Zerocinquantuno
·9 de marzo de 2026
Serpeggia una domanda scomoda: il progetto tecnico di Italiano è ancora intoccabile?

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·9 de marzo de 2026

Tempo di Lettura: 3 minuti
Attorno alla figura di Vincenzo Italiano è tornato un venticello che a Bologna non si sentiva soffiare da mesi: quello del dubbio. Tre mesi fa lo si era scambiato per mugugno episodico-fisiologico da bar, ora è qualcosa di più strutturato. È una domanda scomoda quella che serpeggia sempre di più nel nostro ambiente: il progetto tecnico di Italiano è ancora intoccabile? Sì, è scomoda. E proprio per questo interessante.
Chiariamo subito: non è un interrogativo nato ieri sera dopo novanta minuti storti. È qualcosa che si è accumulato lentamente, partita dopo partita, dentro una stagione in cui il Bologna ha spesso dato l’impressione di essere una squadra capace di giocare un buon calcio senza riuscire sempre a portare a casa ciò che meriterebbe.
Il paradosso, se lo si guarda da vicino, è evidente. Italiano è probabilmente uno degli allenatori di Serie A più riconoscibili dal punto di vista tattico: pressing alto, squadra corta, difesa coraggiosa, costruzione che cerca velocità verticale appena possibile. Non è mai stato un allenatore attendista e non ha mai fatto mistero di voler controllare le gare attraverso il gioco, non tramite la prudenza. Per lunghi tratti questa inclinazione ha funzionato.
Il BFC non ha perso di colpo la sua identità, non è diventato una squadra timida e, soprattutto, ha conservato una personalità che negli anni precedenti era diventata il tratto distintivo della crescita rossoblù, da Mihajlovic in poi. Anche nei momenti più complicati della stagione, il gruppo raramente ha dato la sensazione di smarrirsi completamente o di arrendersi. Eppure qualcosa, da dicembre, si è vistosamente inceppato.
Il match contro il Verona lo racconta bene. Il Bologna ha prodotto gioco, ha tirato più degli avversari, ha passato lunghi tratti nella metà campo opposta. Ma la sensazione, guardandola dal Dall’Ara, era diversa: controllo sì, dominio vero molto meno. E quando una squadra costruisce senza riuscire a chiudere le partite, il rischio è sempre lo stesso. Basta un errore, una transizione sbagliata, una distrazione dietro, un contropiede avversario. E lo scenario cambia.
È qui che emerge il punto più delicato del Bologna di Italiano. Il suo calcio vive di fiducia strutturale: difesa alta, tanti uomini oltre la linea della palla, pressione costante. Funziona alla perfezione quando la squadra ha energia mentale e fisica. Quando quell’energia cala anche di poco, gli spazi dietro diventano enormi. Per dirla in ‘italianese’: o «overperformi» o tracolli.
Il Verona domenica non ha fatto nulla di clamoroso. Ha aspettato, ha difeso basso, ha provato a colpire negli spazi. È un copione che molte squadre ormai conoscono bene quando affrontano il BFC. E qui nasce un dubbio che non riguarda tanto la qualità del sistema, quanto la sua elasticità.
Italiano ha costruito una squadra con un’identità forte, e questo è un merito enorme. Ma ogni identità molto definita porta con sé un rischio: diventare leggibile quando le gare si incartano. Negli ultimi mesi alcune avversarie hanno imparato a sporcare la costruzione rossoblù proprio lì dove fa più male, chiudendo il centro del campo e aspettando il momento giusto per correre negli spazi lasciati dalla difesa sempre alta.
A Bologna, naturalmente, la discussione non riguarda solo la questione tattica. Che il mercato non abbia dato a Italiano carte sufficienti sta diventando sempre più evidente: Immobile ceduto a gennaio dopo un quadrimestre da fantasma assoluto, Dallinga sempre sotto rendimento, Rowe (pagato 20 milioni) al primo gol in campionato alla 28^ giornata, Vitik mai davvero convincente.
Italiano è un allenatore piuttosto emotivo, diretto, uno che vive le partite in modo viscerale e non ha mai cercato di nascondersi dietro frasi di circostanza. Questo ha creato un rapporto forte con l’ambiente, con molti giocatori e con la dirigenza. Ma comporta anche un effetto collaterale inevitabile: quando le cose funzionano, il merito è suo; quando qualcosa scricchiola, il dibattito si concentra inevitabilmente su di lui, come sta accadendo adesso.
In realtà il nodo vero è un altro, e riguarda più la città che il suo mister. Negli ultimi anni il Bologna ha smesso di essere una squadra sonnacchiosa a causa di un ambiente abituato a vivacchiare. Ora il pubblico chiede. È cambiata la percezione delle partite, ma è cambiato anche il peso delle sconfitte, ed è cambiato perfino il modo in cui si giudicano i tecnici.
Perdere col Verona qualche anno fa sarebbe stato un incidente di percorso. Oggi diventa automaticamente un test di maturità fallito. Italiano, allenatore da Champions League per ora solo nella graduatoria degli stipendi, si trova dentro questo passaggio. Il suo lavoro ha contribuito a costruire una squadra da cui è lecito pretendere di più. Ma proprio questa crescita rende ogni passo falso più rumoroso.
Per questo la domanda che ci siamo posti all’inizio non è semplice. Non riguarda solo un match o una fase della stagione. Riguarda il tipo di squadra che il BFC vuole essere nei prossimi anni.
Una cosa è certa: se oggi sotto le Due Torri si discute seriamente di Vincenzo Italiano, è anche perché negli ultimi anni il livello delle aspettative si è alzato. E, paradossalmente, questa è forse la prova più chiara di quanto il Bologna sia cambiato.









































