Zerocinquantuno
·31 mai 2026
Nicolodi: “Bel personaggio e allenatore molto preparato, finalmente Tedesco in Italia. Scelta interessante, il Bologna si conferma società seria e strutturata”

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Domenico Tedesco, classe 1985, radici che affondano a Bocchigliero (nell’entroterra cosentino) ma crescita avvenuta in Germania, ad Aichwald, fin dall’età di due anni, si appresta a diventare il nuovo tecnico del Bologna. Una laurea in ingegneria meccanica industriale e un master in gestione dell’innovazione, poco calcio giocato e tanto studiato, con una carriera alla Mercedes interrotta per realizzare il sogno di diventare allenatore professionista: la gavetta nei settori giovanili di Stoccarda e Hoffenheim, l’esordio alla guida di una Prima Squadra col piccolo Erzgebirge Aue in Zweite Bundesliga, poi il decollo e il consolidamento della sua credibilità tra Schalke 04, Spartak Mosca, Lipsia, Nazionale belga e Fenerbahce. Oggi per conoscerlo meglio abbiamo contattato Pietro Nicolodi, una delle voci più iconiche delle telecronache – non solo calcistiche – di Sky Sport, grande esperto e appassionato di Bundesliga.
Pietro, la biografia e il curriculum di Tedesco non passano certo inosservati: da un impiego in Mercedes alla ribalta internazionale come allenatore… «In Germania lo sport a livello scolastico è molto ben sviluppato, ogni ragazzo ha una formazione sportiva di notevole qualità e chi fa sport non viene così ‘sfavorito’ come da noi: c’è una grande organizzazione e lo sport dal punto di vista sociale viene ritenuto fondamentale nella cultura tedesca. Un contesto con tali caratteristiche ha senza dubbio permesso a Tedesco, parallelamente al percorso di studi prima e lavoro poi, di provare a farsi strada anche nel mondo del calcio».
Come si è sviluppata la sua precoce carriera e all’età di 40 anni a che punto è arrivata? «Non è un momento folgorante della sua carriera ma di ricostruzione, comunque nel suo curriculum vanta già un club storico come lo Schalke 04, il Lipsia e l’esperienza con la Nazionale belga, oltre alle esperienze in Russia con lo Spartak Mosca e in Turchia col Fenerbahce. Come spesso gli capita, ed è successo anche ad Istanbul seppur con dinamiche diverse e particolari, ha fatto bene nella prima parte e un po’ meno nella seconda: a Gelsenkirchen e a Lipsia non aveva finito in maniera entusiasmante, dopo aver fatto una grandissima stagione d’esordio. Il Belgio invece l’ha ereditato in un periodo non esaltante: parliamo di un gruppo che, dopo non essere riuscito a dominare a livello mondiale come si pensava e auspicava, era in netta parabola discendente».
Quali sono le principali caratteristiche del suo calcio e della sua gestione? «Si tratta di un allenatore molto duttile che sa adattarsi alle situazioni e leggere bene le partite, partendo dalle sue idee e dalla volontà di passare sempre attraverso il gioco. Un esempio? Nel famoso derby della Ruhr del 2017, il Dortmund si ritrova sopra 4-0 dopo venticinque minuti e Tedesco ritorna su alcune scelte sbagliate, quali l’esclusione di Goretzka, apporta delle modifiche e raggiunge un incredibile 4-4 nella ripresa. Lo ritengo una persona piacevole e diligente e un professionista molto preparato, uscito col massimo dei voti dalla DFB-Trainerakademie, anche davanti a Julian Nagelsmann: ha metodi all’avanguardia negli allenamenti, nella gestione dei calciatori e anche nell’alimentazione. Si tratta di un bel personaggio e di un ragazzo simpatico, ho avuto il piacere di chiacchierare varie volte con lui in televisione e parla molto bene l’italiano».
Perché è così difficile vedere nel nostro calcio una scelta di respiro internazionale come quella fatta dal Bologna, affidandosi spesso ai soliti noti? «Siamo tremendamente legati al risultato. Faccio un esempio: il Milan qualche anno fa aveva la possibilità di prendere Rangnick e alla fine ha tenuto Pioli, certo ha vinto lo scudetto per la gioia dei tifosi ma andando su un profilo come Rangnick avrebbe avuto la possibilità di impostare un lavoro più duraturo e a lungo raggio. Da noi la programmazione dipende quasi unicamente dai risultati e questo non va bene: in Italia sono poche le società che agiscono diversamente, mettendo al primo posto altri aspetti».
Nel mondo della Bundesliga credi si sia qualche profilo che potrebbe fare al caso del Bologna? «La Bundesliga presenta tanti profili interessanti al di fuori dei top club, prendo ad esempio Vieira e Vuskovic dell’Amburgo, che sono ragazzi di proprietà dell’Arsenal e del Tottenham e ‘purtroppo’ non rappresentano un’eccezione: la Premier League è talmente più potente di tutti quanti gli altri campionati che anche e soprattutto in Germania può tranquillamente piazzare giovani talenti per farli crescere e rientrare in Inghilterra formati. Di fronte ad un tale dominio il lavoro degli operatori di mercato tedeschi, italiani e non solo diventa molto più difficile».
Intanto allora godiamoci un giovane e valido mister: questo matrimonio s’ha da fare… «Lui penso sia contentissimo di venire finalmente ad allenare in Italia, ha una formazione calcistica tedesca ma si sente profondamente italiano. La scelta è interessante e immagino che Tedesco abbracci questo tipo di esperienza dopo aver ricevuto le giuste garanzie. Arriva in una società seria e strutturata, una delle migliori in Italia, capace di tagliare grandi traguardi negli ultimi anni senza spendere e spandere come altre realtà che al contrario non hanno combinato niente».
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