Gianni Rivera tra passato e presente: «Il Milan è il mio cuore, l’Italia di Gattuso non può sbagliare» | OneFootball

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·31 mars 2026

Gianni Rivera tra passato e presente: «Il Milan è il mio cuore, l’Italia di Gattuso non può sbagliare»

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Gianni Rivera si racconta: dal gol del secolo all’Azteca fino al giudizio sul CT rossonero e la nostalgia per i talenti italiani che non nascono più

Gianni Rivera è l’eroe di Mexico ‘70 con il famoso gol del 4-3 sulla Germania Ovest. In questa intervista a La Gazzetta dello Sport, parla dell’eterno amore per il Milan, della cruciale sfida della Nazionale di Gattuso e di quel patentino da allenatore preso a 76 anni.

IL CUORE ROSSONERO – «Certo che l’incontro a Roma era in un Milan club. Il cuore è sempre rossonero. Il Milan è una parte bellissima della mia vita. Vent’anni in campo, scudetti, Coppe dei campioni. Nel 1979, dopo l’ultima partita dello scudetto della stella, mi sono alzato dalla tavola con un po’ di fame. Avevo 36 anni».


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IL PARAGONE CON LUKA MODRIC – «Modric va verso i 41 anni ed è saldamente con i piedi sotto la tavola. È un grande giocatore, un vero talento. Gioca bene, con grande passione, fa quello che si sente. Preparare il suo quinto Mondiale a quell’età… è una bella cifra! Io mi sono fermato a quattro».

L’ITALIA DI GATTUSO – «Siamo in Bosnia per il lasciapassare e dobbiamo andare in America, assolutamente. Abbiamo fallito due qualificazioni consecutive. Basta spareggi, stop. Gattuso ha detto che Galles e Bosnia sono le partite della sua vita? Lo capisco, si gioca tutto. Ma Gattuso ha vissuto altri momenti importanti: Campione del Mondo con la Nazionale, Campione d’Europa col Milan».

IL GIUDIZIO SUL CT – «È serio e solido. A Milano direbbero un “bel fioeu”. È il tecnico e non deve piacere a me. Deve guidare la squadra e vincere. Gattuso sta lavorando bene. Punta anche sui giovani, ha la fiducia del gruppo. Lo seguono. Poi c’è un’altra cosa che si vede: la grinta. È riuscito a trasmettere la passione e la grande voglia a tutti. Sono uniti, concentrati, si nota persino quando cantano l’inno. Belli, veramente».

COME SEGUIRÀ LA PARTITA – «La vedrò a Roma, a casa, davanti alla tv. Solo e in totale relax, sono l’unico in famiglia a seguire il calcio. Seguirò con attenzione la squadra. Noi siamo l’Italia, 4 titoli mondiali, come la Germania. Solo il Brasile ha fatto meglio. Niente scherzi e niente processi. Si va, si parte e basta. Mi piacerebbe che, visto che si giocherà anche in Messico, questi ragazzi entrassero nel nostro mitico Azteca, dove c’è la targa della partita del secolo. L’hanno messa per noi: Italia-Germania 4-3».

IL 4-3 É L’EMOZIONE PIU’ GRANDE DELLA CARRIERA – «Sì, penso proprio di sì. Una partita così non si ripeterà mai più, c’erano 30 milioni di italiani davanti alla tv. È un pezzo unico di storia del calcio, un eterno romanzo che continua a emozionare. Però io avrei preferito battere il Brasile del meraviglioso Pelè e poi vincere il Mondiale».

LA PANCHINA AZZURRA SFIORATA – «Me lo propose il presidente della Figc Carlo Tavecchio, dopo l’esonero di Giampiero Ventura, nel 2017. Ma non avevo ancora il tesserino da tecnico. E l’associazione allenatori mise il veto. Niente da fare. Poi quando ho compiuto 80 anni mi sono proposto. Vi interessa un ct? Sono qui, libero. Allenavo quando andavo in campo da giocatore, perché non farlo dalla panchina? Nel 2019 ho preso il patentino Uefa Pro».

I MANCATI INCARICHI TECNICI NEL MILAN – «Ai tempi della presidenza Farina, a metà anni Ottanta potevo diventare il tecnico del Milan, poi Berlusconi mi propose di diventare il presidente dei Milan club. Che fare? Ho lasciato, sono entrato in politica, sono diventato parlamentare e ho seguito il Milan da lontano».

IL DECLINO DEI TALENTI ITALIANI – «Gattuso è un vecchio cuore rossonero, ma in Nazionale non c’è un milanista. Beh, sono pochi anche gli italiani nel Milan, Bartesaghi e Gabbia, che adesso non sta giocando. Anche il presidente è straniero, in società ormai non credono più alle politiche che creavano, facevano crescere i Baresi e i Maldini. Non nascono i campioni ed è dura senza di loro ottenere grandi risultati. In A i pochi calciatori bravi sono praticamente tutti stranieri. Esclusa l’Inter, credo. Prima i migliori erano quasi tutti italiani e arrivavano con merito in Nazionale. Ora il nostro calcio non crea più i fuoriclasse. La colpa? Soprattutto dei club che, invece di far crescere i ragazzi e portarli ad alti livelli, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori. Io ho esordito in Nazionale a 18 anni, eravamo in sette del Milan».

LEÃO – «Nel Milan di adesso c’è Leão finto nueve e di passaggi ne riceve pochi. Beh, io lo aiuterei. Farebbe tanti gol, ama attaccare gli spazi, sarebbe la mia freccia ideale. Da giocatore cercavo di fare bene il mio lavoro: i lanci e i passaggi. Li ho fatti ad Altafini, Prati, Maldera. E a qualcun altro…».

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