Pavoletti: «Rimanere a Cagliari mi piacerebbe, magari come ds. Pisacane si vedeva che era un predestinato!» | OneFootball

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·3 de junio de 2026

Pavoletti: «Rimanere a Cagliari mi piacerebbe, magari come ds. Pisacane si vedeva che era un predestinato!»

Imagen del artículo:Pavoletti: «Rimanere a Cagliari mi piacerebbe, magari come ds. Pisacane si vedeva che era un predestinato!»

Leonardo Pavoletti si è raccontato a tutto tondo tra i momenti più belli della sua carriera, il futuro, le sue condizioni e tanto altro ancora

Leonardo Pavoletti è stato l’ultimo ospite del programma Giorgia’s Secret, prodotto da DAZN. L’attaccante del Cagliari ha parlato a tutto tondo tra le sensazioni che gli arrivano dal ginocchio, momenti indimenticabili come il gol a Bari e non solo. Le sue parole:

L’ULTIMO SALUTO ALLA DOMUS – «La riabilitazione è lunga, ma ce la farò. Zoppicare ti condiziona, il nuovo intervento di pulizia al ginocchio è stato però il primo passo per tornare alla normalità. Come sto? Mi trovo in un periodo particolare della mia vita. Per il resto me la sto iniziando a godere: quando ti trovi sotto i riflettori, tutti insieme, quando ricevi tutto questo affetto, non è facile da metabolizzare subito. Lo sto iniziando ad assaporare ora. Magari non ho festeggiato come avrei davvero desiderato: avrei voluto finire questa esperienza in campo, con un gol o una buona prestazione e salutare il pubblico con la maglia da gioco. L’unica consolazione, se vogliamo, è stata che mi ricordavo l’addio di Van Basten, purtroppo venne fatto anche da lui in borghese. Il post-partita conto il Torino è stato un momento difficile, così come sarà difficile svuotare l’armadietto dopo nove anni. Ci sono momenti che dici: “Cavoli, è finita”. E devi iniziare a pensare a cosa fare da grande, non sarai più lì, finisce un capitolo della vita. Dai ragazzi della squadra non mi aspettavo la festa a sorpresa, una grigliata di squadra a casa di Deiola. Ero emozionato come se quella sorpresa me l’avesse fatta un parente, un familiare stretto. Sono ragazzi fantastici e con quel piccolo gesto mi hanno fatto commuovere».


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LA SARDEGNA NEL CUORE – «Riavvolgendo il nastro, nove anni fa: l’arrivo in aeroporto a Cagliari con così tanti tifosi che cantavano il mio nome? È stata una sorpresa incredibile. All’apertura delle porte degli arrivi ho trovato davanti a me un mare di gente. E non me lo aspettavo minimamente. Sciarpe, abbracci, giornalisti. “Ma chi pensano sia arrivato?” È stato qualcosa che mi ha dato una bella sveglia. Ero arrivato a Cagliari per far bene, certo, ma non sapevo di essere così importante, già dall’arrivo. Così già dalla sera in albergo, mi dissi: “Leo, questa è una bella sfida. Da te si aspettano tanto”.  Quando ho capito che questo sarebbe stato il posto dove mettere radici, far nascere i miei figli? Il primo anno non lo avevo capito subito. Ero stato bene, ma non da pensare di poter stare qui così a lungo. Poi già dal secondo anno… le cose in campo girano: faccio 16 gol, arriva la Nazionale. Nasce il mio primogenito, Giorgio. Mi inizio ad accorgere che qualcosa sta cambiando. Anche in città il rapporto con le persone era cambiato: non tanto per il gol, era una questione di rispetto, da uomo a uomo. La gente iniziava a capire che Pavoletti non era un calciatore fatto con lo stampino, ma che gli piaceva vivere la città, stare tranquillo, era una brava persona. E se poteva aiutare, lo faceva. Il cagliaritano, il sardo, sono persone che all’inizio ti studiano, non ti danno subito affetto. Piano piano ti apprezzano e allora lì riprendi tutto quello che magari non ti hanno dato prima».

IL GOL PROMOZIONE – «Bari? Quel gol mi emoziona ancora. Si può vivere di obiettivi, soldi, ma poi ci sono attimi che ti fanno dimenticare letteralmente tutto. Sei tu al centro dell’universo, voli. E pensare che quel gol lì per lì non me lo sono goduto, ero arrabbiato con mister Ranieri. Ero rimasto in panchina un po’ troppo, per me. Ma, in realtà, aveva ragione lui. Forse voleva proprio farmi arrabbiare il più possibile prima di farmi entrare in quel modo lì, e qualcosa avrei fatto. Sì, un tifoso aveva esattamente pronosticato il mio gol, subentrando dalla panchina, al 94’. È stato fantastico, l’ho incontrato subito dopo la finale».

PISACANE – «Pisacane mi ha stupito? Sì, tanto. Nell’ambiente si parlava di lui come di un predestinato. Sai, è come quando metti una persona in un posto e quel posto è esattamente il suo. Si percepiva quindi, ma poi non potevi sapere se sarebbe stato subito così pronto o se ci dovesse impiegare qualcosa in più. Fabio non solo era pronto, era molto pronto».

FUTURO – «Negli ultimi anni ho dato tanto, forse più nello spogliatoio che in campo. Sono arrivato ora ad un momento della mia vita che devo capire se posso continuare ad avere quegli stimoli di campo bellissimi o se devo intraprendere un’altra strada che mi possa ridare di nuovo quegli stimoli, quell’energia, che avevo a inizio carriera. Continuare nel Cagliari in un’altra veste? Sarebbe bello, non lo nascondo. Vivere a Cagliari per me è sempre stato un regalo, continuare qui per me sarebbe bellissimo. Naturalmente ora ci sono anche altri progetti della Società, resto in attesa, magari le nostre strade potranno ricongiungersi. Dove mi vedo tra cinque anni? Non lo so, sicuramente a fare il padre, quello che ho sempre sognato di fare. Per il resto il calcio è stato sempre centrale. Mi potrei vedere direttore sportivo, sarei banale, non so se sarei capace, pronto o se mi piacerà farlo. Si vedrà man mano. Spero che persone più “capaci” di me, che magari hanno già vissuto questi momenti, riescano a indirizzarmi».

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