Zerocinquantuno
·14 Juni 2026
A Orsolini offerte le chiavi della città: resti a Bologna, fuori c’è la pioggia

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Il bivio del fante di cuori Orsolini non è affare da ragionieri, ma robaccia da anime sospese. Gli offrono il castello, le chiavi della città, due milioni e mezzo di fiorini fino al ventinove con opzione per il trenta, quando avrà 33 anni e mezzo, roba che il Bologna non dava nemmeno ai Pascutti o ai Bulgarelli quando il mondo viaggiava a passo d’uomo. Eppure il ragazzo nicchia, guarda l’orizzonte come se l’erba oltre il Reno e il Panaro fosse più verde, dimentico del fatto che chi lascia i portici per correre dietro ai miraggi della metropoli finisce quasi sempre per farsi venire i geloni all’anima.
Già un anno fa l’Orso saggio seppe dire no ai cammellieri d’Arabia, rifiutando l’oro della Mecca per un sogno d’azzurro mondiale che poi la maledizione italica gli ha negato nei fatti, lasciandolo a rimpiangere l’ultimo. Ma l’errore vero, l’infingimento della mente, sarebbe credere che altrove si respiri la stessa aria di casa. La storia rossoblù degli ultimi vent’anni è un cimitero di ambizioni spezzate, un catalogo di fanti che si credevano generali e che, una volta varcato il confine, hanno scoperto la dura legge della panchina e dell’oblio.
Si guardi indietro, il buon Riccardo, e veda dove è finito il genio bizzarro di Simone Verdi, che a Bologna dipingeva calcio con entrambi i piedi e poi si è smarrito nelle panchine di Napoli e nei nebbioni di Torino, ridotto a comparsa di un teatro che non lo capiva. E che dire del cileno Pulgar, metronomo di ghiaccio che sotto le Due Torri dettava la legge del rigore e della punizione, per poi naufragare nell’anonimato fiorentino e sparire dai radar del grande calcio? Ma la lista dei fuggiaschi che hanno trovato solo freddo e rimpianti è lunga quanto i portici di San Luca (tratto di pianura compreso).
Il diciottenne Amadou Diawara pareva un predestinato, un misto di muscoli e fosforo che faceva gridare al miracolo: scelse le lusinghe del Sud e della Capitale per ritrovarsi ad essere un signor nessuno, un ingranaggio in macchine troppo grandi per lui. Anche la partenza di Mattias Svanberg, svedese di buone maniere e ottimo passo, non ha portato i frutti sperati in terra teutonica, dove il pallone è tanta fatica e poca poesia, ben lontano da quell’isola felice che lo aveva svezzato con pazienza. Persino i talenti più cristallini come Gaston Ramirez, che al Dall’Ara incendiava i cuori con giocate da fuoriclasse, hanno scoperto che la Premier League e i campi inglesi masticano gli uomini senza sputare nemmeno le ossa, restituendo al calcio italiano un giocatore svuotato, l’ombra di quel re che era a Bologna.
La verità è che questa città ha un clima strano, che protegge i suoi figli e ne esalta le lune buone, perdonando quelle storte che a Milano o a Torino costano il linciaggio della critica. Andarsene da Bologna è un lusso che spesso si paga con la moneta più dura: la perdita dell’identità. Accettare tale contratto non significa rimpicciolire i propri sogni, bensì farsi re di un reame vero, di quelli che quando passi per strada la gente si toglie il cappello, oggi e tra vent’anni. Diventare una bandiera, ora che il calcio ha perso identità e sentimenti, e viaggia sui binari dei procuratori e dei fondi d’investimento, è l’unica vera forma di ribellione. Resta qui, Riccardo, che fuori c’è solo la pioggia.
Langsung







































