Mario Beretta sicuro: «Calcio Italiano? A me sembra tutt’altro che da buttare. Italiano è molto bravo, come Farioli, De Zerbi, De Rossi. Sul nuovo ruolo…» | OneFootball

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·2 de enero de 2026

Mario Beretta sicuro: «Calcio Italiano? A me sembra tutt’altro che da buttare. Italiano è molto bravo, come Farioli, De Zerbi, De Rossi. Sul nuovo ruolo…»

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Mario Beretta: «Calcio Italiano? A me sembra tutt’altro che da buttare. Italiano è molto bravo, come Farioli, De Zerbi, De Rossi»

Mario Beretta, neopresidente del Settore Tecnico della Figc, si racconta a La Gazzetta dello Sport. Dalla gioventù nella Milano degli anni Settanta all’impegno politico, dalla carriera da insegnante di educazione fisica a quella di allenatore girovago, fino al nuovo ruolo istituzionale e alla passione per i viaggi.

GLI ANNI SETTANTA «Diverso da come sono ora, come il mondo. Si viveva in strada, qualcuno andava al bar, noi ci trovavamo ai giardini del quartiere, nella zona di via Padova a Milano. Erano gli Anni 70: ricordo qualche ragazzo del quartiere morto di droga. Il calcio però mi ha aiutato a stare lontano dai guai. Al liceo eravamo una classe turbolenta ma il lunedì si andava a giocare a pallone con Ramoscelli, il prof di filosofia. Vengo da una famiglia socialista. Non sono mai stato militante, ma andavo alle manifestazioni. L’episodio più forte, nella memoria, è l’omicidio di Fausto e Iaio (due diciottenni della sinistra milanese, ndr), uccisi nel 1978 a due passi da casa mia».CHE GIOCATORE ERA «Un centrocampista mediocre con un senso della squadra forte: se un avversario trattava male un compagno, intervenivo. A Rovellasca, mi sospesero per indisciplina. Al fischio finale, però, finiva tutto. Mio papà mi disse: “Fai quello che vuoi, l’importante è che tu vada a lavorare con entusiasmo, mai con noia”. Intelligente: bisogna che i ragazzi scoprano qual è il loro talento. Scelsi l’Isef e tra i miei compagni c’era Raul Cremona. Ho insegnato per 13 anni a scuola. Ho avuto come alunno Daniele Interrante, poi rivisto in tv come tronista. Anche da allenatore di A in attesa di chiamata, insegnai alla scuola di mio figlio come volontario».IL NUOVO RUOLO «Fare attività di formazione per migliorare il gioco a tutti i livelli. Dare impulsi, trovare idee, seguire i corsi allenatori, tenere i contatti con la Uefa… Tutto assieme a Renzo Ulivieri, direttore della Scuola Allenatori. Riscoprire i fondamentali tecnici, focalizzare l’attenzione sull’attività di base, dare valore agli istruttori. E depenalizzare l’errore: diamo a tutti la possibilità di sbagliare, senza drammi. Nella mia testa, è molto logico puntare sui settori giovanili, eppure pochi lo fanno».IL CALCIO ITALIANO «A me sembra tutt’altro che da buttare. Gli italiani sono un popolo di catastrofisti che però, se qualcosa va bene, si esaltano. Da giovane ero più ribelle, ora meno. Io insegno ai ragazzi dei corsi allenatori e vedo che hanno conoscenza, voglia. Anche i bambini giocano, sta a noi farli riappassionare».GIOVANI E TECNICI EMERGENTI «Calafiori è già affermato, Pio Esposito ha grande qualità, Bartesaghi sta facendo benissimo ma non ha molto senso fare dei nomi. Ci sono giocatori anche in B: sabato ho visto bene Dagasso del Pescara. Italiano è molto bravo, come Farioli, De Zerbi, De Rossi. Anche qui, non voglio fare classifiche, ci sono giovani bravi in B e in C, come Andreoletti del Padova o Tabbiani del Trento».QUEL “BARNETTA” DI MOURINHO «Sì, ma nessuna polemica. Mou mi invitò per una giornata ad Appiano Gentile e non lo aveva fatto con nessuno».LA SCELTA PIU’ DIFFICILE «Andare in Grecia, al Paok. Io però sono molto decisionista, ci ho pensato solo un’ora e ho preso la mia decisione. Più pensi, più hai dubbi. Il problema è che venivo dopo Fernando Santos, molto più rigido di me. Alla società non piaceva che io parlassi con i giocatori.


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