Calcio e Finanza
·28 mai 2026
Sport e sostenibilità al convegno di GA Alliance. Campoccia (Udinese): «Senza finanza non fai calcio». Bernardelli (Torino): «Cairo non venderà prima di chiudere l’iter stadio»

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·28 mai 2026

Il convegno “Sport e Finanza: Trasparenza, governance e asset infrastrutturali nell’industria dello sport” andato in scena nella giornata di ieri a Milano è stata l’occasione per riunire diversi professionisti del settore, dall’ambito legale alle società calcistiche, passando per le Federazioni e l’Istituto per il Credito Sportivo.
L’appuntamento – che si è svolto nella sede milanese dello studio legale GA Alliance – è stato promosso e organizzato dagli Avvocati Enrico Lubrano (Of Counsel, GA Alliance) e Francesco Sciaudone (managing partner, GA Alliance), da Ezio Maria Simonelli (Of Counsel, GA Alliance e presidente della Lega Calcio Serie A) e da Francesco Urraro (Of Counsel, GA Alliance; Vice Presidente del Consiglio di Presidenza del Consiglio di Stato), padroni di casa e relatori dell’evento, moderato dal direttore di Calcio e Finanza Luciano Mondellini.
Tra gli ospiti, l’avvocato Stefano Campoccia, vicepresidente dell’Udinese, che si è soffermato soprattutto sulla questione stadi. Il club friulano è tra i pochi che sono riusciti a realizzare un impianto moderno: «Senza finanza non fai lo stadio, senza finanza non compri i giocatori e sei costretto a venderli. Il tema della sostenibilità è declinabile dove vogliamo», ha esordito.
«Francesco Sciaudone faceva un discorso molto importante e arrivo alla sua domanda: “Conviene fare gli stadi?”. Se uno guarda con gli occhi di un finanziario o di un avvocato che fa finanza, dovrebbe dire: giammai. Perché la finanza parte o dalla sostenibilità del debito in termini di flussi di cassa prospettici di lungo periodo, oppure dalla capacità di generare plusvalenza nel private equity. Nessuna di queste due componenti oggi è garantita, se non dentro un modello che deve essere sostenibile. Già l’incognita e la discontinuità che derivano dalla retrocessione, per le società che non si chiamano Inter, Milan, Juventus o pochi altri grandi club rappresentano un limite a questo tipo di investimento», ha aggiunto.
«Per questo serve una governance credibile, una reputazione credibile, longevità e un modello prospettico. Non si deve cambiare management ogni due minuti, né fare scelte di breve periodo». Secondo Campoccia, «più che un commissario per gli stadi, dobbiamo capire come stimolare l’imprenditoria privata a fare quello che ancora solo pochi fanno. Perché solo pochi lo fanno? Per il tema della sostenibilità. È un problema di sostenibilità diretta».
«A ricavi calanti, chi programma l’acquisto o l’investimento in uno stadio deve fare i conti con ciò che progressivamente perde. Deve quindi agire in maniera organica. Deve esserci una governance e una sostenibilità dei club, sapendo che non bisogna vergognarsi di capire che in tutte le società di calcio italiane, e non solo, tra A e B c’è un segno meno davanti. Questo significa che la gestione operativa va in perdita e deve essere compensata», ha sottolineato.
Il tema stadio è stato centrale anche nell’intervento di Andrea Bernardelli, segretario generale del Torino, club che il patron granata Urbano Cairo sarebbe disposto a cedere qualora arrivassero offerte adeguate: «Temo un po’ il momento in cui finiranno queste figure di imprenditori italiani nel calcio italiano. Quando c’erano queste figure, il calcio italiano era in mano a persone che ci mettevano la faccia, erano presenti sul territorio, ci mettevano di tasca loro e non avrebbero mai mollato una società o fatto fallire una società, perché ne andava anche della loro vita privata e personale», ha spiegato.
Fondamentale per la cessione sarà l’Olimpico Grande Torino: «Il presidente Cairo ha detto a più riprese di essere disposto a cedere il Torino. Ha anche detto che lo farebbe di fronte a una proposta e a un soggetto in grado di fare meglio di lui. Non so quindi cosa potrà succedere. Detto ciò, per quanto ritengo dal mio personale punto di vista, la vendita non avverrà prima di aver concluso l’iter dello stadio. Arrivato a questo punto, dopo 21 anni di presidenza, Cairo è molto vicino a poter concludere».
«In questo momento, con la politica a Torino ha creato e instaurato un buon rapporto. Con l’appoggio del Politecnico di Torino, si sta lavorando a un progetto tra Comune di Torino, Torino e Politecnico. L’augurio è che tutto si concluda il prima possibile, per riuscire a dare al Torino uno stadio dopo che il presidente Cairo è già riuscito a dare al club un centro sportivo per la prima squadra e un centro sportivo per il settore giovanile. Si tratta di infrastrutture fondamentali», ha concluso.
Tra i club, presente anche la Lazio, con il Director Marketing Sponsorship Events & Rights Marco Canigiani, che ha spostato il focus sulla necessità della Serie A di confrontarsi con il mercato, sui diritti tv ma non solo: «Il mercato siamo noi, cioè i consumatori che decidono di comprare un prodotto. Questo è il nostro grande limite. Avendo avuto sempre un filtro tra noi e il consumatore finale, anche in termini finanziari, c’è sempre stata la famosa garanzia. C’era sempre qualcuno che garantiva gli introiti economici. Domani, probabilmente, questa garanzia potrebbe non esserci più».
A proposito di aggressione del mercato, Canigiani ha detto che «l’acquisizione di Fantacalcio sembra una cosa banale, ma è stata la prima operazione in cui noi, come Lega, abbiamo aggredito il mercato. Abbiamo deciso di conoscere i nostri consumatori e di fare un’operazione collettiva. Questa è una grande rivoluzione. Credo che affrontare il mercato obbligherà i club a ragionare in maniera collettiva».
Sempre sul fronte dei diritti tv si è concentrato l’intervento di Daniele Muscarà, General Counsel della Lega Serie A: «Il mercato dei diritti tv è in crisi? Sì e no. È un mercato che, secondo me, non è propriamente in crisi, a parte qualche caso specifico in Europa, che probabilmente è legato anche al contesto commerciale. È però un mercato che sta cambiando sotto tanti profili: dal punto di vista dei contenuti, dell’audience e dell’età anagrafica di chi guarda le partite».
«Prossimo ciclo? Siamo fiduciosi, anche se ovviamente non possiamo garantire nulla. Stiamo lavorando per questo. Quando dico che stiamo lavorando, intendo che stiamo cercando di costruire prodotti attrattivi per l’audience generale. Non basta più mettere una partita di 90 minuti e cercare di vendere un abbonamento. Bisogna costruire un prodotto diverso e per soggetti diversi. La commercializzazione internazionale è il settore su cui dobbiamo continuare a spingere nei prossimi anni. Bisogna continuare a lavorare sul prodotto internazionale, capire Paesi diversi che hanno esigenze diverse rispetto alle nostre, anche gestendo diversamente gli orari delle partite televisive. Serve una presenza sempre più costante sul mercato internazionale, con partnership strategiche con reti globali e locali. Stiamo studiando alcune cose che cercheremo di mettere sul tavolo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi».
Infine, sull’annoso problema della pirateria: «La pirateria è un problema enorme, probabilmente il primo problema del calcio, per quanto mi riguarda. Di quel miliardo e duecento milioni circa che incassiamo dai diritti televisivi, stimiamo circa 300 milioni in meno a causa della pirateria in Italia».
Non solo il calcio al centro del dibattito durante il convegno. Protagonista il volley, con Mauro Fabris, Presidente della Lega Pallavolo Femminile Serie A: «Quando sono arrivato io vent’anni fa avevamo un tema molto forte di finanza. Le risorse non arrivavano, avevamo un problema di trasparenza legato proprio a queste risorse, un tema di governance e, ancora oggi, il tema degli asset pluriculturali».
Così, «abbiamo fatto una cosa per me fondamentale, per arrivare al tema di oggi: abbiamo lavorato per passare dai mecenati, cioè da quelli che davano una mano alle squadre, agli investitori. Siamo passati a persone, imprese e aziende che hanno riconosciuto in questo movimento un movimento sano. Il fair play amministrativo, di cui si parla tanto, noi lo abbiamo introdotto vent’anni fa, devo dire anche con il supporto della Federazione. Introducemmo il concetto, accettato dalla Federazione, secondo cui se non sei regolare nei pagamenti, se non hai i bilanci in ordine o altro, non puoi proprio partecipare».
Il tema della finanza non è estraneo neanche al mondo del golf, come ha spiegato Cristiano Cerchiai, Presidente della Federazione Italiana Golf. Cerchiai ha posto l’accento sulla necessità di sviluppare il turismo attorno all’attività sportiva: «Uno dei temi che richiede investimenti importanti, e sul quale ci stiamo affiancando più a partner che a sponsor, è quello del turismo golfistico. I circoli devono ormai aprirsi al turismo golfistico. Ricordo che è un turismo mediamente alto-spendente, che dà grande beneficio al territorio al di là del golf».
«Vi do qualche dato: la Spagna ha 1,4 milioni di turisti golfisti, il Portogallo 700-800mila, l’Italia 250mila. E siamo il Paese più bello del mondo. Non ci siamo organizzati. Lo stiamo facendo, ci stiamo strutturando, ma dobbiamo muoverci verso una forma più imprenditoriale. I turisti vanno in Spagna e in Portogallo, ma noi offriamo molto di più: siamo molto più belli quando vengono in Italia».
Non sono mancati poi interventi di figure istituzionali, come quello del presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo Beniamino Quintieri, che si è focalizzato sul problema delle «infrastrutture sportive a livello di Paese. Quello che preoccupa di più è il grado di obsolescenza. La maggior parte sono infrastrutture costruite negli anni Settanta e Ottanta, quindi avrebbero bisogno di essere ammodernate».
«Noi siamo la penultima banca pubblica rimasta. Siamo una banca che opera come tutte le altre banche a tutti gli effetti, ma abbiamo una missione pubblica. Per questo l’utile non è il nostro primo obiettivo. Naturalmente dobbiamo tenere i conti in ordine, c’è la Banca d’Italia che ci controlla, quindi facciamo utili, ma a un livello molto contenuto. Il vero ritorno non è quello economico, ma quello sociale. Noi siamo dotati di strumenti per misurare ed esaminare l’impatto sociale di ogni investimento e per confrontarlo con altri settori. L’investimento nello sport ha un rendimento sociale elevato: un euro investito nello sport ha un ritorno molto alto. Questo giustifica la nostra presenza».
«Abbiamo fatto pochi stadi e, in quelli realizzati, il Credito Sportivo è sempre stato presente come finanziatore. Ma la logica della convenienza dello stadio riguarda il suo utilizzo. Se la logica è utilizzare lo stadio soltanto per la partita della squadra, certamente non è conveniente. La logica deve essere quella dello sfruttamento quotidiano, con varie modalità», ha detto Quintieri.
E’ sull’importanza del pubblico che il presidente della Commissione Indipendente Vigilanza Società Sportive Massimiliano Atelli ha incentrato il suo intervento: «Credo sia importante approfittare di un’occasione come questa per chiarire la stretta indispensabilità della convivenza tra finanza privata e finanza pubblica».
«Una garanzia pubblica equivale, dal punto di vista legislativo, a una spesa prevista e ha bisogno di una copertura legislativa; una banca ad hoc esiste perché lo sport di base ha bisogno di un accompagnamento pubblico diversificato e articolato. I grandi eventi possono essere una grande opportunità solo se ben gestiti. Lo speranzoso ottimismo non è una formula: occorre una programmazione strutturata di carattere infrastrutturale e finanziario», le sue parole.
Sul come è cambiato il mondo dello sport, il convegno si è chiuso con una riflessione dell’avvocata Alessandra Di Legge del Dipartimento Affari Giuridici e Legislativi Presidenza del Consiglio: «Lo sport non è più un fenomeno autosufficiente, perché è diventato un fenomeno complesso e una leva sociale. I dati indicati ci parlano proprio di questo valore pari all’1,5% del PIL. È tantissimo, ma forse anche di più se si considera tutto ciò che è legato allo sport: il turismo sportivo, le attività, i grandi eventi».
Secondo Di Legge, «gli interessi economici e sociali vengono affrontati in modo diverso» da Serie A, Serie B, Serie C e dilettanti. «Il punto non è tanto mettere in discussione l’autonomia dello sport, ma mediare tra quella che spesso diventa autonomia o autoreferenzialità e l’idea di essere parte, nel rispetto dell’autonomia, di un ordinamento più complesso».
«Chiudo con questa riflessione. Lo sport e il business sono importanti, ma bisogna ragionare anche sulla cultura del nostro Paese. C’è lo sport di élite, che ha le sue regole, ci sono i dilettanti, ma soprattutto c’è la trasparenza», ha concluso.







































