🎙️ Conte: “Lautaro è una presenza che sposta tanto, Kane un leader. Italia? Se ne sono dette troppe” | OneFootball

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·15 juillet 2026

🎙️ Conte: “Lautaro è una presenza che sposta tanto, Kane un leader. Italia? Se ne sono dette troppe”

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Antonio Conte, dopo aver salutato il Napoli al termine di una stagione complicata, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de La Gazzetta dello Sport. Queste sono le sue considerazioni:


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Iniziamo da Inghilterra-Argentina. Che partita sarà?

“Davvero incerta, quindi il pronostico è diviso a metà. L’Inghilterra è molto forte, ha trovato in Anderson un grande equilibratore. E quando vuole diventare più offensivo, Tuchel arretra Bellingham e inserisce Eze o Rogers sulla trequarti. L’Argentina è una squadra tosta, quella con il cuore più grande tra le nazionali del Mondiale. E il gruppo di Scaloni è consolidato: il c.t. ha puntato sui fedelissimi di Messi, che mettono la maglia e l’amore per Leo davanti alle ambizioni personali. Una squadra dallo spessore umano notevole. Si è creata una sinergia impressionante. E poi quanta garra…”. 

Si aspettava un’ultima recita così convincente da parte di Messi?

“È andato oltre le aspettative, ancora una volta. Si è presentato in una condizione incredibile che dimostra la professionalità e la voglia: a 39 anni è ancora determinante. Leo ha la capacità intellettiva di trovarsi sempre nella posizione giusta perché comprende prima cosa succede”.

Lei ha allenato Kane al Tottenham.

“Harry è un grande nove, ma è anche quasi un dieci: capisce i movimenti, sa quando abbassarsi e fare il regista. Giocatore eccezionale, di grande qualità tecnica. Era ingiusto che non avesse vinto nulla, nel Bayern si sta prendendo le soddisfazioni che merita. E chissà che non ci riesca anche in nazionale. Kane è un leader a modo suo, magari non a parole, ma dentro il gioco. I compagni lo cercano perché si fidano e lui non li delude mai”. 

Nei due anni all’Inter ha allenato Lautaro. Cosa la colpisce di lui?

“La sua crescita continua. E poi la personalità e il carisma. C’è un’Inter con Lautaro e un’Inter senza: la sua presenza sposta tanto. L’azione di Lautaro nel terzo gol dell’Argentina all’Egitto è passata un po’ inosservata, ma è pazzesca: ha risalito il campo, ha difeso la palla, ha lasciato a Enzo Fernandez il tempo di arrivare e ha fatto un cross perfetto. Non ti aspetti da un nove una giocata del genere. E poi Lautaro ha capito, come Alvarez, di poter essere importante anche solo per pochi minuti. Hanno accettato la situazione mettendo il loro ego dietro alle esigenze della squadra: bravissimi loro due e Scaloni a convincerli”.

Allarghiamo il discorso. Dopo questo Mondiale, quale direzione sta prendendo il calcio?

“Il calcio è globalizzato. Oggi non ci sono squadre impreparate tatticamente. Tutti hanno un’organizzazione difensiva di buon livello. In passato, ad esempio, le nazionali africane avevano giocatori di talento, ma dietro ti concedevano parecchio a causa di grandi errori e mancanza di equilibrio. Adesso è difficile giocare contro ogni squadra perché non ci sono spazi”. 

Tra le altre cose, è stato il Mondiale del blocco basso. L’ha sorpresa questa soluzione adottata da tante nazionali?

“No. E sono contento di averla vista perché ogni squadra, per esprimersi al massimo, deve aver chiaro il proprio potenziale e capire come farlo emergere. Il miglioramento tattico generale è notevole. E sia chiaro che il blocco basso lo fanno tutti, mica solo le formazioni meno forti. Se vuoi vincere, il blocco basso devi saperlo fare: non c’è proprio discussione. Il segreto è cambiare atteggiamento nel corso della partita e interpretare bene ogni momento. Guardi la Norvegia contro l’Inghilterra: per mezz’ora ha lasciato la palla agli avversari, perfino Haaland diceva ai compagni di stare bassi e di aspettare. Il portatore inglese non veniva mai pressato, il loro scopo era la copertura degli spazi e delle linee di passaggio. Poi hanno cambiato e avrebbero potuto vincere. L’Inghilterra è stata sorpresa e dopo il primo gol ha rischiato il raddoppio: se Sorloth passa a Haaland, finisce male”. 

Come si attacca un blocco basso?

“Con i cambi di gioco, cercando il lato debole per fare l’uno contro uno. Con i tiri dai venti o venticinque metri. Con gli inserimenti senza palla. Se non trovi queste soluzioni diventi piatto e prevedibile”.

Vedremo meno pressione alta?

“Ci sarà, ma non di continuo. Al Mondiale, forse per il caldo, ne abbiamo vista poca. In campionato o nelle coppe ce n’è di più. Per essere davvero efficace, va fatta uomo su uomo, altrimenti il rischio di essere superati è troppo alto. Puoi abbassarti, difenderti e poi risalire con le pressioni”. 

Qual è la chiave tattica per creare una squadra vincente?

“L’atteggiamento di una squadra ormai è determinato dal numero di giocatori con cui attacca e con cui viene attaccata. Ecco perché non ha più senso parlare di moduli o di difesa a tre o a quattro. Si difende sempre in cinque o sei, perché non si può più concedere la superiorità numerica a un avversario che viene su con sei elementi. E quando attacchi, devi essere bravo a proteggerti: bisogna essere pessimisti e fare bene le preventive intuendo lo sviluppo avversario se perdi palla”. 

Questo significa che in allenamento la stessa azione viene provata nelle due fasi?

“Esattamente: la stessa situazione di gioco viene studiata per portare al tiro uno dei sei calciatori impegnati nella fase offensiva, ma anche per preparare gli altri quattro a intervenire in un certo modo se la palla viene persa. Nulla può essere lasciato al caso”. 

Quindi i vecchi moduli non esistono più?

“Proprio così, è cambiato tutto. Adesso esistono un sistema offensivo e un sistema difensivo. Contano i riferimenti: io ad Alisson chiedevo di seguire il terzino avversario che spingeva. In attacco possiamo giocare 3-2-5 e decidere se tra i tre dietro c’è un terzino oltre ai due centrali o magari c’è il play che si abbassa. Oppure 2-3-5 e perfino 2-2-6. Ma poi, quando difendi, di base sei con il 4-4-2 e spesso con il 5-4-1. I vecchi moduli raccontano un calcio che non c’è più, bisogna ragionare in modo diverso”. 

Vincerà sempre chi si difende meglio?

“Sì, a patto che non ci sia solo difesa, ma si cerchi di imporre idee e gioco in avanti. Nelle fasi decisive di ogni torneo c’è più voglia di risultato che di estetica. Vale anche per la Champions. Pensi alla semifinale Psg-Bayern: undici gol complessivi, nove nei primi 68’ dell’andata, due nei restanti 112’. È normale, nessuna squadra può essere soddisfatta di aver preso quattro o cinque gol, pur se ne ha segnati tanti. Vince chi è completo, chi attacca con coraggio e difende con intelligenza. La partita la devi comandare, ma in entrambe le fasi”.

Quali giocatori meno noti hanno meritato la sua attenzione al Mondiale?

“Mi sono piaciuti Hassan, l’esterno dell’Egitto; Bouaddi, il centrocampista del Marocco; e Oulai, il centrocampista della Costa d’Avorio”. 

Rispettiamo il suo desiderio di non affrontare l’argomento della nostra Nazionale. Però, per chiudere… una parola sull’Italia?

“Ne sono state dette troppe. È l’ora dei fatti, non delle chiacchiere e della politica. Non possiamo saltare tre Mondiali di fila: è stata compiuta un’impresa al contrario”.

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