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·28 mai 2026
Daga: «Il Cagliari negli anni ha bruciato tanti giocatori della primavera, ora con Pisacane le cose stanno cambiando. Io però ho solo bei ricordi di quel periodo» – ESCLUSIVA

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Riccardo Daga ha vissuto un percorso da protagonista nel settore giovanile del Cagliari fino all’arrivo in Primavera e in prima squadra. Classe 2000, dopo l’addio ai rossoblù ha vissuto diverse esperienze tra Arezzo, Viterbese, Grosseto, Messina e Monastir per dire alcune. Ieri abbiamo parlato a lungo di diversi temi d’attualità e ci ha concesso una lunga intervista esclusiva. Con lui abbiamo parlato dei problemi del nostro calcio tra il ruolo dei procuratori, il fatto che non nascano i fantasisti e tanto altro ancora. Le sue parole:
Sono tanti i problemi del nostro calcio però poi ne parlano solo giornalisti, ex allenatori ed esperti del settore…
«Spero che giornalisti e altri che chiedono sempre, e che parlano sempre magari a società, a persone all’interno della società, cambino metodo. Molte volte bisognerebbe sentire anche i giocatori, i giovani, per capire il loro stato d’animo. Perché da su, dai piani non gliene frega mai niente dei giocatori o di queste cose qua. Però magari noi che siamo in campo o vediamo certe dinamiche, ci accorgiamo anche noi di determinate cose che non vanno bene. Si pensa sempre a parlare dei piani alti e andare da dal Gravina di turno, a chiedere “Ma perché? Ma perché?”, no? Bisogna sentire i giovani, perché su forse certe cose non le sanno».
Ciao Riccardo, come va, con che squadra stai giocando ora e come ti trovi?
«Ero a Iglesias a inizio anno mentre l’anno scorso ho vinto con il Monastir il campionato di eccellenza. Poi quest’anno ho iniziato di nuovo con loro per poi prendere la scelta di andare via a novembre-dicembre per la questione dei pagamenti. Quindi mi sono dovuto ridimensionare, scendere di categoria, anche perché in Serie D ora c’è la regola degli under, quindi la maggior parte dei portieri li prendono under. Quindi sono dovuto andare ad Iglesias, dov’ero stato prima di Monastir, questo per andare in eccellenza e giocarmi il campionato. Quest’anno ancora non so dove andrò, ma l’ultimo anno l’ho finito ad Iglesias».
Negli ultimi anni hai vissuto diverse esperienze tra Serie C e Serie D, quali sono state le piazze in cui ti sei trovato meglio?
«Le piazze in cui mi sono trovato meglio sono sicuramente Arezzo, che è una piazza seria, infatti adesso è salita anche in Serie B, già ai tempi aveva voglia di di dimostrare. Là si vive il calcio in maniera proprio diversa rispetto al Sud. Dopo sono stato a Viterbo e a Messina, lì non sono stato molto bene, ecco. Arezzo e Viterbo penso che siano le due piazze più dove sono stato realmente meglio, nonostante ad Arezzo non abbia giocato chissà quanto. A Viterbo ho giocato molto di più, però ad Arezzo penso sia il posto dove mi sono trovato meglio finora».
A livello giovanile ti sei formato nel Cagliari. Che ricordi hai di quegli anni? Pensi che sia stata un’esperienza utile per la tua formazione?
«Di Cagliari ho solo bei ricordi, erano annate dove facevo molto bene, quindi comunque ero ben voluto e ben visto. Mi ha aiutato a crescere stare a Cagliari e respirare quell’aria di professionismo. Su Cagliari nulla da dire assolutamente. Mi è dispiaciuto un po’ come si è chiuso verso la fine e a varie scelte fatte, però loro sono loro che mi hanno formato, mi hanno cresciuto, mi hanno insegnato i valori del calcio e della vita, Quando c’ero io lavoravano molto bene riguardo a questo aspetto qua. Per esempio, per me Mario Beretta, il direttore (del settore giovanile n.d.r.) è stato una persona d’oro per tutti i ragazzi. Questo nonostante pretendesse veramente tanto dai giovani, però alla fin fine è stata l’unica persona che al Cagliari è riuscita a portare dei valori e si vedeva anche dai risultati. Non è che vincessimo chissà che cosa, però quando andavamo fuori dicevamo la nostra!
Adesso il Cagliari sì, ha vinto la Coppa Italia, ma secondo le annate nostre erano anche più competitive di quelle di adesso. Parlo dei 97, 98, 99, 2000. Meglio partite da un club del professionismo o da un club piccolo? Per me si potrebbe partire anche da società più piccole, però dovrebbe esserci quella mentalità giusta! Quella per cui se un giovane, in un settore giovanile, se fa bene e quindi si vedono dei potenziali, allora quel giocatore va valorizzato, non è che va preso e mandato a farsi le ossa in Serie D oppure da altre parti. Deve essere valorizzato. È normale che se mandi un giovane in una Serie C che punta a salvarsi non si esprime al meglio. Tu devi estrapolare la parte migliore di lui, quindi devi mandarlo magari in una piazza dove può rendere, non che lo mandi in una piazza dove sai già che si deve salvare, speri che questo cambi. Ai giovani devi dargli quella spinta in più, non puoi lasciarlo andare a morire così, devi valorizzarlo, devi crederci, se è veramente forte può tranquillamente giocare in un Arezzo che vince il campionato di Serie C, per dirti.
Questo fa la differenza. Io ho visto molti ragazzi che in una squadra da salvezza magari non facevano benissimo, poi andavano in una squadra di metà classifica o di prima fascia e facevano bene, perché funziona così. Il giocatore in sé non fa la differenza, è tutta la squadra, automaticamente anche il giocatore ti si si esprime in maniera diversa. Io penso questo. Oppure, lo porti in prima squadra al Cagliari, ogni tanto lo fai esordire perché questo vabbè ormai lo dicono proprio tutti. E’ scontato, guarda in Spagna, guarda in Inghilterra, guarda ovunque, li rischiano: i giovani hanno bisogno di giocare e di un possibilità. Adesso il Cagliari lo sta anche facendo, con giocatori come Trepy e altri, però secondo me si può fare molto di più. Cioè, ai tempi ai tempi si sono bruciati giocatori come Riccardo Lardinetti, Roberto Biancu, che stava a Olbia, secondo me lui è un giocatore che non non ci sta a fare niente in Serie D, è stato anni anni in a Olbia, in C. Dopo un po’ deve fare anche uno step, per dirti, non può stare sempre in Serie C a Olbia. Sono stati bruciati tanti giovani prima, adesso sì, il Cagliari sta muovendo in maniera diversa, ma penso anche grazie a Pisacane che sta portando avanti questa questa idea qua».
Spostando il focus, ti faccio una domanda secca. Perché il nostro calcio non riesce più a produrre talenti? Parlo di giocatori come Totti, Delpiero, Baggio e simili…
«Perché non vengono valorizzati i giocatori se sono forti. Per esempio, tu vai a vedere la carriera di Totti, lui non è andato in prestito in Serie C, non è andato in prestito da altre parti, Totti ha esordite. Era un giovane, l’hanno fatto esordire, è esploso e ha continuato a stare in prima squadra. Un giovane, poi, quanto deve stare in Serie C a farsi vedere, a dimostrare? 2, 3, 4 anni? E poi a quel punto ha 24-25 anni, è questa la verità. Ma il discorso può valere pure per Del Piero. Ormai non hanno più il coraggio di prendere e buttare un giovane, se fa bene deve continuare a giocare. Adesso, per dirti, Treby ha fatto quel gol lì però poi la settimana dopo era con la Primavera. Cosa deve fare un giovane più di far gol? Non può fare una partita da titolare una volta, dall’inizio? No perché davanti a lui ci sono Belotti e il Borrelli di turno.
Vuoi dare valore ai giovani? Falli giocare, io la penso così, poi ci sono tutte le altre dinamiche. E’ giusto che si vadano a fare le ossa anche da altre parti, ok, però allo stesso tempo devono essere seguiti anche là, devono essere messi in condizioni di potersi esprimere al meglio. Tutto dipende da quello secondo me, non dipende da altre cose. E’ vero che adesso i giovani stanno cambiando, molte volte non vogliono più giocare a calcio, però i giovani ci sono e vanno vanno rischiati. Solo che molte volte si tende a pararsi sedere perché si ha paura di perdere punti, ma non è così. Magari è proprio quel giocatore che ti fa salire di categoria, ti fa fare quello step là, la salvezza, per dirti. Però rispetto ad altri anni il Cagliari si sta muovendo veramente in maniera diversa e bene, secondo me, adesso. Ok, può fare qualcosina in più, però però si può fare sempre meglio».
«Ci sono degli aspetti che molte volte possono sembrare piccole stupidaggini, ma che a lungo andare fanno la differenza. Ad esempio, la maggior parte delle squadre di calcio non pagano puntuali gli stipendi. E un ragazzo che gioca al Cagliari, va fuori a giocare, deve sopravvivere, come fa a non prendere lo stipendio puntuale? Son delle piccolezze, quindi cosa succede? Un ragazzo alla fine come la maggior parte dei calciatori cerca di inseguire un sogno. Però non tutti hanno la disponibilità economica di mantenersi da soli, questo nonostante giochino a calcio, e quindi non possono avere un lavoro. Se vai a giocare in C, non è che puoi avere un lavoro. Quindi cosa succede? Tu vai, preferisci andare a giocare in C e non prendere i soldi o stare a litigare con le società perché magari hai cose da pagare e spese. Cosa devi fare? Devi tornartene in Sardegna, devi trovare una squadra dove magari non vuoi neanche andare, ma ci vai per forza perché ti pagano puntuali. E c’è anche questa cosa qua, ci sono molti ragazzi che fanno questo ragionamento qui, son tante le dinamiche».
In tanti pongono l’accento sul fatto che la ricerca della fisicità abbia penalizzato l’espressione del talento. Sei d’accordo? Nel tuo percorso hai avuto la possibilità di notare questa cosa?
«No, vabbè, c’è da dire anche un’altra cosa, molti dicono “Sì, ma in Serie C ci sono i campi brutti, c’è la gente che ti picchia”. Ma se tu vai a vedere, anche nei settori giovanili, io ho fatto anche delle partite dove c’era molta più ignoranza calcistica che in Serie C, per dirti. Perché molte volte ti picchiano di più in un campionato Primavera che in un campionato di Serie C. Perché in Primavera magari hai giocatori che devono dimostrare chissà che cosa, devono cercare di stare in prima squadra a tutti i costi, quindi picchiano. In Serie C trovi giocatori che hanno fatto la carriera che non hanno voglia di fare falli stupidi per non prendere ammonizioni, per non saltare le partite, quindi è un calcio più ragionato. Io la penso così, secondo me è un calcio più adatto a crescere, perché ti confronti con giocatori che sanno stare in campo, non con ragazzini che devono correre a destra e a sinistra senza senso».
In compenso la nostra scuola dei portieri continua a produrre diversi giocatori di livello, da Donnarumma a Carnesecchi, Vicario, Meret e lo stesso Caprile. Come ti spieghi la sproporzione tra la produzione dei buoni portieri e i pochi “fantasisti” usciti dai nostri settori giovanili?
«Il ruolo del portiere rispetto agli altri giocatori non cambia. Cioè, da noi aumentano gli allenamenti diversi, nuove tecnologie per capire determinate cose, però tutto sommato il ruolo del portiere rimane sempre lo stesso. Il portiere deve continuare a fare gli allenamenti da portiere che cambiano ma in meglio, ovvero, hai più tecnologie per capire come migliorare la tua spinta, come fare quello, come fare quell’altro. Hai più video per vedere gli attaccanti, come possono calciare, come non possono calciare. Però, alla fin fine, il portiere deve solo parare. Quindi, chissà perché rimane sempre uguale e sforni sempre portieri. Il portiere si esprime parando, giusto? È un ruolo a sé, mentre gli altri giocatori devono girare palla indietro, non si possono esprimere singolarmente, mentre il portiere sì. Questa è la spiegazione a tutto. Per quello sforni portieri forti. Cioè, un Carnesecchi adesso per giocare in Nazionale, deve aspettare che smetta di giocare Donnarumma, ma quando Carnesecchi inizierà a giocare in Nazionale, avrà già quanto 27-28 anni. Poi c’è Caprile, allo stesso tempo anche Caprile avrà quell’età lì. A livello di portieri siamo coperti per anni!».
«Penso anche a Motta della Lazio, quello veniva dalla Serie C ed è stato preso. Vedi, quello è un buon investimento. Vedi, lo riprendi alla Serie C, fa bene. Funziona così. Quando un ragazzo ha fiducia, si esprime anche al meglio. Quando un ragazzo va in campo, non viene considerato, magari non viene preso… Quando un ragazzo ha fiducia, tutto si muove in maniera diversa».
Molti esperti del settore, allenatori e non, parlano del tatticismo come della morte del talento. Credi che questo sia uno motivi di quanto detto prima?
«Beh, sì, negli anni cambiato ttto, perché prima magari il Totti o il Del Piero ti risolveva la partita da solo, adesso magari si tende a non puntare l’uomo perché non ci sono più giocatori che saltano l’uomo. Adesso si tende a tornare indietro e fare un giro palla e ad andare dall’altra parte. Quindi, il giovane, magari, per non avere problemi, tenersi il posto stretto, non si prende il rischio o la paura di dire: “Ascolta, sai cos’è? Non ascolto il mister, prendo, punto e e faccio la giocata”. No, magari torna indietro perché ha paura di perdersi il posto da titolare, perché poi il mister magari ti dice: “Devi fare quello che ti dico io”. È vero, io sono d’accordo sulla tattica, ma penso anche che se c’hai un giocatore con delle potenzialità, non devi bloccarlo, devi dargli il via libera per esprimersi».
Chiudendo, ti auguro il meglio per il tuo futuro. Che obiettivi hai a livello personale per la prossima stagione?
«Il mio obiettivo è quello di far bene e dimostrare sempre quanto valgo. Parlano i numeri, parlano le partite e la gente lo sa. Quindi, ogni stagione che affronto, la affronto col pensiero che devo essere il migliore della categoria. Allo stesso tempo, io vorrei ritornare a puntare in alto, a ricrederci, anche se non dovesse arrivare chissà dove. Però io ho ancora voglia. Allo stesso tempo, io non ho più procuratore per mia scelta, quindi non ho una persona che si muove per me. Io semplicemente mi butto in campo, dimostro e spero che che delle persone possano vedere e dire “gli diamo un’altra possibilità a questo ragazzo”. Ma io mi sono proprio rifiutato di avere procuratori che si muovono per i propri interessi. Preferisco smettere di giocare a calcio dimostrando quanto valgo che essere spostato da un posto all’altro da una persona che pensa più ai suoi interessi che ai miei. Io vorrei continuare a giocare, posso giocare tranquillamente in tutte le categorie che voglio, però allo stesso tempo vorrei che le persone notassero quanto valgo ancora; e che mi diano una possibilità, solo questo. Vorrei che mi mettessero nelle condizioni di potermi esprimere al meglio. Questo anche a livello economico perché pure un ragazzo come me ha delle spese, ha delle responsabilità, quindi allo stesso tempo io vorrei andare a giocare in una squadra che magari non dico che mi dia chissà quanti soldi, però che mi dia la garanzia di avere il mio stipendio puntuale, così che io possa andare al campo a esprimermi al meglio, prendere i miei soldi, pagarmi le mie cose, questa è la base di tutto».
Si ringrazia Riccardo Daga per la gentilezza mostrata nel concederci questa intervista







































