Bologna, dalle feste in piazza alle 9 sconfitte in casa: i ‘quasi’ vanno trasformati in certezze, meglio la continuità o un cambio di prospettiva? | OneFootball

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·29 April 2026

Bologna, dalle feste in piazza alle 9 sconfitte in casa: i ‘quasi’ vanno trasformati in certezze, meglio la continuità o un cambio di prospettiva?

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A Bologna non si vedeva un numero così alto di sconfitte interne dalla stagione 2017-2018, l’ultima di Donadoni, probabilmente il punto più basso dell’ultimo decennio rossoblù, chiusa con 21 k.o. totali (di cui 9 al Dall’Ara, come ora) in un clima di progressivo scollamento. La brutta notizia è che Italiano potrebbe pure incrementare quel record casalingo, ma non è solo una questione numerica: è il Dall’Ara che torna a essere vulnerabile, intermittente, meno identitario, e paradossalmente lo diventa proprio nell’anno in cui registra il record di presenze stagionali (oltre 27.000 a partita, impressionante). E questo, per una squadra che ha costruito parte delle sue fortune recenti sulla solidità interna, sul rapporto tra pubblico e giocatori, è un campanello d’allarme che non può essere ignorato.


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Il rapporto con l’ambiente è ancora saldo? La domanda non vorrebbe contenerne un’altra (ovvero: quanto reggerà il credito acquisito della Coppa Italia?), ma in ogni caso la risposta, oggi, non può che essere sfumata. Da una parte c’è un’idea di calcio riconoscibile, coraggioso, che a tratti ha prodotto prestazioni di alto livello e una crescita strutturale del gioco. Italiano resta un allenatore moderno, capace di dare identità (nei pregi e nei difetti) e di lavorare su principi chiari: pressing, costruzione, ampiezza. E in un mercato allenatori che raramente offre certezze assolute, il suo profilo resta di primo piano, almeno per un club come il Bologna.

Eppure, sarebbe riduttivo fermarsi qui. Perché la sensazione più forte, guardando la stagione nel suo complesso, è che il BFC sia rimasto a metà strada tra ciò che è e ciò che avrebbe potuto essere. Con un minimo sforzo in più (qualche punto raccolto nelle gare ‘sporche’, una maggior lucidità nei finali, alcuni episodi – arbitrali e non – girati diversamente) oggi potremmo parlare di una classifica diversa, magari di una nuova semifinale o addirittura di una finale di Coppa Italia, che già avrebbe dato un sapore diverso, a prescindere dalla vittoria. Il pensiero corre inevitabilmente all’Atalanta, che in uno dei suoi campionati più modesti è riuscita comunque a rialzarsi e a proiettarsi là dove i felsinei avrebbero potuto inserirsi senza troppi sforzi.

Svariati singoli hanno reso al di sotto delle aspettative, vero, ma attribuire tutto all’allenatore rischia di essere una semplificazione. Le incertezze sul futuro (contratti dei senatori in bilico, prospettive personali non ancora definite, molti giocatori avviati comunque vada all’ultima stagione in maglia rossoblù) possono infatti aver inciso più di quanto si voglia ammettere. Il calcio, in fondo, è un equilibrio fragile tra ambizione collettiva ed esigenze individuali. E il Bologna di quest’anno sembra proprio essere finito in una zona grigia: abbastanza forte da far intravedere scenari ambiziosi, ma non ancora abbastanza stabile per afferrarli.

Da qui nasce il dibattito su Italiano, sul progetto e sulla direzione futura. Perché i segnali sono contrastanti: da un lato una base tecnica solida, dall’altro la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Il punto non è stabilire se la stagione 2025-2026 sia stata un successo o un fallimento, ma capire quanto margine reale ci sia per trasformare questi ‘quasi’ in certezze. E se per farlo serva continuità o un cambio di prospettiva. In mezzo, come sempre, c’è Bologna: una piazza che ha imparato a riconoscere i progressi ma che ormai, proprio per ‘colpa’ di quella Coppa Italia e di due stagioni in Europa, non vuole più accontentarsi solo di ‘sfiorare’. I fischi sentiti durante e dopo la brutta partita contro la Roma stanno lì a dimostrarlo.

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