Milannews24
·30 de mayo de 2026
Zlatan Ibrahimovic, il leader che non sa fare il dirigente: perché il Milan ha sbagliato a puntare su di lui

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·30 de mayo de 2026

Nel calcio moderno esiste una convinzione tanto diffusa quanto pericolosa: un grande campione sarà automaticamente un grande dirigente. La storia, però, racconta spesso il contrario. E il caso di Zlatan Ibrahimovic, oggi Senior Advisor del Milan, sembra rappresentare perfettamente questo equivoco.
Da calciatore, Ibrahimovic è stato un fenomeno assoluto. La sua personalità debordante, la fiducia quasi illimitata nei propri mezzi e un ego fuori scala sono stati ingredienti fondamentali della sua carriera. In campo, quella sicurezza trascinava compagni e tifosi; fuori dal campo, però, gli stessi tratti rischiano di trasformarsi in un ostacolo.
Il problema non è discutere la grandezza dello Zlatan giocatore. Quella è fuori discussione. Il punto è capire se le qualità che lo hanno reso una leggenda siano davvero compatibili con il ruolo che oggi ricopre. E la risposta, osservando gli ultimi mesi, sembra essere negativa.
Il ruolo di Senior Advisor richiede caratteristiche molto diverse da quelle di un leader tecnico sul terreno di gioco. Servono capacità diplomatica, gestione dei rapporti interni, visione strategica, equilibrio e, soprattutto, la capacità di mettere l’istituzione davanti alla propria immagine.
Ibrahimovic, invece, continua a trasmettere l’impressione di essere il centro della narrazione. Ogni sua apparizione pubblica, ogni dichiarazione e ogni intervento sembrano costruiti attorno alla figura di Zlatan più che attorno al Milan.
Questo approccio può funzionare quando si è l’attaccante che decide le partite. Non funziona quando si dovrebbe lavorare dietro le quinte per rafforzare una struttura societaria.
Un dirigente efficace spesso è invisibile. Lavora nell’ombra, crea condizioni favorevoli e lascia che siano risultati e organizzazione a parlare. Ibrahimovic, al contrario, sembra ancora interpretare il calcio attraverso la lente del personaggio che lo ha reso celebre.
Per oltre vent’anni, l’ego di Ibrahimovic è stato una forza straordinaria. Gli ha permesso di affrontare pressioni enormi e di imporsi nei più grandi club europei. Tuttavia, ciò che era una virtù da atleta può trasformarsi in un difetto quando si entra in una dimensione manageriale.
Un dirigente deve ascoltare, confrontarsi, delegare e accettare che il merito venga attribuito ad altri. Deve saper costruire consenso. Deve capire che le decisioni migliori non sempre coincidono con quelle che garantiscono maggiore visibilità personale.
L’impressione è che Ibrahimovic fatichi ancora a compiere questa transizione mentale. Continua a ragionare come una superstar, quando il ruolo richiederebbe il pragmatismo di un manager.
Un altro aspetto critico riguarda la chiarezza del suo ruolo. Nel corso della stagione si è spesso avuta la percezione di una figura molto presente mediaticamente ma meno definita sul piano operativo.
Quando una società di alto livello attraversa momenti complicati, la chiarezza delle responsabilità è fondamentale. Chi decide? Chi pianifica? Chi risponde delle scelte?
La presenza di Ibrahimovic, anziché contribuire a chiarire la catena di comando, ha talvolta alimentato interrogativi. E questo rappresenta un problema serio per una società che dovrebbe puntare su organizzazione e competenze specifiche.
Affidarsi a Ibrahimovic è stata una scelta comprensibile dal punto di vista comunicativo. Il suo nome genera attenzione, entusiasmo e appartenenza. Ma il calcio contemporaneo si vince soprattutto attraverso competenze manageriali, pianificazione e processi decisionali solidi.
Il rischio è che il Milan abbia confuso il valore simbolico di una leggenda con il valore concreto di un dirigente esperto.
Essere un grande campione non significa essere automaticamente un grande consigliere strategico. Sono professioni diverse, con logiche diverse e competenze diverse.
A oggi, la sensazione è che il Milan abbia puntato più sull’impatto emotivo del ritorno di Ibrahimovic che su una valutazione rigorosa delle sue competenze manageriali. E quando una società delle dimensioni del Milan prende decisioni basandosi soprattutto sul fascino del passato, il rischio di errore aumenta inevitabilmente.
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Ibrahimovic rimarrà per sempre una delle figure più importanti della storia recente rossonera. Nessuno può cancellare ciò che ha fatto da calciatore. Ma proprio per questo sarebbe stato opportuno evitare di affidargli un ruolo per il quale non sembra ancora pronto.
Perché il calcio insegna una lezione semplice: non sempre ciò che funziona in campo funziona dietro una scrivania. E l’ego che ha reso Zlatan Ibrahimovic un campione irripetibile rischia oggi di diventare il principale ostacolo alla sua credibilità come dirigente.







































