Zerocinquantuno
·6 février 2026
Bologna pettegola. Ai primi scricchiolii il sospetto e il sarcasmo: il rifugio nella mediocrità come forma di protezione

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·6 février 2026

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Bologna può essere ed a volte è una città meravigliosa. Colta, accogliente, secolare e ammaliante nella sua storia. Ma quando si parla di calcio, troppo spesso dimostra di essere una città piccola. Piccola nei discorsi, piccola nelle ambizioni, piccola nelle reazioni dell’opinione pubblica.
Non è una questione di classifica. Non è una questione di risultati. È una questione di mentalità.
Appena la squadra rallenta, appena arriva una mezza dozzina di risultati storti, ecco riemergere il solito sottofondo: Saputo è stanco, Saputo vende, Saputo non investe più. Il progetto è finito. L’Europa è stata un’illusione. Il Bologna torna al suo posto. Sempre lo stesso copione, sempre le stesse parole, sempre la stessa paura travestita da realismo.
Poi basta un messaggio vocale su WhatsApp (diventato virale, ma attenzione alle querele) su Holm e Ferguson, una voce, un sospetto, una mezza frase, e subito il tribunale popolare trova il suo capro espiatorio. Non importa se le notizie sono confuse, incomplete o semplicemente campate in aria: la città si stringe attorno al pettegolezzo come fosse verità ufficiale. Perché in fondo conferma quello che molti vogliono sentirsi dire: che il sogno è finito, che era troppo bello per durare, che la normalità è stazionare fra le medio-piccole.
E il nuovo Dall’Ara? Anni di annunci, progetti, rendering, conferenze stampa, sopralluoghi, promesse. E oggi cosa resta? L’idea diffusa che non si farà mai. Che qualcosa andrà storto. Che Bologna non è capace di fare un passo del genere. Che certe cose succedono a Bergamo, a Udine, a Reggio Emilia, ma non qui (e qui ‘opinione pubblica’ va convertita in ‘amministrazione pubblica’, a livello sia locale che nazionale).
È questa la vera piccolezza: quella culturale. È la convinzione radicata che ogni ambizione sia destinato a spegnersi, che ogni progetto debba finire nel pantano, che ogni slancio sia solo una parentesi.
Negli ultimi anni la dirigenza del club di Saputo aveva provato a cambiare questa narrativa. Aveva costruito una squadra riconoscibile, un’identità chiara, un entusiasmo che in città non si vedeva da decenni. Aveva riportato la gente allo stadio, aveva riacceso un senso di appartenenza, aveva fatto intravedere una dimensione diversa.
E invece, al primo scricchiolio, al primo dubbio, tutto torna come prima. Il sospetto, il sarcasmo, la rassegnazione. Il rifugio nella mediocrità come forma di protezione. Meglio dirsi che non succederà nulla, così non ci si rimane male.
È una città che, calcisticamente, si difende dai sogni. Che li accoglie con entusiasmo finché sono lontani, ma appena si avvicinano davvero, li guarda con diffidenza. Come se crescere fosse pericoloso, come se l’ambizione fosse un tradimento della propria identità.
Il risultato è un paradosso: una proprietà che ha investito centinaia di milioni di euro per oltre dieci anni, una squadra che ha provato ad alzare l’asticella, e un ambiente che continua a comportarsi come se tutto fosse provvisorio, fragile, destinato a crollare.
Non è la crisi di Saputo, non è la vicenda di gossip da spogliatoio, non è il restyling dello stadio che forse non si farà. Il problema vero è un altro: è la mentalità di una piazza che non riesce a immaginarsi diversa da quella che è stata per troppo tempo.
Una città che si racconta moderna, europea, ambiziosa in tutto. Tranne che nel calcio. Lì resta provinciale, sospettosa, impaurita.
E finché la mentalità resterà questa, per Bologna ogni progetto sembrerà sempre troppo grande.








































