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·6 juin 2026

Como, Suwarso: «Redditizi in due anni. Fabregas ha un'opzione per una quota del club»

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Dalla nascita del progetto Como fino all’ambizione europea, passando per il modello di business, il peso del brand, il rapporto con la città e il futuro di Cesc Fàbregas. Mirwan Suwarso, presidente del club lariano, è intervenuto durante un panel nell’ambito del Festival della Serie A in corso di svolgimento a Parma, raccontando l’evoluzione di una società nata con un’idea molto diversa rispetto a quella che poi ha preso forma negli anni.

Dal progetto documentari alla crescita del club

Suwarso ha ricordato innanzitutto come l’acquisizione del Como fosse legata, in origine, a un progetto televisivo: «Sì, è assolutamente vero, acquistammo il Como per un progetto che prevedeva la realizzazione di documentari, ma ci siamo resi conto che questo progetto non era possibile e abbiamo cambiato strada».


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Un percorso che, almeno all’inizio, non prevedeva ambizioni sportive così elevate: «Non abbiamo mai pensato alla Champions, non era pianificata e non ce la saremmo mai immaginata a quell’epoca».

Il presidente del Como ha poi spiegato come la scelta del club fosse arrivata anche prima di conoscere davvero la città: «Quando abbiamo acquistato il Como io non avevo neanche visto la città. Sapevo che sarebbe stata una location fantastica per i nostri documentari, ma poi i costi sono aumentati e abbiamo dovuto cambiare strada».

Alla base della crescita del club, Suwarso individua soprattutto il metodo di lavoro interno e la condivisione delle decisioni: «Ci sono due cose fondamentali nella nostra crescita, in primis i valori del gruppo. Non c’è nessuno migliore o più intelligente, le decisioni vengono assunte da un board. Le decisioni vengono prese a maggioranza e questo crea rispetto reciproco: impariamo a rispettarci l’un l’altro decidendo assieme. Tutto è deciso sulla base di un business plan, che viene rivisto ogni sei mesi, e anche quando si fa un errore non è mai solo colpa di uno».

Un modello che accetta anche il rischio e l’errore come parte del processo: «Per noi il fallimento fa parte del gioco, se non si fallisce non si impara. Tutti possono fare bene, ma se si inizia pensando che non ci si riuscirà è difficile. Cerchiamo di mettere l’asticella sempre più in alto per raggiungere il traguardo che ci siamo prefissati».

Retail, brand Como e ricavi dall’estero

Nel definire gli obiettivi, il Como si è presto trovato davanti ai limiti dimensionali della propria realtà territoriale, provando però a trasformarli in un punto di forza: «Quando abbiamo prefissato gli obiettivi ci siamo resi conto che Como fosse una realtà piccola. Abbiamo pensato di costruire qualcosa fuori da Como, sfruttando il carattere identitario della città».

Da qui la volontà di attrarre ricavi e aziende dall’estero, sviluppando attività collaterali rispetto al calcio: «Il mio primo obiettivo è stato attrarre aziende dall’esterno. Il 40% dei nostri ricavi viene dall’estero, anche il retail è uno dei settori in crescita più rapida. Abbiamo creato diverse società esterne all’Italia e queste attività collaterali ora generano una decina di milioni all’anno. Un traguardo positivo, ma l’obiettivo è passare da 10 a 35 milioni e poi a 100 milioni. Sono fiducioso che questi obiettivi si possano ottenere e possiamo farlo in modo sostenibile. Vogliamo diventare redditizi nel giro di due anni e sarò soddisfatto quando l’attività non legata al calcio supererà quella calcistica, perché continuiamo a cambiare direzione».

Il club lariano vuole diventare anche una piattaforma di sperimentazione per servizi da offrire ad altre società: «Il nostro obiettivo è sfruttare il Como come laboratorio di idee. Quello che funziona verrà replicato per un modello di servizi multi-club. Attualmente lavoriamo con 16-17 società tra Italia, Premier League, Arabia Saudita e Francia, a cui offriamo servizi per far crescere il loro retail. Vogliamo offrire soluzioni agli altri club e nel giro di qualche mese presenteremo una novità per consentire ad altre società di far crescere il loro business su questo fronte».

Tra i modelli di riferimento, Suwarso ha citato anche Disney: «Sicuramente Disney per noi è stata un’ispirazione, soprattutto sulla creazione di licenze e altri aspetti. Il Como è una società piccola, abbiamo puntato sul brand “Como” per creare altri servizi».

Il retail è uno dei canali più rilevanti nella strategia del club, non soltanto attraverso le maglie da gioco: «Il 40% dei nostri ricavi dal retail viene dalle magliette da gioco, il resto da prodotti alternativi. I nostri clienti più importanti sono per il 60% dall’estero, con USA, Regno Unito e Francia che sono i primi tre mercati, e acquistano prodotti diversi dalle maglie, principalmente i capi della nostra collezione lifestyle».

Suwarso ha poi svelato un retroscena legato alla famiglia Hartono, proprietaria del club: «L’acquisto del Como era stato per la tv per cui lavoravo, non lo avevo detto alla famiglia Hartono inizialmente. Quando hanno scoperto di essere proprietari di un club calcistico non erano contenti, ma penso che ora abbiano cambiato idea», ha aggiunto ridendo.

Sul futuro del sostegno della proprietà, il presidente ha aggiunto: «A loro piace molto la squadra, la società, vengono frequentemente a visitare Como e l’Italia».

Fàbregas, Champions e il futuro al Sinigaglia

Ampio spazio anche al rapporto con Cesc Fàbregas, oggi figura centrale del progetto tecnico del Como: «Fàbregas è una persona molto particolare e complessa. Quando gli abbiamo chiesto se volesse diventare allenatore della prima squadra, ci ha portato una presentazione di 40 pagine per spiegarci la sua visione. Dopo ogni partita spiega cosa è successo, per capire cosa ha funzionato e cosa no, come farebbe un manager o un amministratore. Ha svolto un ottimo lavoro con grande umiltà, cercando di fare comprendere tutto anche a noi».

Suwarso ha chiarito anche la posizione dell’ex centrocampista spagnolo sul fronte societario: «Fàbregas ha un’opzione di acquisto per una quota del club. Finché lavora per il Como rimane un’opzione, la potrà esercitare quando andrà via». Il club è consapevole che, in futuro, Fàbregas possa ricevere nuove offerte: «L’anno scorso abbiamo ricevuto richieste da altri club per lui, siamo consapevoli del fatto che un giorno se ne potrà andare. Se deciderà di restare a lungo saremo contenti e sarà fantastico, ma se un giorno vorrà andare gli augureremo il meglio possibile».

Tra i temi chiave del mondo Como, anche quello legato allo stadio. Alla domanda sulla sede delle partite della prossima edizione della Champions League, ha risposto: «Speriamo di giocarla al Sinigaglia». Va ricordato che il club è al lavoro per sistemare l’impianto secondo gli standard della UEFA, con il Mapei Stadium come alternativa qualora le cose dovessero andare per le lunghe.

Un punto centrale resta però il rapporto con la città e con l’identità del territorio: «A Como siamo degli ospiti, quindi dobbiamo rispetto alla città e basiamo tutto sulla nostra identità, che è la vera attrattiva che piace agli stranieri. Anche lo stadio non vogliamo stravolgerlo, perché gli stranieri ne apprezzano la rusticità. Ci sono persone che sono disposte a pagare migliaia di euro per fare esperienze da noi, le tradizioni attraggono gli stranieri e qui si fa esperienza della vera italianità».

Infine, Suwarso ha ribadito la natura di lungo periodo del progetto Como, al di là dei risultati immediati: «Siamo una startup, quindi investiamo. Abbiamo un piano quinquennale e uno decennale, la nostra mission non è mai a breve termine. Adesso ci giochiamo la Champions, ma potremmo anche tornare in Serie B. Ho detto a Fàbregas che anche in caso di retrocessione sarebbe rimasto, perché il nostro piano è a lungo termine».

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