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·27 de marzo de 2026
N. Riva: «È un grandissimo onore rappresentare i tifosi del Cagliari! Mio padre era legato a…»

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Nicola Riva, Club Ambassador del Cagliari, è intervenuto nel podcast Facci un giro per affrontare diverse tematiche inerenti il suo ruolo e tanto altro. Di seguito alcuni estratti delle sue dichiarazioni:
RUOLO – «È un grandissimo onore rappresentare i tifosi del Cagliari non solo in Sardegna, ma in tutta Italia. È una cosa che mi emoziona tantissimo, sono un grandissimo tifoso del Cagliari. È un aspetto nuovo della mia vita, una seconda parte della mia vita, perché mi sono sempre occupato d’altro, anche se ho respirato sempre il calcio da quando sono bambino».
IDENTITA’ E SQUADRA – «Il Cagliari non è una squadra qualsiasi, il Cagliari è diversa da tutte le altre realtà, credo. Rappresenta un popolo, rappresenta tutta la Sardegna. Come hai detto tu, ha vinto uno scudetto e non è una cosa da poco; pensandoci oggi, io non ho conosciuto purtroppo gli anni dello scudetto, però ci penso tantissimo, so tutto. Posso raccontarti qualsiasi partita di quella dello scudetto, è una cosa che inorgoglisce tantissimo e dà quel qualcosa in più alla nostra squadra».
COMPITI E PASSIONE – «Spero di essere all’altezza di portarlo avanti. Lo faccio col cuore, perché mi è stato sempre insegnato così, fare tutto col cuore. Quindi, essendo tifoso, cerco di trasmettere anche la mia passione. Allo stesso tempo, ci sono degli aspetti da gestire che sono più di burocrazia, nel senso che non si può sempre esprimere tutta la passione perché ci sono tanti aspetti che poi capisci crescendo e quando sei all’interno di una squadra che coinvolgono più cose, più aspetti».
RICORDO DI GIGI RIVA – «Non si discosta tanto dall’immagine che la gente ha di lui perché lui quello era: una persona abbastanza silenziosa, non da grandi discorsi, non da grandi cose. Anche da genitore quello che mi ha trasmesso l’ho appreso dai suoi silenzi, dal suo comportamento, dal suo modo di fare e da quelle regole strette che aveva. Quindi una persona molto coerente anche a casa, una persona che non accettava le bugie e che sarebbe stata capace di eliminare anche un figlio se non fosse stato sincero e onesto. Quindi la bugia non era contemplata anche da un figlio».
RAPPORTO CON IMMAGINE PUBBLICA – «Poi chiaramente il mio è stato un percorso anche perché poi da bambino non avendo la possibilità di viverlo magari quotidianamente, sentir parlar di Gigi Riva… allora l’immagine era quella che poi avevano tutti del calciatore. E sai da bambino condividere tuo papà con tanti altri non è una cosa che accetti così semplicemente, nel senso che “Sì, ma è mio padre”, però era un po’ di tutti. E c’era quella curiosità poi di chi è bambino, di chi ama il calcio, quindi di andare, sai non come adesso vai su YouTube e ti cerchi Gigi… quindi aspettavi magari il momento della trasmissione dove si parlava di tuo padre. C’era un po’ quel conflitto tra papà e Gigi Riva, quindi io mi emozionavo ogni qualvolta vedevo un’immagine di lui che giocava a calcio, però era tutto limitato a un buon giocatore di calcio».
LEGAME TRA RIVA E SARDEGNA – «Crescendo invece la visione che ho avuto di lui è cambiata. È cambiata perché mi sono reso conto che poi questo amore forte che c’era in Sardegna per Gigi Riva, ma non solo in Sardegna, in Italia tutta, non era poi legata solamente all’aspetto sportivo ma era qualcosa che andava molto oltre. E allora piano piano mi sono messo anch’io non dico a studiare, ma a capire meglio il perché ci fosse stato questo rapporto così forte. E chiaramente è facilmente spiegabile con le scelte che lui ha fatto, la sua vita complicata, questa infanzia molto difficile, rimanere orfano… essere mandato in una squadra di calcio che lui probabilmente non sapeva neanche l’esistenza, perché in quel momento il Cagliari era appena salito in Serie B, lontana da tutto e da tutti. E non vorrei dire, però probabilmente la Sardegna non era ancora Italia perché comunque era una terra dove si mandavano i militari in punizione, famosa per il banditismo, per la pastorizia, però di calcio e di sport la Sardegna non era certo conosciuta».
ARRIVO A CAGLIARI – «Lui, promessa del calcio lombardo, quindi vicino a tantissime realtà come Inter, Milan, il suo sogno era quello di andare a giocare in una di queste squadre qui. Invece funzionava così, lì eri proprietà di una squadra e ti vendevano e non potevi dire no non voglio andarci, altrimenti praticamente smettevi di giocare. E quindi fu convinto da questa sorella ad andare a provare, perlomeno a vedere cosa c’era in Sardegna. Arriva, anche lì l’approccio non è stato semplicissimo perché poi il campo in terra, lui non aveva neanche mai visto un campo in terra, lì al nord era diverso. Chiaramente erano già più evoluti. Poi è vero che c’è stato subito l’Amsicora e tutto quanto, però insomma l’inizio… campi di allenamento in terra, il rapporto con i sardi, perché noi sardi è vero che quando conosciamo e quando ci fidiamo di qualcuno diamo tutto, ma inizialmente c’è molta diffidenza. È arrivato qui dove c’era un’ala sinistra che era un po’ l’idolo dei sardi, che era appunto Tonino Congiu. Quindi il “continentale” che veniva a prendere il posto al sardo era cosa inaccettabile».
SCELTA DI RESTARE – «Invece piano piano, anche attraverso i suoi silenzi, attraverso il suo comunque impegno per quello che stava facendo… l’impegno lo trasferiva in campo, perché lui tutte le sue tragedie, tutte le sue sofferenze che ha avuto le ha sempre trasferite sul pallone, perché quel modo di calciare era proprio per trasferire tutta la sua rabbia. Il pallone è sempre quello che l’ha salvato perché era l’unico posto dove non pensava, dove non pensava a tutti i problemi che aveva. E quindi in campo piano piano si è fatto conoscere, ha dato tutto per la maglia da subito e piano piano si è instaurato questo rapporto di fiducia l’uno verso l’altro. Papà ha trovato tante persone qua che l’hanno come adottato. Man mano che si andava avanti, nonostante la promessa del presidente del Cagliari fosse quella di fare uno o due anni in Sardegna per poi essere rivenduto, alla fine lui si rende conto che qua stava bene, che qui non era solo più un discorso di squadra di calcio, era un discorso proprio di famiglia. Lui aveva trovato la famiglia, quella che non aveva mai avuto».
RIFIUTO DI RIVA ALLE GRANDI – «E quindi anche dopo tutte le vicissitudini, la Nazionale… insomma lui era un giocatore molto appetibile a tutti. Quel suo “no”, quel suo “no” perenne, quel “no” che andava contro anche a tante persone influenti… cioè Gigi Riva doveva andare a giocare alla Juve o all’Inter perché non era una cosa che potevano decidere solamente la società, ma era una cosa che volevano anche in Italia perché il percorso era quello: se sei un bravo giocatore devi andare a giocare lì, anche per una questione politica. Invece il suo “no”, il suo continuo “no” penso che questa sia stata poi la cosa più bella, la cosa che ha allegato in maniera quasi infinita, quasi per sempre, la Sardegna a Gigi Riva e viceversa. Ecco questo è quello che io poi ho capito con gli anni e quello che mi ha fatto capire che questo rapporto non si trova da altre parti, è difficile trovarlo in altre realtà».









































