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·10 de marzo de 2026
Torino, vent’anni nel limbo: il bilancio dell’era Cairo

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Quando il 2 settembre 2005 Urbano Cairo acquistò un Torino appena fallito e retrocesso in Serie B, l’obiettivo dichiarato era di riportare la squadra in massima divisione, per poi progressivamente competere per le posizioni nobili della classifica. Se il primo sembra ampiamente raggiunto, con 16 stagioni su 20 di presidenza in Serie A (di cui 14 consecutive), il secondo appare decisamente irraggiungibile, anche solo per una stagione.
Il Torino di Urbano Cairo può vantare infatti come migliori piazzamenti in Serie A due settimi posti: 57 punti nel 2013/2014 con Gian Piero Ventura e 63 punti nel 2018/2019 con Walter Mazzarri. Posizioni che sono poi valse l’Europa solamente grazie a vicissitudini fiscali e legali del Parma e del Milan: il Torino non conquista sul campo la partecipazione alle competizioni europee dal 1992/1993. Per rendere ancora meglio l’idea, nel corso della presidenza Cairo ben 17 club italiani sono arrivati sesti o meglio, con altri due, Empoli e Catania, che hanno eguagliato il settimo posto del Torino.
Tralasciando le Big, con le quali è difficile (ma non impossibile) competere stabilmente, molte altre realtà del nostro calcio sono arrivate in alto in classifica in questi vent’anni, vivendo cicli europei più o meno floridi: l’Atalanta ha vinto l’Europa League e giocato i quarti di finale di Champions League, diventando una presenza fissa nelle serate che contano, la Fiorentina è arrivata otto volte nelle prime sei e ha giocato due finali di Conference League, l’Udinese è arrivata due volte quarta e una volta terza. Il Bologna è recentemente tornato a godersi delle notti europee, oltre che a vincere una Coppa Italia.
Ci sono poi altre squadre che, pur avendo conosciuto periodi molto più difficili di quelli vissuti dal Torino di Cairo (Parma, Chievo, Palermo e Livorno, tutte fallite e poi ricostruite, ma anche Genoa, Sampdoria e Sassuolo, che hanno vissuto una retrocessione recente), hanno potuto godersi posizioni più prestigiose di quella granata per almeno una stagione. A dirla tutta, non si è riuscito nemmeno a raggiungere una semifinale di Coppa Italia, traguardo ottenuto invece da realtà meno di prim’ordine come Catania, Siena, Alessandria, Cremonese ed Empoli.
Dopo tutti questi anni trascorsi in media a metà della classifica di Serie A, la tifoseria granata chiede inevitabilmente di più. Le poche soddisfazioni, per quanto memorabili, come la notte del San Mamés, in cui il Toro diventò, undici anni fa, la prima squadra italiana a vincere in casa dell’Athletic Bilbao, non possono reggere di fronte alle stagioni anonime, ai derby persi (una vittoria su più di trenta giocati) e ai giocatori venduti senza sostituirli adeguatamente (per fare due esempi, Bellanova è stato rimpiazzato con Pedersen, e per andare più indietro nel tempo, Amauri, ai tempi 34enne, arrivò l’ultimo giorno di mercato al posto del 27enne Cerci ).
Se poi si analizza l’ultimo ciclo davvero positivo del Toro, quando perse una finale di Coppa Uefa a causa dei gol in trasferta (1991/1992) e vinse una Coppa Italia, stavolta grazie ai gol in trasferta (1992/1993), si può notare che durò relativamente poco: dal 1990/1991, arrivando quinti da neopromossi, al 1995/1996, retrocedendo in Serie B con seri problemi economici.
Poche stagioni di grandezza che hanno però avuto il merito di consegnare alla memoria dei tifosi granata e degli appassionati la classe di Martín Vázquez e Scifo, le parate di Marchegiani e la leadership di Cravero, sostenuti dal tifo incessante e frastornante della Curva Maratona. Del Torino di Cairo, durato più di vent’anni, si rischia di ricordare invece l’eterno limbo sportivo, un susseguirsi di stagioni pressoché anonime in cui il risultato sportivo e del campo è spesso sembrato messo in secondo piano.









































