbaglia il match point

Tra superstizione, memoria e incubi, il popolo della Roma rivive le sfide che hanno segnato la corsa alla Champions League.

Davanti all’attesa siamo tutti differenti. Per i romanisti, l’angoscia che domenica sera Verona possa essere fatale è una fedele compagna di qualche giorno. Perché la Juventus, che si spupazzerà il derby, non sbaglia mai due volte. In realtà saremmo già a due, solo contando le ultime tre giornate, ma non lasciamo che la razionalità rovini un bell’incubo.


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Ma il terrore di non arrivare alla Champions League è modellato da una forma mentale più che dall’esperienza. Non è infatti vero che la Roma abbia abituato i suoi sostenitori a scivolare sull’ultimo ostacolo. Semmai si può dire che le delusioni entrano dentro e ci restano, mentre la felicità dura un lampo.

Lo scudetto del 2001 e il derby di Yanga-Mbiwa

Gli anziani ammoniscono con il ricordo del 2-3 contro il Lecce del 1986, che regalò lo scudetto a una Juve esausta. I meno anziani si angustiano sull’1-2 subito contro la Sampdoria di Cassano e Pazzini nel 2010. Eppure non è andata sempre a rovescio. Sigillare lo scudetto del 2001, per i giallorossi, fu un intervento chirurgico. Un 3-1 conclusivo al Parma che aveva in riga Buffon, i fratelli Cannavaro, Thuram, Di Vaio, Milošević e qualche altra saccoccia di talento. Con i soliti bianconeri che aspettavano da settimane un piede in fallo, uno solo, e sarebbero piombati sul collo di una squadra giunta al traguardo della maratona più prosciugata di Dorando Pietri.

Ci sarebbe anche quel derby passato alla storia come il giorno di Yanga-Mbiwa. Il 25 maggio 2015, per la precisione. La giornata era la penultima, in verità, ma ci si giocava il secondo posto e, negli anni in questione, l’approdo alla Champions senza passare per la palude dei preliminari. Più che un’operazione, quello fu un parto, ma da un derby non ci si aspetta nulla di diverso. Vantaggio per la Roma di Iturbe, pareggio di Djordjevic e infine, a cinque minuti dal termine, arrivò Yanga-Mbiwa con la sua testa appuntita.

Perotti, Totti e una felicità che dura un lampo

Se siamo in cerca di buoni presagi, comunque, nulla fa il paio con RomaGenoa del 28 maggio 2017. Perotti non aveva neppure quei cinque giri di orologio di margine quando, in mezzo all’area, scaricò un sinistro gonfio di frustrazione, malinconia, amore e rabbia oltre Lamanna, a centrare, anche in quel caso, il secondo posto dietro la Vecchia Signora e la Champions League senza asterischi.

I capitolini dovevano vincere per tenersi alle spalle il Napoli. Rischiarono di perdere. Sempre stato dispettoso il Grifone. Ci si misero Pellegri appena nato, Lazović che a dieci minuti dalla fine pareggiò le reti di Dzeko e De Rossi, Szczesny in edizione economica, Rüdiger e Manolas da settimana corta.

Il Comandante Fazio incontrò clemenza perché fu lui a correggere di testa il pallone verso Diego Perotti. E dopo aver urlato e pianto di gioia, tutti allo stadio tacquero. Totti, con un microfono in mano, stava pronunciando il suo ultimo discorso da giocatore della Roma. Sempre questa benedetta felicità che dura un lampo.

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