Calcio e Finanza
·14 mars 2026
Dai consigli di Galliani, Raiola e Tinti sino al futuro degli assistiti Frattesi, Tonali, Cristante e Rovella: intervista al superprocuratore Giuseppe Riso

In partnership with
Yahoo sportsCalcio e Finanza
·14 mars 2026

Giuseppe Riso è uno degli agenti più influenti del panorama calcistico italiano e internazionale. Nato a Reggio Calabria 42 anni fa, nel 2012 Riso ha fondato la GR Sports Agency, un’agenzia che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di quasi 19 milioni di euro e un utile di 6,5 milioni. E che soprattutto cura gli interessi di numerosissimi calciatori di primo piano, dall’ex milanista Sandro Tonali, ora al Newcastle, agli interisti Frattesi e Carlos Augusto passando, solo per citare qualche nome di una lista molto lunga, per i romanisti Mancini e Cristante e i laziali Rovella e Cataldi.
Calcio e Finanza lo ha incontrato nei suoi uffici nel cuore di Milano per un colloquio a tutto tondo su cosa voglia dire essere un procuratore nel calcio di oggi spaziando su varie tematiche: da come si diventa agenti di giocatori a come ha imparato il mestiere da maestri d’eccezione quali l’ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani e l’ex agente Mino Raiola (ora scomparso) sino a sviscerare dall’interno i segreti del calciomercato e alle previsioni dei movimenti per la campagna trasferimenti della prossima estate che, in verità, come ha ammesso, è già iniziata.
D. Com’è la vita di un agente così importante? Si viaggia molto anche fuori dal periodo di mercato?
R. «Soprattutto! È quando si prepara il terreno in vista della finestra ufficiale di trasferimenti. Bisogna avere la capacità di sapersi muovere su più tavoli e offrire più soluzioni possibili ai propri assistiti. Fortunatamente i miei ragazzi hanno tutti un grande mercato intorno a loro, e avere buoni rapporti sia in Italia che all’estero ti garantisce più frecce all’arco. Poi decide il calciatore. Io non ci dormo la notte per loro, per ognuno di loro».
D. Dopo l’ultimo mercato invernale, la GR Sports ha aumentato il suo valore (dai 410 milioni di ottobre 2024 agli oltre 436 milioni di febbraio 2026 del valore complessivo del roster) rientrando nella Top 15 mondiale. Nelle ultime sessioni, hai chiuso diverse operazioni, soprattutto in Italia: quanto è difficile, ad esempio, mettere d’accordo tra loro presidenti come De Laurentiis e Marinakis del Nottingham Forest (per Lorenzo Lucca) oppure Lotito e Percassi (per Daniel Maldini)?
R. «Le relazioni nel calcio sono tutto. E più in profondità si va nei contatti, più c’è la possibilità di creare connessioni vincenti. Io faccio il possibile (ride, ndr) ma condivido sul fatto che non sia sempre così facile mettere d’accordo personalità così forti».
D. Molti nostri lettori si domandano: come si diventa un dei procuratori più importanti sul panorama europeo?
R. «Non c’è una regola. Ci sono delle occasioni che devi prendere al volo e in cui credere, e ovviamente lavorare tanto».
D. Allora partiamo dall’inizio: sei venuto in Lombardia con la famiglia quando eri ragazzo e nei primi anni del nuovo secolo eri nello staff di Giannino, noto ristorante milanese, e al tempo base, non solo culinaria, di Adriano Galliani, allora amministratore delegato del Milan e vero dominus del calcio italiano.
R. «Sì, in quel momento Giannino era probabilmente la base del mercato e di tanti presidenti. Era il 2006 e da lì tutto è iniziato. C’erano Galliani, i dirigenti e i calciatori più importanti provenienti da tutto il mondo. La maggior parte degli affari passava da lì. Si facevano nottate intere parlando e trattando di calcio e ho avuto la fortuna, servendo ai tavoli, di ascoltare e imparare».
D. Come inizia il legame con Galliani?
R. «Lui mi ha notato e mi ha dato la possibilità di passare del tempo con lui sbrigando delle commissioni e quello mi permetteva di stargli vicino».
D. Galliani, un maestro di prim’ordine.
R. «Certo. Altrimenti per arrivare a sedersi a tavoli come quelli dove c’era lui ci sarebbero voluti anni. Per lui ho sbrigato mille faccende, anche il custode della Champions del Milan, quella vinta ad Atene nel 2007».
D. Cioè?
R. «Ora ti spiego. Con lui andavamo in varie location in giro per l’Italia, e io ero l’addetto alla custodia della Champions: la poggiavamo nel ristorante di turno e controllavo che al trofeo non succedesse nulla. Al di là dell’aneddoto, la verità è che io cercavo di seguire Galliani il più possibile per imparare. Lui tutte le mattine, verso le nove, quando era in vacanza a Forte Dei Marmi leggeva i giornali e beveva il caffè in piazzetta. Il mio obiettivo era quello di anticiparlo per farmi trovare già lì. A quel punto iniziavano la giornata e le telefonate. Provavo a capire come lui gestisse i problemi e alcune dinamiche le capivo a distanza di giorni. È stata una vera e propria Università e lo è tutt’ora, perché io appena ho un problema lo cerco. Ogni volta che fai un pranzo o una cena con lui ne esci che sei un’altra persona perché ti dà dei consigli mirati».
D. Quando ti ha fatto capire che saresti potuto diventare un uomo d’affari nel calcio?
R. «Ho capito che si fidava di me quando mi permetteva di stare con lui e con la sua famiglia. Per esempio, quando vedevo che lui voleva arrivare a un determinato calciatore, allora io mi spostavo, chiamavo, mi nascondevo e cercavo di capire se e in quale modo potessi essere utile in quell’operazione».
D. Nel 2012, ti metti in proprio e fondi la tua società, la GR Sports, che adesso è un’azienda che fattura svariati milioni di euro.
R. «Anche lì su consiglio di Galliani. Io già lavoricchiavo come procuratore con un agente. A un certo punto, portò il figlio a collaborare con lui, e Galliani mi disse: “Quando entrano i figli diventa tutto più complicato”».
D. Probabilmente presagiva l’arrivo dei figli di Berlusconi nel Milan (Barbara Berlusconi fu amministratrice delegata del Milan insieme a Galliani dal 2013 al 2017)
R. «(sorride, ndr)….. All’epoca avevo 27 anni e iniziai a pensare di mettermi in proprio. Quindi partii cominciando a investire su un piccolo ufficio che condividevo con altre persone. A dire il vero, inizialmente il mio ufficio era la macchina».Giuseppe Riso
D. E poi?
R. «Poi arrivò un altro grande consiglio».
D. Da parte di chi?
R. «A quei tempi frequentava Giannino anche il grandissimo Mino Raiola (manager italo-olandese scomparso nel 2022 ed ex agente tra gli altri di Zlatan Ibrahimovic e Mario Balotelli, ndr). Io lo guardavo, lo ammiravo e lo ascoltavo parecchio e lui mi diede un consiglio che mi cambiò la vita».
D. Vale a dire?
R. «Un giorno mentre servivo ai tavoli mi disse: “Ho sentito che vuoi fare il procuratore”, notando che mentre sbrigavo le commissioni di lavoro, cercavo di stare il più possibile vicino a Galliani. E Mino mi disse: “Se vuoi diventare un procuratore devi litigare con Galliani”. Al momento io non capii cosa volesse dire. Solo qualche mese dopo, riflettendo su quella frase, ne compresi il significato: mi stava dicendo che per fare questo mestiere devi saper litigare anche con i più potenti del settore, e quindi con Galliani. È una questione di ruoli, di recidere il cordone ombelicale, altrimenti non vieni riconosciuto».
D. E quindi cos’hai fatto?
R. «Stiamo parlando di 13 anni fa. Io avevo già sotto contratto Bryan Cristante, Andrea Petagna e Antonio Caracciolo. Questi sono i primi giocatori che ho preso e sono orgoglioso di dire che tutt’oggi sono ancora con me. Caracciolo giocava nel Pavia mentre Cristante e Petagna nella Primavera del Milan. All’inizio, non si guadagnava niente, perché i primi veri contratti per i calciatori arrivano in un secondo momento».
R. E quindi lavoravi ancora da Giannino?
R. «Certo. Anzi mi ricordo di aver chiesto al proprietario se potessi portare a cena due o tre volte al mese questi ragazzi. Passavo dall’essere il cameriere e tuttofare la sera prima, a diventare il manager di calciatori in quella successiva».
D. Questo è un grande attestato di stima e amicizia. Torniamo però a cosa hai fatto dopo quel consiglio di Raiola: “Litigare con Galliani”.
R. «Lo seguii naturalmente. Colsi l’occasione quando ci fu da vendere Cristante al Benfica nell’estate 2014. Galliani, a un certo punto, cambiò idea e voleva mandare a monte l’affare. Io presi un appuntamento proprio per litigare con lui. La cosa mi riuscì, però quando lasciai il suo ufficio ero tutto sudato e mi dissi: “È finita”».
D. Cosa avvenne poi?
R. «Per circa sei mesi non ci parlammo e non ci salutammo. Poi alla fine siamo riusciti a metterci una pietra sopra, a passare del tempo insieme e così è passata. Però da quel momento secondo me cambiò la percezione dell’intero ambiente su di me. Quindi, in fin dei conti, aveva ragione Mino e indubbiamente il suo consiglio mi cambiò la vita».Giuseppe Riso e il direttore di Calcio e Finanza Luciano Mondellini
D. Dalle tue parole emerge una grande ammirazione per Raiola.
R. «Secondo me andrebbe istituito un premio a nome Mino Raiola per gli agenti. Mino è stato veramente un visionario e un fuoriclasse. È stato uno che ha cambiato il nostro modo di lavorare e secondo me andrebbe ricordato tutti gli anni. Tante volte sento accostare un po’ il lavoro che ha fatto Mino a quello che si fa ora, ma non c’è paragone».
D. In effetti fu tra i primi, se non il primo, a prendersi cura degli assistiti a tutto tondo non solo per la parte strettamente calcistica ma anche per quella umana. Adesso la tua filosofia è ancora prendere i giovani e fare scouting tra i profili emergenti?
R. «Adesso siamo tra le agenzie più importanti ed è normale che siano anche i calciatori a cercarci. Quindi abbiamo anche giocatori già più pronti. Comunque non perdiamo la nostra filosofia, quella di crescere i talenti fin da quando sono giovani. Cominci a formarli anche da un punto di vista mentale».
D. Qual è cosa più difficile nel gestire un ragazzo, che magari arriva nella grande città e si trova su un palcoscenico importante?
R. «Le famiglie, perché non sempre sono costruttive. Spesso creano grandi attese e pressioni e queste a volte influenzano il calciatore. Poi oggi, con i social i ragazzi sono inevitabilmente più esposti a insulti, critiche o esaltazioni che possono far perdere loro l’equilibrio. A tutto questo si aggiunge poi una problematica contingente del calcio italiano di oggi…».
D. Ovvero?
R. «In Italia oggi esiste un problema di mancanza di talento e questo fa sì che basti poco per esaltare un calciatore in situazioni in cui probabilmente ci vorrebbe ancora un po’ di tempo. Io dico sempre una cosa: in tutti i percorsi, in tutti i mestieri, alla fine ci sono alti e bassi. È nei momenti difficili che riconosci il livello di una persona».
D. Puoi fare qualche esempio?
R. «Sandro Tonali. Lui è un campione soprattutto a livello umano, che poi diventa campione sul campo. Questa è anche l’importanza di crescerli da giovani. Il mio obiettivo è quello di far capire come reagire davanti a certe difficoltà».
D. Anche Bryan Cristante ha una storia molto particolare.
R. «Sono davvero orgoglioso del percorso di Cristante e ti assicuro che è un esempio di resilienza e personalità. All’inizio della sua carriera, tra Pescara e Palermo, non giocava praticamente mai, poi e andato al Benfica e ha trovato la sua strada vincendo il primo titolo. Oggi è un campione, capitano e futuro della Roma».
D. A proposito della cessione di Tonali al Newcastle del luglio 2023, quel trasferimento fu nell’occhio del ciclone perché era stato tra i protagonisti dello scudetto Milan nel 2022 divenendo un simbolo del milanismo. Come è stata strutturata l’operazione? Perché da un lato ha consentito al club rossonero di ottenere una grossa plusvalenza (oltre 48 milioni) e di chiudere il bilancio 2024 in utile, dall’altro è stata molto criticato dai tifosi.
R. «L’operazione è nata perché una società come il Newcastle (di proprietà di PIF, fondo sovrano dell’Arabia Saudita, ndr) con una disponibilità economica infinita aveva deciso di investire su Sandro. Abbiamo considerato l’idea di far fare al calciatore un campionato di livello superiore».
D. Non avete mai avuto sentore del problema scommesse che lo ha portato alla squalifica?
R. «No, quello assolutamente no, anche perché altrimenti saremmo intervenuti. Devo dire che poi il trasferimento si è rivelato anche una scelta vincente da questo punto di vista. Perché sia il Newcastle che i suoi tifosi si sono comportati con Sandro in maniera incredibile sostenendolo sempre. In Italia ha ricevuto un trattamento diverso. Non dai tifosi del Milan che lo hanno sempre protetto».
D. Come se in Inghilterra avessero capito che si trattava dello sbaglio di un giovane uomo.
R. «Sì. In Inghilterra d’altronde la mentalità è diversa e Sandro ogni volta che entrava allo stadio, nonostante la squalifica, c’era la standing ovation del pubblico. Parliamo di un ragazzo che ha sbagliato, i tifosi se ne sono accorti ed è stato perdonato. Ora, Sandro è cambiato completamente».
D. Il Newcastle è già club da Champions, però adesso si dice che Tonali sia nel mirino di società top, quelle che invece ambiscono a vincere la Premier League, tipo Arsenal o Manchester City.
R. «Esatto, questo era l’obiettivo dal momento in cui è andato in Inghilterra: cercare di farlo diventare un calciatore stellare. Penso sia il calciatore italiano con uno dei valori più alti al mondo».
D. Sono ormai 14 anni che sei tra i procuratori più importanti. In questo tempo il calcio è passato dal modello dei patron Moratti e Berlusconi, in cui era normale che le società perdessero soldi, ai fondi e alla sostenibilità. Come è cambiato il lavoro degli agenti sul mercato italiano?
R. «È cambiato tutto. Una volta c’erano questi grandi imprenditori che per passione investivano soldi e lo facevano con del sentimento. Oggi il discorso dei fondi è necessariamente diverso. Non si emozionano più e c’è una riga finale del bilancio da considerare. Quindi molte volte il lavoro si trasforma più che in calcio, in finanza».
D. Hai parlato di Tonali, ti sei fatto un’idea del perché sono pochi i giocatori italiani all’estero?
R. «Gli italiani che oggi hanno mercato all’estero non sono molti. Ma la colpa ricade anche su di noi: in Italia si sta bene, mentre da altre parti può sorgere la difficoltà legata all’ambientazione. Sandro credo sia l’unico che stia facendo bene in Premier, ma hanno fallito in molti. E in più in Italia siamo rimasti con prezzi alti, soprattutto quando c’è un calciatore italiano forte».
D. Anche per questo molte nostre squadre hanno diversi stranieri?
R. «Sì, ma anche perché molte proprietà attuali, e non parlo solo dei fondi, spesso fanno del player trading il loro guadagno e in questa ottica hanno capito che un giovane straniero ha più mercato all’estero nell’ottica della rivendita: per la capacità di parlare le lingue, perché si abitua prima, per la mentalità. Spesso, oggi, tra il diciottenne italiano e il diciottenne straniero, si va su quello straniero. Motivo per il quale in Italia si fa fatica a costruire dei calciatori importanti. Per guadagnare nel calcio devi vendere e per vendere devi prendere questi profili stranieri, che hanno un ventaglio di mercato più ampio. Quindi è molto complicato, i ragazzi italiani vengono molto penalizzati da questo punto di vista».
D. Un altro dei tuoi assistiti più noti è il centrocampista dell’Inter Davide Frattesi. Quest’anno sarebbe voluto andare via considerando che è l’anno dei Mondiali. Dopo questo evento, cambieranno gli scenari?
R. «Ero io che volevo portare via Frattesi dall’Inter: in questa stagione si gioca la possibilità di andare al Mondiale e non lo vedevo sempre felice. Davide è un passionale, è uno che ha cuore fino all’ultimo secondo. Lo vedi anche quando esulta, lui è così caratterialmente. A me piacerebbe vederlo sempre felice, quindi sono stato io ad avergli messo in testa questo tarlo. Ma, sia lui dall’Inter, sia l’Inter da lui, fanno fatica a separarsi. È chiaro poi che non so quante volte nella vita ti possa capitare di giocare un Mondiale, sono momenti che ricordi a vita».
D. Il grande Bobby Charlton (stella del Manchester United degli anni ‘60 e campione del mondo con l’Inghilterra 1966) diceva che agli inizi della carriera un calciatore, specie se di famiglia modesta, guarda a quanto guadagna, poi col tempo si interessa del guadagno.
R. «Esattamente. Quando tiri una riga, alla fine della carriera, guardi dove hai giocato, quanto hai vinto e poi alla fine quanto hai guadagnato, perché è una conseguenza. Ed è normale che questi ragazzi quando giocano a certi livelli, ragionino su obiettivi sempre più grandi. Quindi Davide, che vuole vincere, fa fatica ad andare via dall’Inter perché è una delle squadre migliori d’Europa. In Nazionale, però, si porta chi gioca con continuità».
D. Nell’anno post Mondiale però lo scenario cambia, quindi l’estate prossima avrai ancora voglia di spostarlo?
R. «Io un pensiero lo faccio sempre, perché mi piace vederlo in campo. Mi piace vedere tutti in campo, però su di lui in particolare vorrei vedere una stagione giocata con costanza».
D. Un altro dei tuoi assistiti principali è Nicolò Rovella. La Lazio sta vivendo una stagione complicata a livello ambientale. È difficile trattare in questo contesto?
R. «Trattare con Lotito è divertente, ma non è mai stato facile. Lui per certi aspetti è geniale nelle trattative. Però mi dispiace che la Lazio non abbia sempre lo stadio pieno, anche perché dai racconti di Rovella, Maldini e Cataldi, la maglia biancoceleste ti entra dentro. Ti racconto un aneddoto: lo scorso anno Cataldi ha scelto di andare alla Fiorentina e quando abbiamo chiuso la trattativa in videochiamata, era un uomo distrutto. Lui soffre per la Lazio, il sangue che gli scorre nelle vene è biancoceleste».
D. I procuratori sono spesso visti come degli “squali”. È un’immagine veritiera o secondo voi non vi appartiene? Nel caso quanto dà fastidio?
R. «A me irrita molto perché sui ragazzi il lavoro è giornaliero. Ovviamente sulla stampa risalta soprattutto la parte del mercato, ma la gestione dei problemi da affrontare è quotidiana. Io dico sempre che il lato umano dietro il nostro mestiere non si nota mai: ti farei vivere una giornata qui con me e capiresti che tra telefonate e riunioni diventi una sorta di psicologo. In certi casi, c’è anche bisogno di un po’ di strategia per guardare un po’ più in là».
D. Secondo te qual è la regola numero uno per fare il vostro lavoro?
R. «Non c’è copione predefinito. Se il calciatore si affida alla tua agenzia, parlo di quelle più importanti in Italia e in Europa, è perché hai costruito qualcosa di importante. Il nostro mestiere è molto più delicato di quanto non sembri e se una agenzia lavora bene agevola anche il club. Quando aiuti un ragazzo a venire fuori da un momento difficile, ci passi le sere e i pomeriggi e lo fai ragionare, è un lavoro che stai facendo per la tua azienda, ma anche per la società. Non esiste una stagione perfetta, in cui tutto va secondo i piani, ci sono sempre alti e bassi da gestire e questo aspetto umano non viene mai messo in risalto».
D. Come definiresti la tua filosofia di impresa?
R. «A me piace assumermi le responsabilità delle scelte, perché noi siamo pagati proprio per i consigli che diamo ai ragazzi. Ma le decisioni finali non vengono mai prese dando priorità all’agenzia perché la soddisfazione di tutti noi è vivere momenti che ti emozionano. Come per esempio giocarsi un Mondiale, una Champions o vincere lo scudetto».
D. Hai qualche esempio da portare?
R. «Rovella per esempio quest’anno ha avuto una stagione difficilissima. Adesso si è rotto la spalla e noi la scorsa settimana eravamo a Roma per stare uniti. Quando Nicolò o chiunque altro entra in campo e fa doppietta, io non servo. Quando invece ci sono momenti di difficoltà… ecco, in quel caso, c’è bisogno del mio intervento per stare accanto ai ragazzi. A loro è richiesto di essere uomini molto in fretta: devi considerare che un calciatore a 35 o 36 anni smette di lavorare e questa, spesso, è l’età in cui i loro coetanei iniziano a prendersi della responsabilità. Un calciatore, da quando ha 14 anni, inizia a fare tutto sul serio: c’è il bisogno che maturi in fretta».Giuseppe Riso
D. Parlando anche a nome della vostra categoria, hai dei messaggi da mandare a Lega o FIGC, magari su come inquadrare al meglio la vostra posizione?
R. «La nostra categoria è poco tutelata, nel senso che è poco ascoltata ai tavoli in cui bisogna prendere delle decisioni. Noi facciamo parte di un sistema e quindi non possiamo esserne parte solo a tratti. È necessario, che i piani alti ci coinvolgano di più, la mancanza di protezione spesso spinge, soprattutto gli agenti “più piccoli”, a non fare sempre gli interessi dei calciatori, ma a puntare di guadagnare per sopravvivere».
D. Hai citato le difficoltà degli agenti minori. Quando qualche giovane di belle speranze ti domanda come si diventa procuratore, cosa rispondi?
R. «Molti ragazzi mi fermano e me lo chiedono. Quando ero più giovane ho fatto la stessa domanda al grande procuratore Tullio Tinti e lui mi rispose: “La passione”. Sembra una risposta banale, ma non lo è, perché alla fine gira tutto intorno a questo. Perché se tu hai quella passione, fai delle scelte e costruisci tutto attorno a quella. Poi ai ragazzi giovani devi sempre spiegare che questo è un ambiente particolare dove si può guadagnare molto, ma in cui capita di confrontarsi con persone poco rispettose. Quindi devono iniziare a combattere e a crederci, affiancandosi inizialmente a qualche agente che può trasmettere loro i valori giusti. Chi vuole intraprendere questo percorso, inoltre, deve fare i conti con la dimensione più intima e personale dei ragazzi. Non sembra, ma è un’arte».
D. Il calcio italiano non naviga nell’oro. Grande attenzione ai bilanci e, soprattutto scendendo nelle categorie minori, si vedono spesso società fallite. Vi imbattete mai in società che non onorano i pagamenti?
R. «Ne trovi spesso, anche in Serie A, non solo nella categorie inferiori. Poi la mia è un’azienda importante nel settore e spesso diventa anche una questione di rapporti e di rispetto reciproco. Generalmente, quando subentrano questi scenari, si procede con delle cause. A mio modo di vedere questo atteggiamento non è produttivo. Prima, ti parlavo di rispetto e così dev’essere: nella mia azienda lavorano più o meno trenta ragazzi, c’è una programmazione e quindi una visione che ti porta a investire. Ecco perché devi essere sicuro del flusso di denaro in entrata. Il pericolo è quando non ne hai la garanzia, perché abbassi il livello. Il fatto di non permettere alle aziende, anche le più piccole, di programmare, porta con sé il rischio che le stesse agenzie facciano scelte sbagliate per i ragazzi. In altri campionati, federazioni e leghe, gli agenti sono molto più tutelati».
D. All’estero è diverso?
R. «Quando ti confronti con agenzie straniere, noti che hanno una programmazione differente rispetto a quelle italiane. Fortunatamente non è il mio caso».
D. Come si reagisce a questa situazione?
R. «Io qui dentro non faccio solo il manager dei calciatori, ma sono un imprenditore a tutto tondo che deve prendere decisioni giornalmente. Per questo, sto cercando di creare e strutturare l’agenzia con lo stile di un club o con un reparto comunicazione e un reparto commerciale. La cosa si ripercuote positivamente non solo per la salute economica della nostra azienda, ma anche per le stesse società che hanno collaborano con noi: se arriva un’agenzia di procura ben organizzata, per i club risulta tutto più facile. Però tutto questo ha un costo».
D. Hai mai pensato di allargarti fuori dall’Italia?
R. «Noi lavoriamo tanto fuori, abbiamo giocatori un po’ ovunque. E abbiamo già degli scout che viaggiano spesso».
D. Come vedi il prossimo mercato? L’Inter sembra avere necessità di rinnovare il parco calciatori in ruoli chiave. Il Milan avrà il doppio impegno Champions League-campionato. La Juventus dopo sei anni vorrà ambire allo Scudetto. I Friedkin hanno investito un miliardo e sono ancora a bocca asciutta e De Laurentiis vorrà essere ancora protagonista. Come la vedi?
R. «Sarà una sessione molto intensa, perché tante squadre devono rinnovarsi. Nell’anno del Mondiale, il mercato parte di fatto quando finisce il torneo. Chiaramente molte trattative inizi a impostarle adesso».
D. E anche il Real Madrid sarà particolarmente attivo.
R. «Sì, ne sono certo, sia il Real che l’Atletico».
D. E se l’Italia dovesse andare al Mondiali e magari Tonali brillasse, sulle sue tracce ci saranno City o Arsenal?
R. «Non lo so (ride, ndr), però è molto probabile. Tutti aspettano il Mondiale, poi si creano mille situazioni, ma parte tutto dopo la Coppa del Mondo».









































