Juventusnews24
·7 mars 2026
Ravanelli: «Spalletti alla Juve può aprire un ciclo come Lippi. Aiuti arbitrali? Mai avuti in bianconero»

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·7 mars 2026

Fabrizio Ravanelli ha concesso una lunga e ricca intervista a Tuttosport in cui ha parlato di Juventus tra passato e temi attuali.
NOTTE DI ROMA – «Una serata veramente speciale, soprattutto per uno juventino che ha amato e ha pianto per la Juventus. Mio padre aveva l’abbonamento del Perugia, dentro di me invece è entrato quel colore bianconero. Oggi sono un ragazzo di 57 anni che ha fatto la storia della sua squadra del cuore, ed essere partito da una provincia piccola come Perugia è qualcosa di incredibile».
GOL CON L’AJAX- «In pratica, avevo notato che la palla non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere raggiunta. Aveva preso anzi una traiettoria incredibile, in diagonale: avessi avuto la possibilità di calciare di sinistro non so se sarei riuscito a fare gol. Ho fatto perno sul piede forte, il mancino, e quella torsione ha fatto sì che la sfera avesse la direzione giusta. Doveva andare così. Chiaro: è stato un gol che ha fatto la storia. Però senza voler passare per presuntuoso, di gol importanti, alla Juve, ne ho fatti tanti. Poi le vittorie. Ed è vero che la Champions resta il sogno di qualsiasi giocatore, ma mi piacerebbe qualcuno che mi dicesse: Fabrizio, che bella quella doppietta al Parma!».
LEGAME COL PADRE – «Mi commuovo a parlarne. Mio padre è stato un modello, ha fatto di tutto per far vivere il mio sogno: ho preso tanto dal suo modo di vivere e lottare, e ho capito che nella vita bisognava dare sempre quel qualcosa in più per ottenere dei grandi risultati. Ha fatto sempre di tutto per portare a casa qualcosa in più, era un operaio dell’Enel: in casa ci sono sempre stati i veri valori e con questi sono cresciuto. Racconto un aneddoto… Avevo 12 anni, ero al Perugia, in C. Partita contro l’Assisi. Non giocai bene, non mi ero impegnato. Sulla strada del ritorno verso casa, nella sua Cinquecento, a circa 4 chilometri mio padre accostò e mi fece scendere. “Adesso torni a piedi – mi disse -, visto che non hai corso in partita puoi farlo ora”. Dopo 300 metri si fermò di nuovo e mi fece risalire, ma quell’esempio me lo porto sempre dietro. Il modo di vivere della mia famiglia mi ha dato la determinazione per non mollare mai».
VOGLIA DI JUVE – «Ho una foto di Hurrà Juventus all’inizio della stagione 1994-1995, l’anno dello scudetto. Ero a Torino da due anni e mi davano sempre tra i partenti. Nel periodo estivo allora mi sono allenato tutti i giorni, e con grande intensità. Narciso Pezzotti, vice di Lippi, ci aveva detto che avrebbe stravolto la preparazione. Infatti, uno dei primi giorni si fa il test, nel quale si deve correre intorno al campo, aumentando un chilometro o due all’ora di velocità a ogni giro, fino allo sfinimento. Eravamo rimasti in quattro, alla fine. Vialli, il mio idolo. Deschamps, Torricelli e poi c’ero io. Mi sono detto: oggi devo vincere, piuttosto muoio sul campo ma devo battere il mio idolo, portare a casa il risultato. E ce l’ho fatta: quando ha mollato Vialli, avevo il cuore che mi usciva dalla bocca. Ma questa era la mia voglia di Juventus».
MENTALITA’ JUVE – «Avevamo creato una mentalità incredibile: tutti eravamo disposti a morire sul campo per il proprio allenatore, per i dirigenti, per i tifosi. Eravamo diventati talmente uniti, e l’avevo capito già in estate: allenamenti massacranti, ho visto compagni vomitare per poi andare fortissimo. Sarebbe bello vedere i dati di quel periodo: vincevamo le partite quasi sempre negli ultimi 20 minuti, quando eravamo lì che soffrivamo perché avevamo una capacità aerobica superiore rispetto agli avversari. Quando giocavo in Nazionale con Maldini e Baresi, erano loro stessi a dirmelo».
LIPPI – «Credo sia stato l’artefice numero uno delle nostre vittorie. Il mister è stato, al di là di tutto, un grande motivatore. Un allenatore incredibile che ci ha fatto giocare un calcio totale. Con tre attaccanti, per la prima volta dopo anni con due punte. Poi in certi momenti non era solo la nostra guida, ma quasi un compagno aggiunto. Il giovedì sera spesso Vialli organizzava delle cene: lui si aggregava e poi a un certo orario diceva “adesso divertitevi, io me ne vado a casa».
FAMIGLIA JUVE – «Era una squadra creata davvero da gente che sapeva soffrire. Che cercava sempre di uccidere l’avversario, in gergo sportivo. Squalo verso la preda: fiutavamo il sangue. A riprova di questo, mai visto uno screzio nel nostro spogliatoio: sempre rispetto, amore. E anche oggi, quando ci ritroviamo, torniamo esattamente a quei tempi. Abbiamo un gruppo WhatsApp nel quale facciamo battute, magari non tutti i giorni. Però restiamo sempre una famiglia».
TRASFERTA IN ROMANIA – «Campo ghiacciato. Per arrivare in Romania c’è stato bisogno di un aereo speciale. Ricordo che proprio Tuttosport ha dato dei 6 politici nelle pagelle: non si poteva giocare e infatti Lippi ci difese».
QUARTI COL REAL – «Un giallo per proteste! Ero capitano in assenza di Vialli, avevo litigato con Luis Henrique, che oggi allena il Psg, mi ero innervosito a tal punto da beccarmi l’ammonizione. Saltai il ritorno, ma quella Juve mi dava fiducia».
AIUTI ARBITRALI ALLA JUVE – «Io non sono mai stato aiutato dagli arbitri quando ho vestito la maglia della Juventus. Anzi: la Juve è stata sempre il fiore all’occhiello del calcio italiano. Una storia unica. Come unica è stata la proprietà».
ANEDDOTO SULL’AVVOCATO – «Uno: quando sono arrivato a Torino, o forse al secondo anno, l’Avvocato mi ha preso da parte. E mi ha detto: “Ma Ravanelli, come mai tu hai i capelli bianchi e la barba nera?”. Gli ho risposto: “Non lo so, Avvocato. Non lo so…”».
JUVE SENZA AGNELLI – «Esiste una Juventus senza Agnelli? No, non può esistere. Credo che la Famiglia rappresenti tutto per il mondo juventino e non solo. Gli Agnelli sono stati una palestra di vita nel capire come bisognava comportarci, il modo di vivere. Te lo porti anche quando lasci il club: una volta che rappresenti la Juventus, lo fai per sempre».
RAPPORTO CON VIALLI – «Non mi vergogno a dirlo: in certi momenti sono stato anche il suo tappetino. Era talmente grande che lo seguivo in tutto e per tutto. Una persona incredibile, di un’umanità e di una leadership, persino silenziosa. Non ha mai urlato e ha sempre fatto passare la sua guida con il comportamento. Quando ci siamo conosciuti? Giocavo nel Perugia, ancora in Serie C. La Nazionale di Vicini era arrivata in città e avevo chiesto il permesso di vederlo. Sono andato negli spogliatoi, mentre si stava facendo massaggiare. Gli ho chiesto un dettaglio sulle scarpe, mi ha chiesto il numero e mi ha preso un paio nuovo di zecca. Arrivavano dal Giappone, non ha esitato. Questo era Luca Vialli».
ANEDDOTO SU TRAP E VIALLI – «Trapattoni fa il giro delle stanze e viene a chiedere a Gianluca le sue condizioni. Vialli gli fa: “Mister, preferisco saltare questa per recuperare meglio per la partita in Coppa Uefa”. Il Trap gli dà l’ok, poi mentre esce Luca torna a parlargli: “Mi raccomando, però. In campo deve andare Fabrizio, che è in forma”. Il mister gli risponde che l’allenatore è ancora lui. Poi, al pomeriggio, nel briefing pre partita, vedo la formazione titolare: sono negli undici. E finisce 4-3, e per me è una partita determinante per il futuro».
SPALLETTI – «Credo possa aprire un ciclo come ha fatto Lippi: abbiamo sempre espresso un grande calcio, c’è qualcosa da sistemare come la difesa, ma è certamente l’uomo giusto. Ho incontrato Luciano alla serata in memoria di Gianluca: tempo fa gli avevo detto che un giorno mi sarebbe piaciuto vederlo sulla panchina della Juve. Ora la Juve si sta ricostruendo, ma sono convinto che dal prossimo anno saranno pronti a lottare per vincere lo Scudetto».
VENTRONE – «Il nostro Marine. Colui che ha cambiato la metodologia dell’allenamento nel 1994. Un lavoratore incredibile, un amico sempre disponibile a tutti gli orari: ci ha lasciato troppo presto. Se oggi dovessi proporre quei metodi ai top club, fidatevi che mi lascerebbero subito a casa…».
ALZARE LA CHAMPIONS – «Ho rivisto le foto mille volte: è il mio film, il film della mia vita. A volte la guardo e dico: ma non è possibile. Sarò sfacciato, ma in quel momento mi sono sentito il Re Leone. Far gol in una finale di Champions, essere protagonista di un momento del genere, battere la squadra – a detta di tutti – più forte d’Europa, quell’Ajax che sconfigge il Milan dei tre olandesi: incredibile».
FIGLI TIFOSI – «La Juve è dentro di me. E nei miei figli: ne ho tre, 31 anni, 27 e 21. Sono loro a ricordarmi quando giochiamo, i risultati, le notizie. Conoscono ogni partita di quando giocavo io e non se ne perdono una neanche oggi. Con loro vivo ancora tanto in bianco e nero».
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